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Villa Rosebery, un gioiello a picco sul mare di Posillipo

Densa  di significati, aperta ai territori del magico e del mitico, affascinante da  perderci la testa… è la splendida Villa Rosebery: un  bene prezioso che  interroga la storia, la natura, la meraviglia, che ho avuto il privilegio di visitare in più momenti. E ogni volta sempre più incantata.

66mila metri quadri di estensione, compresi le terrazze sul golfo di Napoli dalla vista mozzafiato; i fabbricati della Casina a Mare e Piccola Foresteria prospicienti il porticciolo; il parco con una florida vegetazione con esemplari rarissimi e viali percorsi da pini cipressi, palme, alberi fioriti dal profumo intenso; la Grande Foresteria e la Palazzina Borbonica composta da numerose sale con sontuosi arredi e opere d’arte.
>Oggi, e non solo a Napoli, è famosa perché è una delle tre residenze del Presidente della Repubblica, ma forse non tutti sanno che è stata residenza di principi, principesse e re.

immagine per Villa Rosebery, facciata
Villa Rosebery, facciata
immagine per Villa Rosebery, Panorama
Villa Rosebery, Panorama

Alla Villa sono legati straordinari ricordi storici ed essa costituisce, per la sontuosa area verde e per la sua posizione, all’estremo della Punta di Posillipo, una delle bellezze più famose del Golfo.

La storia ci narra che il primo a acquistare i terreni (1801) fu un ufficiale austriaco, Joseph Von Thurn, al servizio di Ferdinando IV di Borbone, destinandoli per lo più all’agricoltura, vigneti e frutteti.

Solo quando furono venduti (1820) a Agostino Serra fu quest’ultimo che incaricò Stefano Gasse a occuparsi di progettare gli edifici residenziali che oggi ammiriamo, ispirati al gusto neoclassico dominante all’epoca (e dove bastava aprire la finestra per sentire il profumo del mare).

Nel tempo abitarono notabili del calibro di Luigi di Borbone, fratello di re Ferdinando II e comandante della flotta napoletana; Gustave Delahante, un ricco uomo d’affari; Lord Rosebery, illustre uomo di stato britannico che per due volte fu ministro per gli Affari esteri, il figlio di cui la trasmise a Mussolini con un atto di donazione stipulato il 7 dicembre 1932 a Palazzo Venezia.

La Villa non fece mai parte della dotazione della Corona, né tanto meno del patrimonio privato di Casa Savoia in quanto, in qualità di stabile demaniale, ricadeva sotto la vigilanza dello Stato italiano.

Inizialmente ci furono grandi incertezze sulla nuova destinazione dell’immobile. Si progettò di adibirlo a Museo etnografico e folkloristico o sede del Collegio Militare, ma entrambe le proposte non ebbero seguito.

In attesa di una destinazione definitiva, fu messa a disposizione dei principi di Piemonte, Umberto di Savoia e Maria José (figlio e nuora di re Vittorio Emanuele III e della regina Elena) che all’epoca risiedevano a Napoli.
Pertanto,
già dall’estate del 1933 (e fino al febbraio del 1946) i Principi di Piemonte su concessione del Capo del Governo, presero a beneficiarne durante la stagione estiva, soprattutto per quanto riguardava la zona della piccola spiaggia.

La cura della prestigiosa area fu affidata al Genio Civile che, in considerazione del soggiorno nella stessa dei Principi di Piemonte, ne preservò negli anni l’adeguamento funzionale, compresi i lavori –  unica nel suo genere –  peschiera vivaio.

Qui nacque la principessina Maria Pia dove trascorse gran parte del suo primo anno di vita, ragione  per cui la  cittadinanza napoletana fu lieta di notare che la tabella portante la dicitura “Villa Rosebery” apposta all’esterno della dimora, era diventata “Villa Maria Pia”, tutt’oggi così visibile.

Nel corso della Seconda Guerra Mondiale nel sontuoso parco vennero impiantati “gli orti di guerra”, i cui prodotti venduti al personale valevano a sostenerne le spese di manutenzione.

Il 15 febbraio 1943 iniziarono i lavori per la costruzione di ricoveri antiaerei e nel giugno 1944, in seguito alla  liberazione di Roma da parte dell’esercito alleato, re Vittorio Emanuele III, dopo aver nominato il principe Umberto Luogotenente del Regno, vi si ritirò con la consorte Elena finché il 9 maggio 1946 non abdicò a favore di Umberto (soprannominato “Re di Maggio”, perché riuscì a regnare solo per un mese).

Infine, fu proprio da qui che Vittorio Emanuele, firmata l’abdicazione, con Elena, si imbarcò su un natante che lo condusse poi all’incrociatore Duca degli Abruzzi. Destinazione: Alessandria d’Egitto, dove il re avrebbe trascorso il suo ultimo anno di vita in esilio.
>Ma prima di far ciò, come raccontò poi l’aiutante di campo del re, egli volle percorrere tutto l’arco del golfo, da Posillipo a Mergellina, da Castel dell’Ovo a Castellammare, a Sorrento e Positano, perché restasse impressa nei loro cuori e nei loro occhi, la familiare e splendente visione di Napoli e dei suoi dintorni, partendo proprio da lì, dal porticciolo della mirabile, elegantemente classica, Villa Rosebery.

“Ciò che sopravvive alla peggiore barbarie, sopravvive perché generazioni di individui non riescono a farne a meno e perciò vi si aggrappano con tutte le forze – questo è il classico”.

Le parole di J. M. Coetzee mi hanno guidato in un breve viaggio in luogo segnato da bellezze seducenti, inimmaginate rivelazioni, sorprendenti melanconie. Che si consegna a una fascinazione che apre all’infinito: appassiona e afferra, colpisce e isola, travolge e emoziona.

La residenza si prolunga fino lungomare, in un percorso che va dalla Peschiera fino al confine con un’altra proprietà. Una curiosità emersa attorno alla Villa è stata la scoperta, nel 2016 da un gruppo di geologi guidati da Gianluca Minin, di un pozzo abbandonato e coperto di erbacce. Si tratta della più grande cisterna borbonica di Napoli.

Poteva contenere fino a quattro milioni di litri d’acqua piovana, raccolta attraverso una serie di “bocche” sistemate lungo via Ferdinando Russo.

Il parco di Villa Rosebery ha subito nel corso dei decenni modificazioni significative adeguandosi gradualmente alla moda inglese. Numerose le specie di piante tra cui aloe e agavi americane ed esemplari esotici quali il Philodendron selloum e Strelitzia Nicolai, dal particolare fiore bianco.

L’accesso è comunque consentito solo previa prenotazione obbligatoria da effettuare tramite il sito istituzionale del Quirinale che spesso concede il sito durante le giornate FAI.

immagine per Loredana Troise
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Storica e critica d’arte, curatrice, giornalista pubblicista, Loredana Troise è laureata  con lode in Lettere Moderne, in Scienze dell’Educazione e in Conservazione dei Beni Culturali. Ha collaborato con Istituzioni quali la Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio di Napoli; l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa e l’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli. A lei è riferito il Dipartimento Arti Visive e la sezione didattica della Fondazione Morra di Napoli (Museo Nitsch/Casa Morra/Associazione Shimamoto) della quale è membro del Consiglio direttivo. Docente di italiano e latino, conduce lab-workshop di scrittura creativa e digital storytelling; è docente di Linguaggi dell'Arte Contemporanea presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli e figura nel Dipartimento di Ricerca del Museo MADRE. È autrice di cataloghi e numerosi contributi pubblicati su riviste e libri per case editrici come Skira, Electa, Motta, Edizioni Morra, arte’m, Silvana ed.

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