ultimi articoli dell'autore

Costruire o ascoltare? Il regista nell’epoca delle relazioni fragili. Intervista ad Andrea Piazza.

Forse abbiamo guardato troppo a lungo alla regia italiana come a una genealogia di nomi, di maestri, di firme riconoscibili. Ma cosa accade quando il regista smette di essere un centro e diventa, piuttosto, un punto di incontro? Dalle parole di Andrea Piazza, firma emergente della regia teatrale italiana, si sviluppa una traiettoria che sfugge alle definizioni rigide. Non una linea, ma una convergenza. Non una disciplina, ma una mescolanza.

immagine per Costruire o ascoltare? Il regista nell’epoca delle relazioni fragili. Intervista ad Andrea Piazza.
Andrea Piazza. Foto di Micol Sacchi

È proprio in questa contaminazione che si intravede una possibile direzione per il futuro: una regia che non costruisce solo messaggi, ma apre spazi e coltiva relazioni.

In un mondo iperconnesso, eppure attraversato da una solitudine diffusa, il teatro sembra custodire una contraddizione fertile. È l’arte dello stare insieme che indaga l’isolamento. È il luogo della presenza che mette in scena l’assenza.

E allora il regista, per Piazza, non è più soltanto colui che guida, ma chi crea le condizioni affinché qualcosa accada tra gli altri. Forse il futuro della regia italiana non sarà definito da nuove “figure” da riconoscere, ma da nuove modalità di ascolto.

Registi che lavorano come giardinieri: progettano, sì, ma accettano di cambiare direzione, di lasciare spazio all’imprevisto, di farsi attraversare dagli altri.

È una prospettiva che mette in crisi l’idea stessa di autorialità. Perché dirigere oggi potrebbe significare, prima di tutto, rinunciare a controllare completamente ciò che si crea.

immagine per I corpi che non avremo [in produzione 2026, prod. Ensemble Teatro]. Foto di Alessandro Villa
I corpi che non avremo [in produzione 2026, prod. Ensemble Teatro]. Foto di Alessandro Villa
immagine per Dopo la tempesta, [2024, prod. Teatro Out Off]. Foto Alessandro Villa
Dopo la tempesta, [2024, prod. Teatro Out Off]. Foto Alessandro Villa

Quali sono state e quali sono le tue principali influenze artistiche?

Io provengo da una formazione tripartita: mi sono formato teatralmente in Paolo Grassi come regista, sono stato violinista e non in ultimo mi sono laureato in Storia dell’arte. Questi tre cammini, nel corso dei primi anni, si sono poi un po’ uniti in quello che è diventato “il mestiere”.

Quindi, in questo campo registico, in cui mi piace sfiorare ambiti diversi, dalla musica lirica fino alle reminiscenze artistiche, le carte del mio teatro nascono in una vera e propria mescolanza di discipline.

Nella scelta dei lavori c’è sempre una sorta di richiamo istintivo; qualsiasi sia il materiale, che si tratti di un romanzo su cui poter lavorare teatralmente o un’opera lirica, il regista deve usarlo per scoprire qualcosa di più sul mondo, su noi stessi e sugli altri.

Io credo molto nel teatro come una lente per studiare le relazioni tra gli esseri umani, soprattutto le crepe del mondo, perché dopotutto il teatro permette di inoltrarsi proprio nelle contraddizioni, e soprattutto permette di non dare solo risposte facili, essendo anche un canale molto meno univoco della televisione o del cinema.

E da queste coincidenze ci sono stati dei temi sui quali ti è piaciuto lavorare o dei messaggi che sono stati maggiormente affini alla tua visione del mondo?

Mi fa sorridere l’espressione ‘affiorare’, perché spesso e volentieri mi trovo a riguardare quello che ho fatto anche in questi anni e prendo coscienza di costanti ritorni che si affacciano nelle mie regie.

Innanzitutto, io credo che – teatralmente – noi sul palco non dobbiamo occuparci di messaggi, ma di domande; io non mi pongo mai il problema di cosa dire esattamente, perché credo che voler portare un messaggio unico al pubblico sia un grande rischio. Invece, credo che il teatro abbia una enorme potenzialità nell’infiltrarsi in tutta una serie di contraddizioni contemporanee, a partire da un tema che sento molto forte e che è tornato più volte in vari progetti: quello della solitudine.

