In occasione della chiusura della stagione teatrale del Teatro Menotti, la Biblioteca Sormani di Milano ha accolto un appuntamento di forte intensità culturale: Uno, nessuno e centomila, il monologo tratto dal capolavoro di Luigi Pirandello, interpretato da Enrico Lo Verso, con la regia e l’adattamento di Alessandra Pizzi.

Anche quest’anno un luogo simbolico come la Biblioteca Sormani, custode della memoria letteraria milanese, si è trasformato in uno spazio di confronto emotivo e intellettuale, dove il teatro ha incontrato la riflessione filosofica sull’uomo contemporaneo. In poco più di un’ora di spettacolo, Lo Verso ha costruito un dialogo diretto con il pubblico, trascinandolo dentro il labirinto interiore di Vitangelo Moscarda, protagonista di una delle più profonde analisi mai scritte sulla crisi dell’identità individuale.

La presenza scenica dell’attore è immediatamente dominante: un corpo apparentemente esile, una voce eloquente e un ritmo narrativo capaci di diventare strumenti attraverso cui prende forma il tormento di un uomo costretto a confrontarsi con le molteplici immagini che gli altri hanno costruito di lui. Lo Verso non interpreta semplicemente un personaggio letterario, ma attraversa la condizione umana universale di chi scopre improvvisamente la distanza tra ciò che crede di essere e ciò che il mondo vede.
Dopo oltre dieci anni di distanza dal palcoscenico teatrale, l’attore ha coraggiosamente scelto proprio Pirandello per il suo ritorno, trasformando il testo in un’esperienza capace di superare la dimensione della rappresentazione classica. Il risultato è una lettura che non tradisce l’essenza dell’opera originale, ma la rende vicina alle sensibilità di oggi, parlando a generazioni diverse attraverso un linguaggio teatrale essenziale e immediato.
Uno, nessuno e centomila continua, infatti, a mantenere una sorprendente attualità, perché affronta una delle questioni centrali della società contemporanea: la costruzione dell’identità in un mondo nel quale l’immagine pubblica, il giudizio degli altri e la percezione esterna spesso finiscono per sostituire la conoscenza autentica di sé. Pirandello, anticipando temi oggi amplificati dalla comunicazione digitale e dai nuovi modelli sociali, racconta la difficoltà dell’essere umano nel riconoscersi fuori dagli schemi e dalle definizioni imposte.
Il romanzo-saggio pirandelliano – pubblicato esattamente un secolo fa – rimane così una straordinaria indagine sulla frammentazione dell’io: l’individuo scopre di non essere una sola persona, ma tante quante sono le prospettive attraverso cui viene osservato dagli altri. E proprio in questa moltiplicazione delle identità emerge il paradosso finale: la perdita di una forma definitiva, la condizione nichilistica, intesa non soltanto come smarrimento ma anche come possibile liberazione dalle maschere quotidiane dell’artefatto identitario.
Questa trasposizione teatrale affronta anche la complessità strutturale dell’opera, caratterizzata da una narrazione di per sé frammentata e da un continuo intreccio tra esperienza concreta e riflessione interiore. La sfida consiste nel rendere accessibile al pubblico contemporaneo un percorso mentale articolato, fatto di dubbi, contraddizioni e improvvise rivelazioni. Un equilibrio che nasce dal lavoro congiunto tra interprete e regista, capaci di trasformare la profondità filosofica di Pirandello in una materia teatrale viva.
Particolarmente significativo è il rapporto instaurato da Lo Verso con gli spettatori. La sua disponibilità al confronto prima e dopo la rappresentazione crea una continuità tra palco e platea, quasi una sorta di “terzo tempo” teatrale: un momento in cui l’esperienza artistica prosegue attraverso l’incontro umano, la conversazione e la condivisione delle emozioni suscitate dallo spettacolo.
Sul palco, Vitangelo Moscarda appare vestito completamente di bianco: una scelta visiva che supera il semplice elemento scenografico e assume palesemente il valore di un simbolo cromatico. Quel colore neutro e universale sembra rappresentare un uomo ancora privo di definizioni, pronto a confrontarsi con il processo doloroso e necessario della propria trasformazione con una vestibilità che tange i confini del camice ecclesiastico e della camicia di forza.
La forza di questa versione di Uno, nessuno e centomila sta proprio nella capacità di dimostrare che Pirandello non appartiene soltanto alla storia della letteratura, ma continua a interrogare un presente universale. Il teatro, ancora una volta, diventa così il luogo in cui un grande classico torna a respirare, mostrando quanto siano ancora profonde le domande sull’identità, sull’apparenza e sulla libertà dell’individuo, così come tra le pagine di un romanzo, in egual misura nel chiostro raccolto della biblioteca più amata di Milano.
Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.
- Matteo Resemini
- Matteo Resemini
- Matteo Resemini
- Matteo Resemini
- Matteo Resemini
- Matteo Resemini
- Matteo Resemini
- Matteo Resemini
- Matteo Resemini
- Matteo Resemini










Una risposta
Ottimo articolo che coglie perfettamente il significato di questo adattamento teatrale e l’impegno di Enrico Lo Verso.
Faccio solo presente che Lo Verso non torna al teatro dopo dieci anni, ma lo ricalca da 10 anni, portando in tutta Italia soprattutto questo spettacolo.