Alice & Loris, ovvero Loris Fabiani e Alice Redini attori e personaggi che stanno benissimo insieme sul palco, ma anche sulle scalinate, dietro le quinte e in ogni angolo della Sala Bausch del Teatro Elfo Puccini di Milano.
Perché, quando è possibile – e talvolta lo è di frequente in fase di progettazione e revisione dei copioni – le regie teatrali non mancano mai di compiere una sollazzevole promenade nella direzione che li porta alla “scorciatoia” stilistica dello sperimentalismo metateatrale.
Da decenni, ormai, questo percorso filo-pirandelliano, viatico in origine bistrattato e criticato dai puristi della drammaturgia e attraversato da pochi timidi, ma coraggiosi esploratori, è diventato assai comune.
Purtroppo, così come nascono slanci creativi pertinenti e sensati, allo stesso modo capita, non di rado, che gli spettacoli pullulino di un cattivo metateatro, pensato male e realizzato peggio, poiché pesante, inespressivo e banale.
Quando però, miracolosamente, succede di vederlo messo in atto con rigorosa semplicità e con una sana dose di ponderata sensatezza, si capisce il peso originario di questa formula tecnica del teatro, e tutto, ma proprio tutto torna a funzionare con armonia.

Con la modulata ilarità dello StanD-uo Comedy, la quarta parete si sgretola sin da subito e più che metateatro, Loris e Alice sembrano due “metà a teatro”.
La ricetta scenica preparata si mescola a una nuova comicità di taglio contemporaneo: quella del paradosso esasperante, di sconci calembours e di frizzanti jeux mots, il tutto miscelato al realismo quotidiano che si potrebbe intravedere in qualsiasi coppia di amici, coniugi e amanti che dibattono.
Alice si finge impacciata e sfodera il grammelot alla Fo, interpretando una simpaticissima lettura norvegese dello sconosciuto premio Nobel Knut Hamsun. Il pubblico ride crassamente.
Da lì in poi, il caos: una fitta e ditirambica litigata tra due fidanzati che ghignano e si scimmiottano con gioia e finto rancore. Si litiga sui pensieri drammatici, sui propri piatti preferiti, sulle scuole di pensiero che educano e diseducano gli attori a destreggiarsi sul palco, tra l’esagerazione e la levigatezza dei gesti. Bellissime le disamine sul sesso, specie quello spinto, sul catcalling e il “cazcalling”, alternate a massime di musica, arte e filosofia di finto buonsenso.
Un caos ordinatissimo, invero, e tutto avviluppato nel pubblico e con il pubblico, interpellato costantemente in un interrogatorio-inquisitorio che ha tutto il sapore di una chiacchierata comica e collettiva.
Alice veste la maschera sentimentale della propria convivenza con Loris, che solo alla fine si separa incoscientemente dal proprio sé, per entrare nella calzamaglia bianca del personaggio che lo ha reso celebre sul piccolo schermo, nel programma televisivo LOL 4: lo schizoide Lunanzio.
Quest’ultimo, oltre ad aver fatto valere la fama cabarettistica di Fabiani, è una simpatica trovata di condire volutamente la parola con una sacra ambiguità, quella che oscilla tra il politicamente scorretto e grammaticalmente rigurgitato.
Durante tutta la stand-up comedy si ride insieme di un riso sanissimo, un riso improvviso che imperversa dalla nonsense delle battute, identificandosi in due figure clownesche, truccate con la migliore maschera da poter indossare ogni giorno: la propria.
Una pièce simpaticissima per un trascorrere un’ora e un quarto in allegria.
Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.