Quello che rimane tra noi e gli altri in un mondo iperconnesso, in un mondo che ci stimola costantemente all’azione, alla reazione, a messaggi, mail, telefonate, incontri, call. È un mondo che costantemente ci offre strumenti per connetterci, in cui però sorprendentemente galleggia una grande sacca di solitudine che tocca un po’ tutti in maniera molto diversa.

Ne veniamo toccati noi trentenni, ne vengono toccati gli adolescenti, i bambini ed enormemente anche gli anziani. Questa è una contraddizione, ad esempio: il teatro, che è per eccellenza l’arte della relazione, dello stare insieme in un luogo, paradossalmente diventa quasi lo strumento migliore per indagare, e – in parte – curare l’isolamento opposto.

Un altro tema a me molto caro è il rapporto con la memoria, con quello che siamo, con la nostra immagine e con ciò che invece vorremmo diventare, nascondendoci sotto molte maschere.

Qual è stata la più grande sfida che hai affrontato durante una delle tue produzioni che da mera difficoltà si è rivelata un’opportunità?

Essendo il teatro una vera e propria ‘galassia’ di collaboratori, la prima vera difficoltà che si tramuta in opportunità è quella di uscire dal modello del regista come unico, solo e grande maestro al comando, seguito da tutti gli altri, dagli attori alle maestranze. Ogni volta che si incontra un essere umano diverso, ci si trova a mettere in gioco anche il progetto in una misura che evolve in un modo diverso.

Lavorando spesso con la scenografa Alice Vanini, crescendo artisticamente insieme e anche avendo un’idea comune dell’uso dello spazio scenico come parte integrante della drammaturgia, spesso e volentieri capita che lei mi proponga visuali di progetto che apparentemente non c’entrano assolutamente nulla da quelle che mi prefisso.

In Parlami come la pioggia di Tennessee Williams, ormai in scena da tre anni al Teatro Parenti con Valentina Picello e Francesco Sferrazza Papa, Alice mi ha proposto un bozzetto che non c’entrava nulla: una parete di assi che ostruiva completamente il palcoscenico.

Da lì è nata poi l’idea stessa che regge uno dei cinque atti unici dello spettacolo: il pubblico, disposto a 360°, vede solo l’attrice o solo l’attore e non ha la percezione di quello che invece avviene dall’altro lato delle assi.

La progettazione in realtà sta sì nel progettare meticolosamente, ma poi anche nel “dimenticare” il progetto, come passare dalla “materia-pioggia” alla “materia-legno”. Questo è un salto verso un ignoto che si approfondisce grazie agli altri e all’altro.

immagine per Parlami come la pioggia [2023, prod. Teatro Franco Parenti]. Foto di Luca Del Pia
Parlami come la pioggia [2023, prod. Teatro Franco Parenti]. Foto di Luca Del Pia

In termini di prospettive artistiche, c’è qualche lavoro che vorresti mettere in scena prossimamente?

Per ora in lavorazione c’è Un barbiere di Siviglia con Opera Domani che debutterà l’anno prossimo e un concerto-spettacolo sui sonetti di Shakespeare che andrà in scena a settembre all’Out-Off di Milano per il suo 50° anniversario.

Quest’ultimo progetto nasce proprio dal fatto che non ho mai affrontato Shakespeare prima d’ora, sia perché non l’ho trattato in accademia, sia perché – di fatto – ne sono lontano in qualità di lettore, e quindi mi sono proposto di incontrarlo in qualche modo, cambiando però prospettiva e partendo dalla sua poesia e non dai drammi più celebri.

Inoltre, spero che ci sia modo di lavorare in futuro sulla poetica brechtiana; credo che nel mondo in cui viviamo, soprattutto in questo impazzimento vorace della società, di caduta delle certezze, recuperare quel tipo di prospettiva (anche) politica, per poi aggiornarla al presente, sia molto importante.

Madre coraggio e i suoi figli o L’anima buona di Sezuan sono testi che secondo me ci unirebbero molto, sarebbero molto utili per la società attuale e che paradossalmente non vediamo in scena!

