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Pignasecca e Pignaverde. Lo specchio comico dei nostri vizi senza tempo

di Matteo Resemini

Uno spettacolo che è un omaggio, una dichiarazione d’amore al teatro genovese, e insieme una raffinata operazione culturale. Pignasecca e Pignaverde, storica commedia di Gilberto Govi, è finalmente approdata al Teatro Carcano di Milano, grazie alla regia accurata e rispettosa di Tullio Solenghi, che ne è anche protagonista nei panni del celebre Felice, l’avaro genovese più amato (e temuto) del Novecento.

immagine per Pignasecca e Pignaverde - Teatro Carcano di Milano
Pignasecca e Pignaverde – Teatro Carcano di Milano

Il titolo della commedia affonda le sue radici nella tradizione letteraria ligure: Pignasecca e Pignaverde sono infatti i due personaggi al centro del poemetto I doì aväi (I due avari) del poeta Martin Piaggio. In questa versione teatrale, l’opera conserva il respiro classico delle sue origini, perseguendo la ripresa della tradizione plautina e delle tre unità aristoteliche, in particolare quella di luogo, curata con meticolosa attenzione.

Il progetto scenografico, firmato da Davide Livermore, costruisce un interno borghese austero, dominato da una palette di grigi: un’eco malinconica del secolo scorso, scelta non casuale per evocare la cupezza della borghesia genovese e incorniciare il vero protagonista occulto della vicenda: il peccato capitale dell’avarizia. A completare l’apparato visivo, i costumi di Anna Varaldo, che restituiscono con fedeltà i dettagli di un’epoca sospesa tra ironia e malinconia.

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Pignasecca e Pignaverde – Teatro Carcano di Milano

Sul palco, Tullio Solenghi veste con maestria i panni del taccagno Felice, affiancato da un eccellente Mauro Pirovano nel ruolo del cugino Alessandro Raffo, ancora più avaro e insidiosamente subdolo. Accanto a loro una compagnia compatta e di alto livello: Laura Repetto è l’intensa e sensibile Amalia; Stefania Pepe la madre Matilde, consapevole, ma impotente; Roberto Alinghieri l’ingombrante Isidoro, padrone di casa e messaggero di novità; Matteo Traverso il giovane Eugenio, proveniente dall’Argentina e innamorato della ragazza. Completano il cast Claudia Benzi, irresistibile nel ruolo della domestica Lucia, e Stefano Moretti nei panni del milionario Manuel Aguirre.

La trama, seppur classica nella sua costruzione, colpisce ancora oggi per la sua lucidità satirica: Felice annuncia alla figlia il pranzo con il cugino Alessandro, con l’evidente intenzione di combinare un matrimonio di convenienza. Un’usanza che negli anni Cinquanta poteva sembrare legittima, ma che oggi appare urticante e amara. La giovane Amalia si confida con la madre, turbata da un destino imposto. Ma l’arrivo dell’amato Eugenio, in un ritorno quasi da feuilleton, rovescia i piani familiari e introduce la tensione vera: l’amore come forza autentica, non acquistabile né governabile.

Al centro, una riflessione acuta: l’amore non si compra, e ridurre i sentimenti a merce di scambio familiare è una violenza mascherata da ragionevolezza. È questo il filo rosso che tiene insieme la comicità scoppiettante e il sottotesto morale di una commedia che diverte, ma non rinuncia a graffiare.

Oltre a ciò, il merito di Solenghi e della sua compagnia è anche quello di trattare la tirchieria – tema comico per eccellenza – con intelligenza e misura. Si ride, e tanto, ma mai con disprezzo. È una comicità che salva, che consente di osservare il vizio con ironia, piuttosto che con astio. Chi è malato di risparmio fino al grottesco si ridicolizza da sé, e lo spettatore si ritrova a ridere di lui, ma anche un po’ con lui, in un equilibrio di empatia e distacco che solo il grande teatro sa offrire.

immagine per Pignasecca e Pignaverde - Teatro Carcano di Milano
Pignasecca e Pignaverde – Teatro Carcano di Milano

Il dialetto genovese – o zenéise – risuona limpido e musicale in tutta la rappresentazione, trasformando la sala in un piccolo teatro ligure trapiantato nel cuore di Milano. Un esperimento linguistico riuscitissimo, capace di affascinare anche chi non conosce ogni sfumatura del lessico, grazie alla forza delle intonazioni, dei gesti, del contesto. È un miracolo dialettale, quello compiuto da Solenghi, che con questa operazione tenta di riportare in auge un idioma troppo spesso relegato alla memoria dei più anziani, offrendolo alle nuove generazioni con dignità e orgoglio.

L’ultima scena è poetica, struggente, quasi cinematografica. La famiglia – ormai ricomposta – si raccoglie nel salotto davanti alla televisione per assistere alla finale di Sanremo. È il 1958, e a vincere è Domenico Modugno con Nel blu dipinto di blu. Un finale che incornicia perfettamente l’intero spettacolo, tra nostalgia, armonia e un’Italia che ritrova se stessa in una melodia che ancora oggi fa sognare tutti i pubblici.

Tullio Solenghi si conferma non solo un grande attore, ma anche un gentiluomo della scena e della vita. Presente, disponibile, generoso nel dialogo con il pubblico, non si sottrae mai a un aneddoto, a un sorriso, a un momento condiviso. È questo forse il segreto del successo travolgente di uno spettacolo che ha registrato il tutto esaurito fin dalle prime date: una combinazione di talento, passione e umanità che conquista.

Se è sold out, un motivo c’è. Anzi, più d’uno!

immagine per Matteo Resemini
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Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.

Una risposta

  1. Mi sono semplicemente consolato. Grazie a Tullio Solenghi x averlo riportato in scena . Oltre Milano, andrà in scena altrove? Grazie

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