Del nuovo progetto di Casa Morra a Napoli, il titolo fa da guida a un percorso in cui occorre non lasciarsi sfuggire le sfumature. GLI UNICI – Al Hansen, Dieter Roth, Jean Toche & Roberto Paci Dalò, a cura di Manuela Gandini, è la quarta tappa dell’intrigante itinerario de Il Gioco dell’Oca-Cent’anni di mostre, che questa volta si condensa attorno all’assunto nichilistico non e anti-filosofia strineriano, profeta dell’anarchismo individualista: una premessa coerente con il lavoro di Giuseppe Morra, impegnato sul sociale e sulla libertà d’espressione, e sin da giovanissimo attratto dalle letture di Nietzsche, Shopenhauer, Marx, Engels, Bakunin, Stirner:
“Tutti gli artisti che da cinquant’anni presento hanno influenzato il mio pensiero sono Unici. Le loro opere sono capaci, attraverso diverse declinazioni a-sistematiche, di rivolgere allo spettatore domande sull’esistenza, sul sé, sul loro campo visivo, sull’azione del guardare da un presupposto poetico, oltre che speculativo”.
Creando una potente sospensione temporale a guisa di percorso esperienziale sul paesaggio sociale, sul vivente, sull’uomo insofferente delle ipertermie del mondo, nelle 4 sale che accolgono UNICI, la possibilità di incontrarli vis à vis, senza filtri: Hansen, con le sue sinuose Venus, con i suoi disegni, con i cromatici collages di materiali più differenti – carte del cioccolato Hershey’s, cartine di sigarette, fiammiferi, rotoli di carta igienica-; Roth con i suoi giornali, gli scatti di polaroid, i frammenti e gli scarti che ritrovano una qualificazione estetica immaginificamente rifunzionalizzata in un unico criptico, ampio spartito; Toche, con le cartoline del ciclo mail art o i manifesti compiuti con autoscatti, dove il linguaggio e l’immagine trattata con photoshop, è “guerriglia”, come afferma Manuela Gandini che, durante le fasi dell’allestimento, mi racconta:
“Ho conosciuto il lavoro di Toche nel 2003. Un giorno ricevo una scatoletta piena zeppa di strane cartoline, stupita comincio a scorrerle e scopro che sono le opere di un artista che non conoscevo, Jean Toche, al quale Jon Hendricks aveva chiesto di inviarmele. Su ciascuna c’era la sua immagine realizzata in autoscatto.
Scene domestiche di banale quotidianità si accompagnavano a brevi testi tratti da articoli del New York Times con commenti e annotazioni icastiche dell’artista contro l’imperialismo americano violento, sessista e razzista. Questa spedizione, e la conseguente nascita di una amicizia, avvenne in seguito all’invito che rivolsi poco prima a Hendricks di partecipare a “Fear”, una mostra che organizzai a Milano ad Artandgallery nei primi anni Duemila.
In quel contesto Hendricks mi mandò una loro lettera (in multiplo da 50) inviata al Presidente Nixon nel 1972 nella quale ci si chiedeva perché fosse aumentato il prezzo della carne dato che sul campo, in Vietnam, rimanevano tanti corpi.
Questo era il tenore delle sue azioni negli anni Settanta. Più tardi, Toche cominciò ad inviare, a una cinquantina di intellettuali in tutto il mondo, quelle cartoline di cui parlavo con i personali resoconti quotidiani delle malefatte americane … per lui era una specie di missione, un uomo solo nella propria quotidianità, immerso nel suo ambiente: i libri, il giardino, il gatto, il bicchiere di champagne, persino il WC, dove a volte si fotografava (autoscatti ben prima dei selfie) e costruiva una breve narrazione che sbugiardava i media.
Quella dell’autoscatto, era una tecnica vicino alla ricerca delle artiste femministe, perché è stato proprio il femminismo a iniziare l’autoanalisi del corpo al fine di riscoprire la propria identità marginale.
Toche ha fatto un percorso doppio: da un lato, performativo live negli anni ’60-’70. Ricordo a esempio, quando con Hendricks e Poppy Johnson, al MOMA, mise in scena un’aggressione cruenta con spargimento di “sangue” – in realtà ketchup – o quando s’infiltrò in una cena istituzionale, aprendo scatoline piene di scarafaggi sulle tavole imbandite; o quando fu arrestato perché denunciava personaggi facoltosi che si arricchivano attraverso la produzione mine antiuomo e si lavavano la coscienza supportando i musei.
Dall’altro lato, ha continuato a usare il proprio corpo ma in modo statico, attraverso la fotografia appunto, lavorando specificatamente sul linguaggio mediatico e la scrittura politica.
Le sue performance erano diventate private, domestiche e lasciavano traccia di una presenza che emergeva solo attraverso la fotografia, senza pubblico. Hendricks e Toche sono stati attivisti e “guerriglieri”, tanto che avevano fondato il GAAG, Guerrilla Art Action Group, di disturbo e provocazione. Avevano una visione critica nei confronti del capitalismo e dell’appiattimento dell’arte alle istanze del mercato.
Nelle opere in mostra a Casa Morra sono esposte le denunce inascoltate fatte da Toche contro Bush jr, Cheney e persino Obama. Fra queste, l’artista commenta con scientifica precisione le aggressioni del governo americano nei confronti di altre nazioni sovrane.
Dopo vari arresti, Toche ha subito l’interdizione a tutti i musei americani, è stato controllato, fermato, tacciato di essere pazzo. E anche nel quartiere Wasp di Staten Island, dove abitava, si è messo concretamente in contrapposizione a gruppi filo KKK, che si rifiutavano di fittare le loro case ai neri.
