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L’ultimo treno da Kiev. Stefania Nardini racconta le difficili scelte delle donne ucraine dopo vent’anni

di Rita Baghino

Attualissimo il tema di questo libro di Stefania Nardini dal titolo L’ultimo treno da Kiev edito da “Les Flaneurs” nel 2023.

L’autrice scrisse questo libro, che venne pubblicato da una piccola casa editrice, nel 2001. Venne fotocopiato e diffuso clandestinamente in Ucraina fino a questa nuova edizione. Molti dissero che l’autrice era sicuramente ucraina. 

In questa vicenda “la storia” fa da sfondo alle vicende personali della protagonista: il crollo del muro di Berlino dell’89 e la fine della sua storia sentimentale coincidono. Due libertà diverse che possono aprire o meno insperati orizzonti. 

immagine per L'ultimo treno da Kiev. Stefania Nardini

La protagonista, Irina, è una giovane donna e madre ucraina ed ha una laurea in letteratura. Racconta la storia difficile del suo paese, prima duramente provato dal processo di omologazione della dittatura russa, dalla carestia del 1932 – 1933 in cui morirono circa 7 milioni di persone a causa della “collettivizzazione” delle terre imposta  ai contadini ucraini, e infine Chernobyl. 

Per chi è vissuto in un regime autoritario di qualunque colore c’è come una sospensione della propria vita che, se si è “fortunati”, si svolge altrove. La speranza di tornare nel proprio paese liberato e riprendere la vita da dove si era lasciata, non muore mai.         

Da Truskavets Irina un giorno si sposta in treno per recarsi in un’agenzia di collocamento di Kiev, la città dove ha fatto gli studi universitari.

Da Kiev inizia per molti il sogno dell’occidente. La città le appare subito molto cambiata: «Nuovi ricchi che ostentavano il lusso europeo e una povertà nuova. I McDonald’s disseminati in tutta la città non erano altro che il sogno fatuo per la gioventù a caccia di uno sballo occidentale».  

Dal crollo del muro l’alibi del post comunismo non è più sufficiente, e neanche il nazionalismo. Sono emigrate più di cinquecentomila donne ucraine per trovare un lavoro dignitoso in Europa.

La maggior parte di loro, tra il 1992 e il 2005 ha trovato occupazione soprattutto come badanti, ma anche donne delle pulizie e baby sitter. La rivoluzione arancione, avvenuta dopo le elezioni del 2004, non c’è ancora stata. 

La corruzione è diffusa, e le procedure burocratiche per ottenere visti e passaporti sono contorte e costituiscono un terreno fertile per le infiltrazioni mafiose e la criminalità organizzata. 

ll suo paese di origine, Truskavets, ha una sorgente termale che è stata per moltissimo tempo il cuore dell’economia locale. Dopo il crollo del muro la cittadina era stata inghiottita dai palazzoni tipici del socialismo reale separati da piccoli orti e pollai che consentivano agli abitanti di difendersi dalla fame: un vero microcosmo cittadino e contadino pieno di paradossi.

Le città operaie erano diventate un susseguirsi di fabbriche chiuse. I divorzi aumentati moltissimo: le donne avevano imparato a non subire, e molti uomini avevano perso il lavoro; la crisi economica «pesava sui sentimenti, sulle relazioni umane. (…) La laurea, come i rubli, era carta straccia». 

L’idea di abbandonare l’Ucraina prende piede dentro Irina e in molti come lei. Insieme ad un’amica si reca dunque in quell’agenzia. È una scelta  piena di dubbi e di timori. Su tutti i suoi preparativi aleggia anche la paura di finire in un giro di prostituzione.  

Nardini descrive bene il percorso ad ostacoli interiore ed insieme pragmatico necessario per arrivare alla decisione definitiva; comunicarlo ai suoi genitori, alla figlia che resterà con i nonni, cercare di ottenere un prestito per il viaggio, il visto e le complesse procedure.  

Il momento della partenza è un misto di speranza, sogni, forse illusioni, ma soprattutto il dolore di dover fare una scelta disumana tra la sopravvivenza e gli affetti:

«il pensiero fisso per ognuna di noi era il lavoro. L’unico modo per guardare avanti. Indietro c’era il passato che scivolava via sull’asfalto di una strada inghiottita dalla notte». 

In un pulmino carico di donne in cerca di fortuna, Irina arriva clandestinamente  a Roma, dove viene “scelta” da una signora che la porta nella sua casa di Montepulciano. La famiglia che la accoglie è una famiglia borghese, di buona cultura e ampie vedute. Vogliono che mangi a tavola con loro, la trattano con rispetto ed educazione. 

L’impatto è rassicurante, ma allo stesso tempo quasi stupefacente, inspiegabile. La signora la aiuta ad inserirsi in un mondo diverso, dove “perfino” la cura di sé, della propria femminilità, le sono concesse e riconosciute.

«Ero figlia di una storia di regime. La bellezza non rientrava nei canoni della vita. Solo chi rubava, chi si faceva corrompere vi aveva accesso». 

Inizia uno scambio tra le due donne; dapprima complicato per via della lingua e di una sorta di timidezza di Irina, poi sempre più sciolto.

Nei racconti della signora Rosa ricorrono spesso allusioni al 1968, anno fondamentale per lei e per la sua formazione politica e culturale, al movimento di emancipazione delle donne di quegli anni, anni assolutamente insignificanti per Irina. Rosa racconta, parla, mette in comune con lei i suoi dubbi e le sue perplessità, le contraddizioni. Irina ascolta, assorbe, è un terreno fertile per quelle riflessioni; è intelligente, recettiva, curiosa. Inizia così il suo lento processo di autodeterminazione. 

Quando sembra che tutto fili per il meglio, qualcosa nella vicenda va storta. «Quando hai conosciuto la fame, l’ingordigia è il rifugio a qualcosa che divora dentro», dice di sé Irina.

Così tradisce la fiducia di Rosa ma soprattutto se stessa, gettando il lettore in un dubbio profondo: comprendere, immedesimarsi, aprirsi, può non avere gli effetti sperati ai quali entrambe le parti avrebbero diritto? I danni della sofferenza, del bisogno, della paura, possono essere devastanti al punto di rendere impossibile aiutarsi? E queste riflessioni rischiano di diventare un alibi per restare immobili a guardare? 

L’epilogo è triste, drammatico, e suona un po’ come una condanna inevitabile, come probabilmente per la maggior delle persone costrette a fare scelte  difficili e soprattutto ingiuste. Irina tornerà a Kiev per restarvi 20 anni dopo, qualche anno prima dell’invasione russa del 2022. 

ufficiostampa@lesflaneursedizioni.it

immagine per Rita Baghino
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Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.

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