Per non dimenticare

In un lembo di De l’imperfection, A. Julien Greimas, a proposito del Vendredi ou les limbes du Pacifique, di Michel Tournie, romanzo postumo al racconto di Defoe, indaga con certa attenzione la figura di Robinson, concludendo che le alterne faticose esperienze del naufrago non sono altro che quelle medesime e imperfette vissute quotidianamente dall’uomo moderno.

Marisa Albanese, Il mio tempo. Aprile 2020

Nel periodo critico che stiamo attraversando, come per il Robinson di Tournier, un frammento di tempo sta giocando un ruolo irresistibile, quello della sottrazione, della mancanza, del vuoto. E quel che maggiormente cattura di quella narrazione,  è la metafora che ci vede oggi incredibilmente confinati ognuno sul suo limb du Pacifique.

Così come improvvisamente la vita di Robinson si blocca perché l’ultima  goccia di una serie a caduta ritmata vacilla ma non cede, allo stesso modo la nostra esistenza ci appare straniante dinanzi ad una molecola che appartiene ad un tempo non destinato a passare in fretta, bensì a permanere sull’orlo di un  avvenire assordante o, quantomeno, straordinariamente saliente.

Come orientarsi sull’isola deserta? Cosa si nasconde dietro solitari pensieri?  Quale la temperie preziosa e fluttuante del viver vero?  E’ un richiamo contenuto nel vuoto che il dramma attuale ha scardinato come sensato e pertinente, allontanandolo dalla logica comune.

Muovendo da questo enigma, ho provato a sfiorare l’arcipelago di alcuni fra i maggiori artisti partenopei, grazie a cui in pochi giorni è nata una trama eclettica sulla quale ho atteso alacremente, ingegnerizzando la costruzione di una clessidra ampia e desueta.

Granello dopo granello, un modo per tentare di aprire i varchi di una delicata zona interstiziale e trovare nuove parole, altre immagini, come quelle ritagliate da Mimmo Jodice in un territorio colto, privato ma espanso:

Con Angela leggiamo, facciamo un po’ di ginnastica, passeggiamo sul balcone. C’è un silenzio profondo, sterminato, misterioso che mi fa pensare a che poca cosa siamo diventati, così egoisti, così superficiali. Dobbiamo impegnarci a trovare un senso vero alla nostra vita. Possiamo approfittare per crescere umanamente e culturalmente e dobbiamo contare sul valore terapeutico della Bellezza”.

Gli artisti interagiscono con le rapide trasformazioni del tempo, sperimentando – come fa Marisa Albanese – inedite strategie per abitarlo diversamente:

La metafora dell’elastico, è figura che ho sempre usato per esprimere il mio personale disagio nel sentire quanto a volte il tempo si possa allungare e divenire interminabilmente lungo per poi, improvvisamente, restringersi come un elastico e fuggire via veloce. Oggi sento ancor più forte questa tensione, è un tempo che si presenta pressoché infinito, che quasi potrebbe spaventarmi, ma poi mi metto al lavoro, dopo un “istante” alzo lo sguardo dal foglio e… non ho più un minuto libero, il mio elastico si è ristretto in un attimo.”.

Questa è un’epoca che non può più accompagnare l’universo nella direzione di ciò che si credeva fosse tacitamente già tracciato, è necessario un ribaltamento dell’idea dell’uomo alla prese con la sua natura più primitiva;  evoca Umberto Manzo:

Riflettevo in questi giorni  sulla grande insofferenza che hanno le persone nel rimanere con se stesse, prive delle  proprie distrazioni  quotidiane. Forse è più questa la loro vera paura. Per un artista invece, il tempo sospeso, è qualcosa che gli appartiene intimamente assieme alla cara solitudine, intesa come momento di meditazione, necessaria per la propria creatività futura.”.

Un monito a cui fa eco la considerazione di Sergio Fermariello, per il quale:

la quarantena è un’opportunità che ci ha restituito il tempo e levato lo spazio. La lezione non sarà stata vana, dovremo trovare il tempo di riconsiderare lo spazio e il nostro rapporto con il cosmo intero. L’unica cosa che ci rimarrà da fare, dunque, sarà quella di occuparci di cosmetica, ed è un augurio.” .

