Come la Maddalena dei Vangeli, figura liminale tra condanna e salvezza, anche la protagonista di Petrolio, una storia a colori attraversa la scena portando addosso il peso di uno sguardo sociale che giudica prima ancora di tentare di comprendere. Ma se nella narrazione biblica la redenzione passa attraverso il riconoscimento di Cristo, qui la salvezza – più fragile e più terrena – avviene nello spazio mistico del teatro, là dove il palcoscenico diventa luogo di connessione profonda tra chi guarda e chi si espone.

Lo spettacolo in questione è andato in scena al Teatro Franco Parenti di Milano, con la drammaturgia di Beatrice Gattai e la regia di Alessio Di Clemente. Si tratta di un’unità scenica che rinuncia a qualsiasi forma di compiacimento morale per affidarsi a una verità disarmante. È un teatro che non spiega, ma implica e che anzi di denunciare, decide di incarnare, oltrepassando dei tabù, oggi non poi più così tanto tabù.
Beatrice Gattai interpreta una prostituta moldava alla quale tutto è stato sottratto: il corpo, la patria, la stabilità, perfino la possibilità di essere chiamata sempre con lo stesso nome. Ciò che le rimane è la dignità ultima di conservarne uno come un dono segreto.
I nomi che le vengono attribuiti, infatti, cambiano a seconda delle esigenze, delle fantasie, delle violenze simboliche dei clienti; eppure, solo nel finale, emerge il più puro, il più vero: Maria. Un nome che si staglia come il bianco assoluto contro il fango della professione, restituendo una verticalità morale che non assolve, ma umanizza.
Gattai è straordinaria nella costruzione del personaggio: la sua pronuncia modulata da una cadenza slava mai caricaturale, la precisione fonetica, il controllo prosodico, concorrono a creare un naturalismo di rara autenticità. La sua presenza scenica intrattiene e commuove senza mai indulgere nel patetico, ancorandosi a una verità emotiva che arriva diretta allo spettatore.
Alessio Di Clemente, oltre alla regia, si assume il rischio interpretativo di un cliente problematico, figura ambigua e disturbante, che si rivela progressivamente attratto da Maria più di quanto egli stesso sia disposto ad ammettere.

È il ritratto inquietante di un uomo che si percepisce superiore, ma che incarna una violenza sottile e strutturale: l’incapacità di accettare l’infertilità della moglie (che è anche la propria), il rifiuto di riconoscere la libertà affettiva di una donna che sceglie di andarsene, e il trattamento degradante riservato a Maria, che egli chiama Natasha perché “più eccitante”.
La sua interpretazione si muove tra due poli estremi: la brutalità improvvisa e una tenerezza spiazzante, che esplode nel racconto dei bambini dell’Isola che non c’è, richiamo diretto a Peter Pan di J. M. Barrie. Qui il parallelismo si fa potente: quei bambini eterni diventano metafora dei figli mai nati, delle vite abortite, trasformate in presenze angeliche di un passato che non può essere né redento né cancellato. È uno dei momenti più alti e perturbanti dello spettacolo.
La vera sorpresa, però, è Andrea Lintozzi, corpo e voce di un giovane personaggio disabile. La sua recitazione è misurata, priva di qualsiasi artificio compassionevole. Nei momenti condivisi con la prostituta, emerge una tenerezza lancinante, costruita su silenzi, gesti minimi, sguardi che dicono più di qualsiasi battuta. È teatro dell’autenticità, che colpisce in profondità proprio perché riconoscimento senza pietismi retorici.

Dal punto di vista visivo e atmosferico, lo spettacolo sembra condurre lo spettatore dentro una stanza che è sia atelier di un pittore realista dell’Ottocento, sia casa chiusa: richiama la materia viva e ruvida della scuola di Courbet, dove il reale non viene idealizzato, ma mostrato nella sua densità fisica e morale. Ogni quadro scenico è un frammento senza cornice di umanità esposta.
Il petrolio, evocato nel titolo, trova senso nella dimensione onirica del sogno della protagonista: è la sostanza primordiale, nera e vischiosa che impregna la sua esistenza e la soffoca. Eppure, paradossalmente, il colore non manca mai. Anzi, si avverte una tavolozza inattesa: dall’écru della carta grezza al rosso della sanguigna, fino al nero del carboncino dei bozzetti sparsi, come se la vita avesse tentato, invano, di disegnare una bellezza sopra una macchia violenta.
Petrolio promette di affrontare temi complessi e spesso strumentalizzati, dall’utero in affitto, all’aborto, fino alla prostituzione, all’inclusione sessuale delle persone con disabilità, ma in realtà fa molto di più. Restituisce una fotografia di estrema normalità, dove il dolore non è eccezione ma condizione, e dove la redenzione non arriva come miracolo, bensì come possibilità di essere visti. Ecco perché è uno spettacolo da vedere.
Ci piace immaginare questo testo come il riscatto di una “Maria Maddalena contemporanea”: una donna che forse, un giorno, imparerà a ridipingere quei colori che la vita ha coperto sulla tela della sua esistenza con una colata brutale di petrolio.
Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.








