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La differenza come destino, la dignità come scelta. Luca Toracca e il viale del tramonto che conduce all’eternità

di Matteo Resemini

C’è qualcosa di profondamente commovente e intimo nell’entrare in sala e trovarsi davanti a una scena che sembra già raccontare una vita prima ancora che la parola venga pronunciata.
Quentin Crisp. La speranza è nuda, testo di Mark Farrelly nella traduzione di Matteo Colombo e a cura di Ferdinando Bruni, andato in scena al Teatro Elfo Puccini di Milano, si apre come il sipario della memoria: un drappeggio rosso Valentino in taffetà di seta, una petineuse da trucco con due teste da parrucca, un manichino ornato da un boa di struzzo, un sofà disfatto e sommerso da oggetti e rifiuti che sembrano più reliquie della solitudine che semplici elementi scenografici.

immagine per Quentin Crisp - Teatro Elfo Puccini, Milano. Ph. Matteo Resemini
Quentin Crisp – Teatro Elfo Puccini, Milano. Ph. Matteo Resemini

Il lavoro di Roberta Monopoli per scene e costumi costruisce un ambiente sospeso tra camerino, appartamento e confessionale, uno spazio mentale prima ancora che fisico.

In questo luogo dell’anima entra lui: Luca Toracca.

Ottantasette anni, volto storico dell’Elfo, Toracca non interpreta Quentin Crisp: lo accoglie dentro di sé. Compare in scena salutando il pubblico come si saluterebbero ospiti abituali di un cocktail party, annullando immediatamente la distanza tra palco e platea.

La redingote grigia e smeraldo double-face e la parrucca color henné segnano il primo tempo della narrazione, quello londinese; successivamente una parrucca grigio polvere accompagna il passaggio alla maturità del protagonista, trasformando un semplice cambio estetico in una scansione esistenziale statunitense.

immagine per Luca Toracca - Quentin Crisp Teatro Elfo Puccini. Ph. Laila Pozzo
Luca Toracca – Quentin Crisp Teatro Elfo Puccini. Ph. Laila Pozzo

È una prova d’attore che colpisce per misura e intimità. Toracca possiede una qualità sempre più rara: sa trattenere il pubblico senza mai forzarlo. Non cerca l’effetto, non rincorre l’applauso. Affida tutto alla parola, al ritmo del racconto, all’intelligenza dell’ascolto.

E proprio nella semplicità di questa conversazione immaginaria emerge la grandezza della sua interpretazione. Il Quentin Crisp evocato dall’attore ripercorre la propria esistenza senza indulgenza né vittimismo.

Racconta le persecuzioni subite nell’Inghilterra della Seconda guerra mondiale, le violenze della polizia, le umiliazioni inflitte a chi veniva considerato colpevole soltanto di essere diverso.

Ricorda il processo che lo vide accusato per la propria omosessualità e da cui uscì brillantemente assolto, dimostrando l’assurdità di una società che trasformava l’identità in reato.

immagine per Luca Toracca - Quentin Crisp Teatro Elfo Puccini. Ph. Laila Pozzo
Luca Toracca – Quentin Crisp Teatro Elfo Puccini. Ph. Laila Pozzo

Eppure, lo spettacolo non si limita alla ricostruzione biografica. Farrelly e Bruni comprendono che la vicenda di Quentin Crisp interessa ancora oggi perché supera la cronaca per diventare filosofia dell’esistenza.

Crisp non fu un uomo che visse gli eccessi; fu piuttosto qualcuno che, come amava dire lui stesso, gli eccessi li abitò. La sua vita dimostra come la marginalità non sia una condizione naturale, ma una costruzione sociale, un confine artificiale tracciato da chi stabilisce cosa sia accettabile e cosa no.

Da questo punto di vista risulta particolarmente significativa la scelta registica delle interviste immaginarie in stile sitcom americana. Le domande rivolte a Crisp da anonime casalinghe diventano il pretesto per costruire un dialogo ironico e profondamente umano con gli spettatori.

La figura eccentrica, scintillante e apparentemente caricaturale del protagonista si trasforma così in una sorta di consigliere sentimentale degli esclusi, degli ultimi, di tutti coloro che si sono sentiti inadeguati rispetto a un modello dominante.

La riflessione centrale dello spettacolo riguarda infatti il rapporto tra unicità e appartenenza.

In un tempo che celebra l’inclusione come valore assoluto, Quentin Crisp ricorda una verità più complessa e meno rassicurante: l’inclusione nasce sempre da un’esperienza di esclusione.

Non si comprende il significato dell’accoglienza senza aver conosciuto il rifiuto. Non si conquista la libertà senza aver attraversato il pregiudizio.

Interessante, in questo senso, il disegno scenico che delimita il bordo del palcoscenico con una fila di lampadine simili a quelle degli specchi delle grandi dive. È un’immagine di straordinaria efficacia simbolica. Quelle luci sembrano tracciare una linea invisibile tra ciò che la società definisce “normale” e ciò che considera “eccezionale”.

Una soglia che separa e al tempo stesso illumina. Quentin Crisp vive esattamente su quel confine: troppo diverso per essere assimilato, troppo autentico per essere cancellato.

Vengono inevitabilmente alla mente alcune riflessioni di Somerset Maugham, autore che più volte osservò come la vera tragedia dell’esistenza non consista nell’essere giudicati, ma nel vivere secondo aspettative altrui. Crisp fece l’esatto contrario.

Rinunciò all’approvazione per conquistare la verità. E questa scelta, che agli occhi dei contemporanei appariva provocatoria, oggi assume il valore di una testimonianza etica.

Per questo La speranza è nuda trova una collocazione ideale nel mese del Pride senza ridursi mai a spettacolo celebrativo o militante.

Non parla semplicemente di orgoglio: lo incarna. Mostra come la dignità non sia una rivendicazione identitaria, ma una pratica quotidiana di resistenza. Crisp non chiede di essere amato; pretende soltanto il diritto di esistere.

Alla fine, però, il pensiero torna inevitabilmente a Luca Toracca. C’è qualcosa di profondamente poetico nel vedere un attore di ottantasette anni confrontarsi con un personaggio che ha trasformato il proprio tramonto in una forma di luce.

Toracca porta in scena non solo la storia di Crisp, ma anche la consapevolezza di chi conosce il valore del tempo, della memoria e della permanenza. Il suo non è un congedo, bensì una testimonianza.

Così come Quentin Crisp ci ha insegnato che essere sé stessi è un atto di coraggio, Toracca dimostra che non è mai troppo tardi per percorrere con eleganza il proprio viale del tramonto. Non per nostalgia di ciò che è stato, ma per lasciare in eredità alle generazioni future la prova che autenticità e libertà sono le uniche forme di immortalità concesse agli esseri umani.

E quando si spengono le luci, resta proprio questo: la sensazione rara di aver incontrato due uomini che, in epoche e modi diversi, hanno scelto di non chiedere il permesso di esistere. Una lezione che il teatro, quando raggiunge la sua forma più autentica, sa ancora consegnare con disarmante semplicità.

immagine per Matteo Resemini
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Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.

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