Sullo stesso segno, la contemplazione di Enza Monetti plana verso le regioni segrete della terra:

spazio recuperato alla paura di un mondo da risolvere, ritmo puro dell’intima saggezza inascoltata, temuta, desiderata. Del privilegio del fare con autentico sentire, del grande lavoro vero che non si può più rimandare. Nasce il nuovo, nasce il momento di cambiare. Riemerge dall’eco di piazze deserte, dal rumore del vuoto esistenziale che il tempo stesso ha frenato, regalato. Avanza la coscienza dell’essere vita nella vita, quel tesoro sommerso da ritrovare”.

Ritrovare è anche spostare il centro dell’attenzione su quegli alacri processi intellettuali di cui parlano Bianco-Valente:

Viviamo un momento spaventosamente inatteso, uno tsunami che si appresta a stravolgere le nostre esistenze ma che arriva così lentamente che non riusciamo di fatto a percepirlo. Ci sarà un ricambio fra i protagonisti del nostro mondo e non è detto che sia un male. Si sente forte il bisogno di grandi spinte ideali e questo macigno che sta per travolgerci sul piano esistenziale è da considerarsi anche come una grande opportunità per il futuro”.

Al limite di questa riva, si accosta il pensiero di Nino Longobardi, che legge la stimmung dei nostri giorni da uno spiraglio imprecisato, attraverso frammenti multipli:

che rinviano ad un presente atemporale, per un istante innestato come corpo estraneo, come assoluta alterità, come addensamento di eventualità da vivere come opportunità inopportune, come occasioni inconsistenti eppure insistenti, come spazio altro per imparare a vedere altrimenti.”.

Dopo il naufragio, quando tutto è ancora indefinito, si procede in apnea, come scrive Raffaela Mariniello:

Sono sospesa, senza respiro  in attesa che qualcosa accada.”.

Oppure, si avanza fra slanci, cadute e risalite, all’interno di un’ambigua contemporaneità, come valuta Rosy Rox:

in un tempo segnato dall’attesa, dal silenzio, dalla profondità che nella distanza fisica diviene vicinanza emotiva non mi resta altro che attivare una delle grandi risorse che ho a mia disposizione; l’immaginazione come respiro possibile”.

D’altro piano è la riaffermazione di una dignità dimenticata, attivata dal principio di Antonio Biasucci:

“eravamo abituati a considerare numeri, i Molti senza una identità senza una loro personale storia, coloro che perdono la vita in eventi sociali tragici. Non avremmo mai immaginato che anche noi, avvezzi a considerare numeri solo quelli degli altri, saremmo diventati dei numeri quotidianamente da comunicare”.

Tra un’infinità di sfaccettature sul futuro, quello di Domenico Mennillo diventa un patrimonio che:

apre squarci inediti e sorprendenti su alcune eventualità legate alla nostra interiorità e spiritualità come luogo di percezioni sinestetiche e simboliche la cui forza  è data dalla capacità di organizzarne e svelarne la sintassi.”;

o si amplifica come orizzonte percettivo che produce le linee di sviluppo di un fitto feedback con il tessuto urbano, come afferma Christian Leperino:

Io sto trascorrendo giorni intensi di lavoro e di riflessione. Questo momento epocale vissuto su scala globale mi spinge con maggiore forza di resilienza a svelare gli aspetti della natura umana in relazione con le metropoli contemporanea. Mi sforzo costantemente ad ascoltare e scolpire o dipingere il silenzio assordante della città vuota. Sperimento e immagino nuovi scenari possibili, sviluppi futuri per l’arte e l’umano.”.

