Lo sguardo della Sirena Partenope a Napoli ha una forza alchemica che riesce a rendere vivo, palpabile, dinamico, il divenire della città nelle sue continue trasformazioni.
Stavo percorrendo il Corso Umberto e, per risparmiare strada, mi infilo nella vicina via Guacci Nobile. Da lontano vedo un indizio: un cancello a protezione di un qualcosa addossato al muro della chiesa di Santa Caterina di Spina Corona.
Cammino un po’ e inquadro un sorprendente gruppo scultoreo, mai visto prima. Il mio sguardo allora inizia a indagare, la mente a intrecciare storie.
La configurazione è quella di una fontana marmorea: una vasca rettangolare ornata sul davanti da ghirlande e dagli stemmi di Carlo V, a scacchi e rosso e dorato. Sui due lati l’insegna di Carlo V è stavolta, posta tra le Colonne d’Ercole. Poi mi fermo ad osservare la struttura principale, è composta dalla sagoma di un Vesuvio stilizzato, sulla cui sommità c’è una Sirena.
Bellissima, e ancor più spettacolare perché noto che conserva la sua forma arcaica, quella che si credeva fosse la sua vera natura prima che il tempo la rendesse pisciforme.

La Partenope di questo monumento è infatti per metà fanciulla e per metà rapace taumaturgo, le cui zampe sono artigli affilati pronti a solcare le rocce del Vesuvio e i suoi seni sono fonte d’acqua miracolosa per placare la furia del Vulcano: “Dum Vesevi Syerena Incendia Mulcet” recita un cartiglio, La Sirena placa l’incendio del Vesuvio.
Non si può che restare senza parole. È una scena che sa narrare avvenimenti e tradizioni della città partenopea scolpiti nella pietra e che rende omaggio al legame indissolubile tra Napoli, il suo vulcano, la sua Sirena e i napoletani: accanto a me alcuni studenti del vicino ateneo, mi confidano sorridendo che molti si raccomandano a lei prima di affrontare un esame…
Ma non finisce lì. Dopo un’accurata ricerca, scopro che si tratta della Fontana di Spina Corona, meglio conosciuta delle Zizze (XVI secolo) e – che sorpresa! – apprendo che quella che si vede sulla sommità del monumento è solo una copia della Sirena gotica perché l’originale è custodito presso il Museo di San Martino.
Mi metto allora sulla sua scia.
Grazie alla sensibilità e alla disponibilità del dottor Fabio Speranza, Funzionario Storico dell’arte presso la Direzione Certosa e Museo di San Martino, a cui mi rivolgo, il mio desiderio si avvera: quello di arrivare a lei, la mia sirena, nonostante il reperto sia tutt’oggi collocato nei cosiddetti Sotterranei Gotici del Museo, da tempo assolutamente interdetti al pubblico per lavori di manutenzione.
Dopo alcune rampe di scale scendiamo – con molta prudenza – fra gli austeri ambienti gotici che costituiscono le fondamenta trecentesche della Certosa, commissionati da Carlo, duca di Calabria, figlio del sovrano Roberto d’Angiò.
Particolarmente paradigmatici nel loro essere una delle più singolari testimonianze di architettura medievale nel panorama partenopeo, i sotterranei sono caratterizzati dal susseguirsi di pilastri, archi a tutto sesto, archi ogivali e volte a crociera, rivestendo un grande interesse dal punto di vista geometrico-strutturale, nonché costruttivo e storico.
Un’opera di ingegneria mozzafiato, elegante, solenne, per un viaggio intervallato da circa centocinquanta opere in marmo, epigrafi, lapidi e sculture che coprono un arco cronologico che va dal Medioevo al XVIII secolo.
Dinanzi ai miei occhi, nella penombra azzurrina, uno ad uno sfilano pregiate testimonianze: il Sarcofago di Beatrice del Balzo, ricavato dal reimpiego di una vasca romana del II-III secolo d.C.; il frammento di una figura femminile giacente della bottega di Tino di Camaino; una lastra a rilievo raffigurante La Morte e Franceschino da Brignale (1361), singolare ex-voto allegorico costruito sul contrasto tra il senso dell’attaccamento alla vita e l’inevitabilità della morte; una doppia lastra tombale di un padre e figlia, della famiglia de Miro (1413), di fattura e di disegno ancora trecenteschi e, per la prima metà del Cinquecento; la splendida Madonna col Bambino, di cultura raffaellesca.

Poi, fra tanta meraviglia, il dottor Speranza mi indica una piccola nicchia al centro di cui riconosco, pian piano, la mia Sirena. Era proprio lì, delicata come un sottile frame strappato al caso diventato eternità; mi spiega il dottor Fabio Speranza:
“Il frammento di questa Sirena proveniente dalla Fontana di Spina Corona fu ceduto dal Comune di Napoli al Museo di San Martino nel 1922.
A causa del pericolo di danneggiamenti il Comune aveva deciso di smontare la fontana e di ricoverare i vari elementi nei depositi municipali e contestualmente di affidare allo scultore Achille D’Orsi l’esecuzione di una copia da collocare al posto dell’originale, destinato al Museo di San Martino, una volta ricollocato in situ l’intero monumento.
Questa originale che stiamo osservando si presenta mutila della testa, delle mani, dei seni, e parzialmente delle ali, nelle medesime condizioni in cui pervenne al nostro Museo”.
Al primo sguardo forse potrebbe sembrare una piccola statua informe: ma entrando nei segreti dell’arte e della storia, osservando quest’opera con visus incantato, mi pare di vedere idealmente sorgere dal suo dorso una piccola testa prodigiosa, piena di maestà e così mi prefiguro anche le membra mancanti che si formano creando una sorta di solve et coagula visivo.
La sospensione, l’attesa, il frammento. È attorno a questi luoghi di confine, a questi sentieri ideali che la Sirena si fa strada per costruire un rapporto fra il passato e il brusio dell’oggi; per plasmare il silenzio interminabile della memoria e di sagomare il recupero impossibile del tempo.
Prima di andar via e lasciare questo luogo straordinario, incrocio l’imponente San Francesco d’Assisi (1785-1788 circa) di Giuseppe Sanmartino, capolavoro di uno tra i principali protagonisti della scultura europea del Settecento e un’Allegoria velata, scolpita probabilmente dal suo allievo Angelo Viva che evoca le celebri sculture della Cappella Sansevero.

Siamo fuori, il cielo è terso, celeste. E il Vesuvio che da qui si sfiora con una mano appare placido, con le sue due Sirene, una sopra e l’altra sotto la città, a custodirlo.

Sulla Sirena nell’arte visiva si legga qui
Storica e critica d’arte, curatrice, giornalista pubblicista, Loredana Troise è laureata con lode in Lettere Moderne, in Scienze dell’Educazione e in Conservazione dei Beni Culturali. Ha collaborato con Istituzioni quali la Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio di Napoli; l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa e l’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli. A lei è riferito il Dipartimento Arti Visive e la sezione didattica della Fondazione Morra di Napoli (Museo Nitsch/Casa Morra/Associazione Shimamoto) della quale è membro del Consiglio direttivo. Docente di italiano e latino, conduce lab-workshop di scrittura creativa e digital storytelling; è docente di Linguaggi dell'Arte Contemporanea presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli e figura nel Dipartimento di Ricerca del Museo MADRE. È autrice di cataloghi e numerosi contributi pubblicati su riviste e libri per case editrici come Skira, Electa, Motta, Edizioni Morra, arte’m, Silvana ed.








