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Polvere e platea: il Sannazzaro arde, l’Italia ricorda

di Matteo Resemini

Il Teatro Sannazzaro non c’è più. È andato a fuoco nella notte del 17 gennaio, consegnando alle fiamme non soltanto il suo edificio storico, ma un intero deposito di memoria teatrale italiana. Là, dove per oltre un secolo e mezzo si erano stratificate voci, gesti, silenzi e applausi, resta ora una ferita nera, ancora calda e fumante, che interroga, difronte all’incidenza del caso, il senso stesso della continuità culturale.

Il Sannazzaro non era soltanto un teatro: era una grammatica della scena, un luogo iniziatico in cui la commedia napoletana, il dramma borghese e la modernità pirandelliana avevano trovato forma e respiro.

immagine per Salvatore Fergola, Incendio del Real Teatro di San Carlo
Salvatore Fergola, Incendio del Real Teatro di San Carlo

Fondato nel 1847 da un elegantissimo progetto di Fausto Niccolini, il Sannazzaro è stato per oltre un secolo e mezzo uno dei centri più vibranti del nostro teatro, non solo per la sua finezza decorativa – motivo per cui fu soprannominato la bomboniera di via Chiaia – ma soprattutto per il ruolo che ha avuto nella storia della drammaturgia nazionale. Dalla sua inaugurazione con La petite Marquise di Henri Meilhac, la platea partenopea ha applaudito grandi interpreti come Eleonora Duse, Sarah Bernhardt, Ernesto Rossi e commediografi del calibro di Roberto Bracco e Achille Torelli.

Nel 1889 proprio qui Eduardo Scarpetta presentò commedie come Na santarella, che restarono in scena oltre cento repliche, segnando un momento formativo per la commedia moderna. Nel 1932 il teatro accolse la “Compagnia Teatro Umoristico I De Filippo”, contribuendo alla notorietà nazionale delle ‘maschere’ di Eduardo, Titina e Peppino, e fu proprio in questi anni che si consolidò il legame artistico con Luigi Pirandello, che in più occasioni assistette entusiasta alle loro rappresentazioni.

La recentissima tragedia si inscrive in una lunga – e celebre – sequenza nella quale il fuoco ha segnato indelebilmente la storia dei luoghi della cultura italiani. Nonostante a Napoli anche il San Carlo patì nel 1816 la medesima condanna del Sannazzaro, il caso più celebre resterà sempre quello del Teatro La Fenice di Venezia, ridotto per la prima volta in cenere nel 1836 e nuovamente devastato il 29 gennaio 1996 da un incendio doloso che distrusse platea, palchi e soffitto, preservando solo le mura perimetrali. Come ogni Fenice che si rispetti, anche quella della Laguna risorse, e venne inaugurata nuovamente nel 2003 con un concerto diretto dal maestro Riccardo Muti.

Un altro esempio drammatico fu il rogo che, nell’ottobre 1991, avvolse il Teatro Petruzzelli di Bari e che solo dopo 18 anni di ricostruzione riaprì le sue porte agli spettatori.  Ma non solo.

Più indietro nel tempo, nella fredda notte tra l’8 e il 9 febbraio 1936, un incendio originato da un cortocircuito consumò il Teatro Regio di Torino, uno dei capolavori dell’architettura sabauda settecentesca; passati decenni di dibattito e progettazione, fu possibile riportarlo alla vita solo oltre quarant’anni dopo, nel 1973, con I Vespri siciliani, alla presenza di Maria Callas e Giuseppe Di Stefano.

immagine per Teatro Sannazzaro
Teatro Sannazzaro

A questa genealogia di fiamme e di palcoscenici va aggiunto uno sguardo oltre i confini nazionali, perché l’incendio dei teatri è una costante della storia dello spettacolo occidentale più frequente di quanto si immagini. Il pensiero corre innanzitutto al Iroquois Theatre, dove nel 1903 si verificò il più grave disastro della storia teatrale mondiale che causò oltre seicento vittime: un rogo improvviso, durante una matinée, trasformò la sala in una trappola mortale e impose, da allora, una rivoluzione globale nelle norme di sicurezza dei luoghi di spettacolo.

A New York, il Brooklyn Theatre bruciò nel 1876 durante una rappresentazione di The Two Orphans. In Europa, invece, il Théâtre municipal de Nice fu distrutto da un incendio nel 1881, pochi anni prima di essere ricostruito, mentre a Parigi la Salle Favart, sede dell’Opéra-Comique, conobbe addirittura due roghi devastanti in due anni consecutivi nel 1887 e nel 1888.

Chiude il cupo itinerario il Theatre Royal di Exeter, in Gran Bretagna, distrutto da un rogo nel 1887. Anche per quest’ultimo, come altrove, le fiamme cancellarono un edificio, ma non l’idea stessa di teatro, che trovò altrove nuove mura, nuovi sipari, nuove voci.

È come se il fuoco, attraversando questi luoghi, avesse inciso una verità costante: il teatro può bruciare, ma non scomparire. Muta forma, si sposta, rinasce, perché ciò che lo fonda non è la pietra, bensì il bisogno umano di autorappresentarsi.

Questi eventi, pur segnando momenti di perdita culturale, sono anche testimonianze di resilienza: teatri che sono rinati, brillanti palcoscenici dove si sono consumate le tragedie e le commedie dell’umana esperienza hanno saputo risorgere “com’era, dov’era” per offrire nuove stagioni di spettacoli e memoria collettiva.

In questa prospettiva, anche il tragico incendio del Teatro Sannazzaro deve essere veramente letto, oltre che come ferita, come seme di rinascita. Come nei versi de I fuochi di Giovanni Pascoli, in cui le fiamme diventano simbolo purificatore di luce e rigenerazione, così la scena napoletana potrà rifiorire nel tempo: un palco che ridiventa tempio delle arti drammatiche, una scenografia che torni a vibrare tra sorrisi e palpiti, tra tragedia e commedia.

L’atto del teatro non è mai concluso: è sospeso come un sipario, in attesa di riaprirsi. In attesa di essere spettatori di scene e pantomime meno forti, più umane, in un’Italia che non si scordi di rimettere in scena l’arte come una bellissima promessa di incontro, di impegno e di speranza.

immagine per Matteo Resemini
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Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.

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