Il teatro non ha sempre bisogno di traduzioni; non domanda allo spettatore quale lingua parli, perché sceglie di rivolgersi direttamente alla grammatica più antica che esista: quella del corpo. Il Teatro dei Gordi, in particolare, è una di quelle realtà più originali e riconosciute della scena contemporanea internazionale, capace di attraversare i confini geografici e culturali con una poetica che trova nel gesto il suo vocabolario universale. Non è un caso che, dopo il successo di Sulla morte senza esagerare – spettacolo destinato anche al debutto newyorkese – la compagnia continui a imporsi come uno degli esempi più compiuti di un teatro autenticamente globale.
Se Sulla morte senza esagerare interrogava l’universalità dell’ultimo passaggio dell’esistenza, Pandora, ideato e diretto da Riccardo Pippa, e in scena al Teatro Franco Parenti di Milano, sposta l’indagine sulla soglia “pudica” del corpo.

Non la morte, ma il bisogno fisiologico. Non il trapasso, ma la necessità primordiale di liberarsi da ciò che ci opprime. Il mito del vaso di Pandora viene trasfigurato con una semplicità geniale: il vaso diventa un orinatoio. Il luogo della rivelazione non è più l’Olimpo, ma un bagno pubblico.
L’unità scenica, firmata da Anna Maddalena Cingi, è essenziale e folgorante: lavandini, cabine, specchi, pissoir. Uno spazio attraversato da quella frase, familiare a chiunque abbia frequentato una toilette pubblica: Leave me like you found me. “Lasciami come mi hai trovato”. È quasi un manifesto antropologico, perché nessuno, in quel luogo, riesce davvero a lasciare tutto come l’ha trovato. Ogni ingresso modifica qualcosa; ogni uscita lascia una traccia invisibile.
Oltre a ciò, il bagno immaginato dai Gordi non conosce genere e non per ripetuta denuncia sociale. È uno spazio genderless, dove uomini e donne cessano di essere categorie nette e ritornano ad essere, semplicemente, corpi fragili, vulnerabili, ridicoli e magnifici. Non esiste invasione di uno spazio “altrui”: esiste soltanto una comunità di individui costretti (almeno per pochi minuti) ad abbassare ogni maschera. O forse a indossarne una ancora più autentica.
È qui che la compagnia dimostra ancora una volta la propria straordinaria maturità artistica. La parola viene quasi assolutizzata nella sua assenza; il gesto diventa il vero garante antropologico della comunicazione.
Viene spontaneo pensare al primo assioma della comunicazione elaborato da Watzlawick: non si può non comunicare. I Gordi sembrano prenderlo alla lettera e insieme superarlo. In scena si comunica perfettamente anche quando la parola si dissolve in suono, respiro ed esitazione. È un teatro che parla tutte le lingue proprio perché rinuncia a possederne una.

Se la Torre di Babele rappresentava la frattura del linguaggio umano, i Gordi sembrano costruirne il contrario. Ogni loro spettacolo è una risposta poetica al mito biblico: un teatro poliglotta che restituisce alla comunicazione la sua originaria vocazione universale. Nessuna barriera linguistica sopravvive davanti a un corpo che trema, ride, vomita, si vergogna, desidera, urina, piange.
La successione delle figure che abitano questo limbo è costruita con una precisione quasi entomologica.
Il “germofobo” che, nel tentativo ossessivo di evitare qualsiasi contaminazione, finisce per perdere gli occhiali nel cestino; il giovane dalla doppia identità che trova nella toilette il proprio camerino segreto; il maniaco sessuale che trascina gli altri in una delirante e irresistibile “falloforia” sulle note del Ciodo del Fero Vecio; il ballerino di latino-americano che vomita prima della competizione; la donna rapita dalla disperazione; l’interprete improvvisato che diventa mediatore fra un uomo in frantumi e chi dovrebbe comprenderlo.
Episodi apparentemente minimi che, come nei migliori racconti neorealisti francesi, spalancano improvvisamente l’abisso dell’esistenza.
Merita un elogio senza riserve l’intera compagnia: Claudia Caldarano, Cecilia Campani, Giovanni Longhin, Andrea Panigatti, Sandro Pivotti e Matteo Vitanza, interpreti che, sotto la guida rigorosa e visionaria di Pippa, compongono un organismo scenico perfettamente sincronizzato.
Nessuno prevale sull’altro, perché la vera protagonista è la coralità. Fondamentale anche il contributo della dramaturg Giulia Tollis, delle maschere e dei costumi di Ilaria Ariemme, delle luci di Paolo Casati, del suono di Luca De Marinis.
In un’epoca che pretende continuamente spiegazioni, Pandora sceglie la via più difficile: quella dell’immagine esposta dell’individuo. Non costruisce personaggi psicologici, ma lascia emergere archetipi quotidiani.
Ci si augura allora che questo vaso di Pandora rimanga ostinatamente aperto. Perché da esso non fuoriescono sciagure, bensì la possibilità di un teatro capace di parlare a chiunque, ovunque, senza bisogno di interpreti. Un teatro irriverente e poetico, feroce e tenerissimo, che continua a ricordarci come, prima ancora di appartenere a una lingua o a una cultura, apparteniamo tutti alla stessa fragile condizione umana.
Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.
- Matteo Resemini
- Matteo Resemini
- Matteo Resemini
- Matteo Resemini
- Matteo Resemini
- Matteo Resemini
- Matteo Resemini
- Matteo Resemini
- Matteo Resemini
- Matteo Resemini