Quali sono stati i “no” più difficili da accettare dall’inizio della tua carriera?

Quando inizi a fare questa professione capisci che i “no” sono molto più numerosi dei “sì”. Io mi sono diplomato e ho iniziato a lavorare durante il Covid e proprio il mondo ha cercato di dirmi “no” nel 2020. Lì però è stato un modo per ripensare proprio quello che stavo facendo e che avrei voluto fare dopo la formazione.

O ancor prima, il primo rifiuto all’esame d’ammissione in Paolo Grassi per il corso di regia. Quella bocciatura è stata molto preziosa, perché ho passato tre anni a Milano, studiando letteratura, storia dell’arte e andando a vedere un sacco di spettacoli che si sono inevitabilmente resi utili per il mio futuro.

Come influenzano il tuo modo di raccontare le regie le persone a te vicine?

Tendenzialmente non conosco un teatro che anche in minima parte non sia autobiografico.  Se mi devo appoggiare a un materiale letterario o meno, mi baso sempre sull’esperienza altrui piuttosto che sulla mia, ma è inevitabile raccontarsi silenziosamente all’interno dei propri lavori.

Mi capita spesso di raccontare i miei progetti alle persone a me più vicine e lì nasce un confronto che mi aiuta a crescere a priori.

Al contrario, quando ti vengono a vedere alla prima, le persone partoriscono osservazioni e sguardi che tu riconosci solo a posteriori e che magari non hai visto o riconosciuto prima, come un tema emerso o un’immagine che nella foga non avevi individuato.

Ho la fortuna di avere intorno a me un vasto mondo non solo teatrale: da un lato sono circondato da amici e colleghi teatranti e dall’altro da conoscenze che concepiscono ancora il teatro come un’occasione festiva e non professionale.

Ci sono tre immagini, tre parole, tre aggettivi, per poter sintetizzare chi sei?

Strettamente legato al mio mestiere, la prima parola che scelgo è giardinaggio. Io non ho il pollice verde, proprio zero, sarei capace di ammazzare anche un cactus di plastica. Però mi trovo a fare una professione che, secondo me, è un po’ quello del giardiniere. Mi spiego meglio: io ho un progetto, ho un’immagine, lavoro in una direzione precisa, su un sentiero preciso, decido il disegno del giardino nel dettaglio, ma poi lavoro con quel tipo di fiore, quel tipo di pianta, perché quel fiore e quella pianta cresca al meglio.

Mi concepisco molto in questo e mi lascio anche quella libertà di entrare in dialogo con l’attore che è una sorta di “serra teatrale”.

Al di fuori della professione in sé, un’altra parola è agenda.  Molti amici ironicamente mi dicono: «Strano che sei un regista! Sei sempre così organizzato!» Ecco, c’è questa mentalità maniacale dietro; il mio cervello concepisce una dimensione organizzativa analogica per tutto, con calendari aperti, schemi, post-it, parole e frecce che si intersecano. Non andrei da nessuna parte senza i miei taccuini.

Come ultima parola ti direi… infanzia. Proprio per il fatto che i ricordi ci influenzano tantissimo e per la necessità di ritrovare sempre una dimensione e uno sguardo ‘infantile’ che dimora in noi. Io sono un grande appassionato di cartoni animati, sono un modello di ritmo, di bellezza e di costruzione narrativa profondamente ispiratrice.

Quest’importanza dell’infanzia, dei nostri oggetti, di chi siamo stati, diventa fondamentale, soprattutto perché poi tendiamo a sbarazzarcene, a rimuovere tutto quello che è stato. E invece è proprio il bimbo che c’è in noi che ha bisogno di respirare.

Una filastrocca, per esempio, una poesia imparata a memoria, persino quel sentimento di nostalgia nello sguardo di una fotografia di quando si è piccoli, quel sapore lo reputo infinitamente mio.

 

immagine per Matteo Resemini
+ ARTICOLI

Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.

Una risposta

  1. Ho moltissima stima e ammirazione per Andrea Piazza, nei suoi spettacoli ritrovo sempre grande sensibilità nel trattare temi difficili con una dolcezza e umanità che colpiscono ed emozionano nel profondo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *