Una casa, i suoi umori, la sua architettura. Cosa definisce una casa? Luogo di geografie affettive; dimensione in cui agisce un sentimento dello spazio, campo di maturazione di linguaggio familiare, nucleo di incidenze, di incontri che seguono traiettorie perpendicolari o oblique. O, ancora, perimetro di vita e di creazione complesso perché la storia di una casa si intreccia con la storia di chi la abita.
Sembra partire da questi assunti Due cuori e una capanna, il recente progetto di Daniele Ratti (Milano, 1974) presso Gallerie D’Italia di Napoli (fino al 4 ottobre 2025), un’occasione per guardare da vicino una ricerca tesa fra due grandi interessi, l’architettura e la fotografia che da tempo caratterizzano la poetica dell’artista.

Due cuori e una capanna è una costellazione di 42 fotografie realizzate fra il 2020 e il 2024, con lo sguardo di chi è riuscito a leggere in maniera umanizzata l’architettura di alcune fra le più prestigiose dimore disseminate in varie nazioni.

Umanizzata, chiarisce la curatrice Benedetta Donato, “perché le persone che ci hanno vissuto hanno condiviso momenti ed esperienze come custode della memoria affettiva”, per un legame che supera l’ordinario abitare.

Giunti al secondo piano delle prestigiose Gallerie d’Italia di via Toledo, la mostra offre un tessuto narrativo capace di svelare i mondi interiori di residenze straordinarie; piega l’artista:

“Sono dimore costruite da architetti famosi per persone che vivono all’interno le loro relazioni amorose, a volte, invece, sono più semplici ma che comunque raccontano una storia d’amore”.

Fra le tante in mostra, solo per citarne qualcuna, sfilano la Casa Museo dello scultore Einar Jónsson a Reykjavík; la Dodo’s Tower, fatta edificare da Dodo Cunningham-Reid negli anni Settanta al Lake Naivasha; Casa Miralles-Tagliabue a Barcellona; la dimora di Julio Cortázar a Parigi, quella di José Saramago a Lanzarote o quella a Cap Martin di Le Corbusier, donata alla consorte; Villa E-1027 di Eileen Gray, progettata per sé e Jean Badovici in Francia; La Cupola, in Sardegna, abitata da Michelangelo Antonioni con Monica Vitti; la casa a Posillipo di Mimmo Jodice e di sua moglie Angela.

Siamo dinanzi a un territorio policentrico che incanta lo spettatore con raffinate visioni trasognanti, in costante rimando a qualcosa che spinge l’esperienza personale a perdersi in territori sovrageografici, freudianamente perturbanti.

Dove poter mettersi all’ascolto, alla ricerca di un senso che si manifesta attraverso suggerimenti, appunti, tracce significanti aperte a ogni sollecitazione, a ogni interferenza proattiva, a ogni differente interpretazione dettata dal bagaglio interiore dello spettatore: un concentrato di riflessione sull’obsolescenza di talune relazioni e sull’alba di nuovi rapporti.

Una rifrazione sul divenire della vita quotidiana che dialoga con un campo intimo, privato, familiare, come idea avvolgente, rifiuto dogmatico perché onnicomprensivo e abbracciante.

Legato a una metodologia che slabbra le frange del tempo e che mira a sintetizzare in un colpo d’occhio lo struggente materializzarsi della nostalgia, della lontananza, dei ricordi, Ratti stabilisce con la storia un armistizio silenzioso per sviluppare nuove credenzialità, nuove densità visive, nuove trasparenze. Nuovi scenari.

L’Intervista

Cosa, per lei, definisce una casa?

Una geografia affettiva di oggetti, luci e storie. Metto un oggetto in un certo punto perché entra la luce, perché lo studio, perché la mia cultura o il mio mestiere me lo suggeriscono. Mi piace lì, ha un suo senso anche se solo per me (inteso come proprietario della casa). Tutto è intrecciato: lo spazio, gli oggetti e le persone che lo abitano.

Cosa l’ha spinta a intraprendere un progetto così delicato come Due cuori e una capanna?

Il voler raccontare storie; non deve passare giorno che non ci sia qualcosa da raccontare, questo è il mio mantra, sia nella vita privata che nel lavoro.

Cosa ha influenzato la sua scelta a scegliere proprio quelle dimore su cui si è soffermato?

La storia, prima della casa. A volte ho trovato luoghi dove la bellezza architettonica si univa a storie straordinarie: lì il progetto prende forza. Per me non c’è umanità se è solo bello senza anima è fine a se stesso. Per questo sono ancora alla ricerca di nuove case e storie da fotografare. Il progetto è e sarà in evoluzione.

La possibilità di abitare si realizza, secondo Heidegger, solo quando lo spazio viene concepito come locus: assumendo, cioè, i tratti di una localizzazione che situa senza opprimere, che individua senza ingabbiare. Pare che le dimore da lei indagate lambiscano quest’ immagine. Che ne pensa?

La casa deve essere un luogo di cura, riposo e sicurezza. Gli esseri umani hanno la straordinaria capacità di adattare e trasformare qualsiasi spazio, anche il più spoglio, in un luogo accogliente che diventa casa.

Come è riuscito a rendere percepibile l’intimità delle case che ha fotografato?

Con un equilibrio tra visione d’insieme e dettaglio: la casa dall’esterno, poi gli interni, gli oggetti, la luce che filtra da una finestra ed illumina quella cosa lì. Proprio quella… è nel passaggio dal generale al particolare che si svela l’atmosfera o anche al contrario.

A proposito del concetto di architettura umanizzata, di cui fa cenno Benedetta Donato, in quale dimora in particolare (da raffinato architetto) ha scoperto maggiore prossimità fra impianto architettonico e la storia di chi vi ha vissuto?

Forse la casa di Mimmo e Angela Jodice: ogni oggetto, quadro o fotografia è un tassello del loro cammino insieme. L’architettura e la vita si sono costruite a vicenda. È una casa da sentire. Dentro, ci sono due cuori e una capanna. Ed è tutto quello che serve».

Cosa vorrebbe che il fruitore percepisse attraversando la mostra?

Che guardasse l’insieme ed il particolare, che capisse che la casa è composta da piccoli simboli, oggetti, da mura, porte, luci, finestre, visuali e che tutto si mixa e che forma la storia di ognuno di noi.

Non è importante se tu sei famoso o no, ogni casa può essere una storia… ogni casa è una storia importante da raccontare.

Si comprende che il suo modo di fare ricerca non è rivolgersi a una nicchia elitaria ma riuscire a parlare a un pubblico ampio, senza togliere nulla della sua complessità. Può definirci meglio questo argomento?

Non voglio parlare solo a pochi, ma a molti. Non si tratta di rendere le cose facili, ma semplici: un concetto complesso può essere spiegato con chiarezza, senza perdere la sua profondità.

Daniele Ratti vive e lavora a Torino. Dopo aver conseguito la laurea in Architettura presso il Politecnico di Torino si dedica alla fotografia professionale dal 2000.

La prima personale risale al 2004 e da allora la carriera artistica viene affiancata da altre attività di tipo curatoriale tra le quali spicca la direzione artistica di “Paratissima”, la manifestazione espositiva che ogni anno si tiene a Torino dal 2006.

Alcune opere si trovano attualmente in collezioni permanenti quali il PAN di Napoli, la Fondazione Bartoli Felter di Cagliari e in numerose collezioni private.

Dal 2013 ha intrapreso un progetto che lo ha portato nelle ex colonie italiane in Africa e oltre mare concluso con due mostre, una all’Expo 2015 a Milano e la seconda a Lugano presso il Consolato Generale d’Italia.

Sono molte le collaborazioni che nascono dal 2015 con alcune testate editoriali, Internazionale, Domus e il festival di fotografia Cortona On The Move

Informazioni: Daniele Ratti – Due cuori e una capanna

immagine per Loredana Troise
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Storica e critica d’arte, curatrice, giornalista pubblicista, Loredana Troise è laureata  con lode in Lettere Moderne, in Scienze dell’Educazione e in Conservazione dei Beni Culturali. Ha collaborato con Istituzioni quali la Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio di Napoli; l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa e l’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli. A lei è riferito il Dipartimento Arti Visive e la sezione didattica della Fondazione Morra di Napoli (Museo Nitsch/Casa Morra/Associazione Shimamoto) della quale è membro del Consiglio direttivo. Docente di italiano e latino, conduce lab-workshop di scrittura creativa e digital storytelling; è docente di Linguaggi dell'Arte Contemporanea presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli e figura nel Dipartimento di Ricerca del Museo MADRE. È autrice di cataloghi e numerosi contributi pubblicati su riviste e libri per case editrici come Skira, Electa, Motta, Edizioni Morra, arte’m, Silvana ed.

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