Protagonista dell’affermazione dei diritti civili della black people, Toche li ha supportati ed è diventato membro del NAACP (National Association for the Advancement of Volored People). Fu perseguitato dai landlord che organizzarono una manifestazione contro di lui al grido “TOCHE GO HOME!”.
In ogni caso, da quelle piccole cartoline che ricevevo ogni giorno sono poi nate le grandi strisce fotografiche espanse qui esposte, come ad esempio l’immagine del siluro nucleare che è oggi atrocemente attuale – grazie all’aver organizzato una sua mostra personale ad Artandgallery, lo spazio milanese della quale ero direttrice artistica.
La poetica del riciclo caratterizza sia Hansen che Roth, due accumulatori seriali che usavano ciò che non aveva valore di mercato, ciò che non era interessante per il mondo del consumo ma che, nelle loro opere, diveniva arte.
Oggi, invece, ci si adegua al diktat dei sistemi di controllo e potere. Da questi artisti allora, dobbiamo attingere l’energia necessaria per indossare quegli occhiali critici che tanti ormai hanno deposto”.
La mostra si dispone secondo una doppia operazione interpretativa. Da un lato è percorso esperienziale sul paesaggio sociale, sul vivente, sull’uomo insofferente delle ipertermie del mondo, dall’altro assume l’aspetto di un dialogo col pubblico, affrontato sul campo largo di forze e frizioni in un gioco di dilatazione e di restringimento, di risonanze e rimbalzi fluttuanti: al centro dell’attenzione è l’intensità di un riquadro critico il cui presupposto destabilizzante prorompe nell’ambiente, trasformandolo in galassia coesa.
Durante la serata inaugurativa, Roberto Paci Dalò, fra i protagonisti di UNICI, ha realizzato una performance sonora, Niggunim, in perfetta sintonia con l’area dello scalone monumentale di Casa Morra, divenuto un teatro dell’ascolto all’interno del quale l’exibition è apparsa calata in un ambiente fatto di arazzi e tappeti ricamati creati dall’artista, intessuti da motivi mistici nella tradizione ebraica, quelli che Giulio Busi, ha raccolto e pubblicato nel volume Qabbalah visiva (Einaudi, 2005).
Mi spiega Paci Dalò:
“Si tratta di in un territorio ancora poco esplorato dagli studi filologici, ma fondamentale in quanto, attraverso elaborati diagrammi, i cabbalisti fissarono le proporzioni dell’architettura divina dei cieli, l’armonia delle forme che cerca di catturare il mistero della creazione. Ho esposto i miei tappeti utilizzando tutto lo scalone perché allo sguardo si affiancasse l’ascolto con la diffusione per tutto il periodo della mostra della registrazione della performance, un rituale sonoro, che ho eseguito all’inaugurazione”.
Niggunim – una tecnica del canto spesso con suoni o testi ebraici ripetitivi astratti al posto di una lirica formale – è un omaggio a Arturo Schwarz, grande studioso della Qabbalah, anarchico e trotskista, che ha avuto un ruolo importante nella costruzione della collezione di Casa Morra. Questo omaggio troverà ulteriore sviluppo nell’autunno 2022 quando Paci Dalò realizzerà alcune opere a lui dedicate e nelle quali si intrecceranno pensiero anarchico, qabbalah, alchimia e cartografia.
Parallelo alla mostra è, inoltre, un programma sul cinema delle avanguardie storiche e le sperimentazioni degli anni ’60 e ’70 a cura di Mario Franco, godibile nella saletta cinematografica del suo Archivio; è lui a sottolineare:
“sono pellicole che bisogna continuare a vedere perché costituiscono una forma di difesa alla smaterializzazione e all’omologazione verso la quale sembra tendere il presente cine-artistico”.
Nella sontuosa e accogliente cornice di Casa Morra, dunque, nuovi e stimolanti panorami riflessivi che si incastonano perfettamente fra i protagonisti delle scorse tappe, a tracciare un’inedita e infinita storia delle idee, un elogio alla vitalità del dialogo artistico che determina, in tal senso, la forza magnetica e unica di questo prestigioso luogo partenopeo.
UNICI è organizzata in collaborazione con Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee, nell’ambito dell’edizione 2021-2022 Progetto XXI.
Storica e critica d’arte, curatrice, giornalista pubblicista, Loredana Troise è laureata con lode in Lettere Moderne, in Scienze dell’Educazione e in Conservazione dei Beni Culturali. Ha collaborato con Istituzioni quali la Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio di Napoli; l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa e l’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli. A lei è riferito il Dipartimento Arti Visive e la sezione didattica della Fondazione Morra di Napoli (Museo Nitsch/Casa Morra/Associazione Shimamoto) della quale è membro del Consiglio direttivo. Docente di italiano e latino, conduce lab-workshop di scrittura creativa e digital storytelling; è docente di Linguaggi dell'Arte Contemporanea presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli e figura nel Dipartimento di Ricerca del Museo MADRE. È autrice di cataloghi e numerosi contributi pubblicati su riviste e libri per case editrici come Skira, Electa, Motta, Edizioni Morra, arte’m, Silvana ed.






















7 risposte
Complimenti articolo interessantissimo
Loredana Troise sempre !!
Complimenti, articolo affascinante ❤
Splendido articolo!!!!
bellissimo articolo!!! Complimenti davvero
bellissimo articolo❤️
Grazie per le preziose informazioni espresse con chiarezza