Posto dinanzi all’isola deserta, Maurizio Elettrico, opera un cortocircuito fra astrazione e figurazione, passato e presente, antropomorfizzando la memoria cartografica del silentium:

Pensavo, prima, di poter amare il silenzio. Poi in questi giorni è arrivato, con la faccia di un misterioso nemico, ha pervaso lo spazio delle strade, delle piazze, si è arrampicato fino alle pareti dei palazzi, mi è entrato infine nelle orecchie come un angosciante non rumore, come lo spettro di qualcosa che solo oscuramente esiste, di una guerra invisibile ma inesorabile, quel silenzio che nessuno potrà mai amare.”.

Similmente, Angelo Casciello con un contromovimento esorcizza il male attraverso la scrittura di versi poetici:

Si annida nell’aria il Mostro invisibile/Che nelle nere notti rapisce corpi inerti/Uomini increduli  cantano, ballano e suonano nella speranza di scacciare il mostro/Occhi impauriti e guardinghi osservano a distanza le inanimate  processioni funebri /Il trasparente confine viene forato dalle  velenose lingue dell’Invisibile/Fioriti alberi, rondini, merli innamorati e nuvole capricciose annunciano nuove brezze/Pianto a dirotto alla non presenza di corpi  cremati/Nell’aria  circolano indisturbate le dolci bolle mortuarie dell’Invisibile.”.

Da un lato il silenzio, l’incorporeo, dall’altro  la luce, il  colore che se per Mimma Russo sono rimando al visibile:

Sto lavorando tutti i giorni, con forza e slancio, i miei neri pare che ora raccolgono una nuova luce interiore che attende di essere sedimentata ed accolta”;

per Lucia Gangheri si fanno scintille creative:

Il colore mi accompagna anche in queste ore secondo una taumaturgia capace di far funzionare e rivitalizzare le diverse parti della contingenza.”.

Rabdomanti Robinson, abili nello scegliere gli obliqui territori della lateralità spirituale, i “nostri” artisti ci insegnano che è sempre il momento per raccogliere le forze e andare  oltre la soglia, allungando le sequenze oltre il limite, in una sorta di sinfonia fatta di visioni, che, come l’aria e il vento, sanno contenere il crollo da ogni possibile evento.

Angelo Casciello, Gli impauriti Marzo 2020
  • Ringrazio di cuore Marisa Albanese, Bianco-Valente, Antonio Biasucci, Angelo Casciello, Maurizio Elettrico, Sergio Fermariello, Lucia Gangheri, Mimmo Jodice, Christian Leperino, Nino Longobardi, Umberto Manzo, Raffaela Mariniello, Domenico Mennillo, Enza Monetti, Carmine Rezzuti, Rosy Rox, Mimma Russo, Quintino Scolavino, i cui nomi autorevoli figurano nelle collezioni delle maggiori Istituzioni artistiche.
  • Il titolo di questo articolo è quello della fotografia con interventi di matita e collage di Carmine Rezzuti, qui pubblicata.
  • L’immagine Mano di chirurgo, è stata realizzata qualche giorno fa da Quintino Scolavino, ospedalizzato a Padova e affidato alla mano del direttore prof. Umberto Cillo.
  • Le 8 immagini presenti in questo articolo sono tutte inedite, composte dai rispettivi artisti a corredo dei loro testi.
Loredana Troise

Loredana Troise

Storica e critica d’arte, curatrice, giornalista pubblicista, Loredana Troise è laureata  con lode in Lettere Moderne, in Scienze dell’Educazione e in Conservazione dei Beni Culturali. Ha collaborato con Istituzioni quali la Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio di Napoli; l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa e l’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli. A lei è riferito il Dipartimento Arti Visive e la sezione didattica della Fondazione Morra di Napoli (Museo Nitsch/Casa Morra/Associazione Shimamoto) della quale è membro del Consiglio direttivo. Docente di italiano e latino, conduce lab-workshop di scrittura creativa e digital storytelling; é cultrice della materia (st. arte contemporanea) presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli  e figura nel Dipartimento di Ricerca del Museo MADRE. È autrice di cataloghi e numerosi contributi pubblicati su riviste e libri per case editrici come Skira, Electa, Motta, Edizioni Morra, arte’m, Silvana ed.

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