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Enza Monetti. Unione e coesione. Non solo B.A.C.S. 2025 a Palazzo Fruscione

di Loredana Troise

Invitata come ospite d’onore a Salerno, nell’ambito di B.A.C.S. 2025 (VI Edizione della Biennale d’Arte Contemporanea Salerno) Enza Monetti si è misurata con una performance – Messenger – che l’ha impegnata sulla scena in uno storico e pregevole spazio generativo, attraverso cui ha esplorato le proprie stanze interiori con il proprio corpo e il proprio sentire. Un viaggio molto intenso che ha saputo condividere assieme al pubblico riuscendo a appassionare e emozionare col suo  denso patrimonio emotivo.

Il pensiero e l’opera di Enza Monetti è racchiuso in una sua frase illuminante:

“In ogni mio progetto c’è una parte intima di me che  svelo quando ne ho profonda consapevolezza, solo allora sento la necessità di raccontare il mio pensiero per immagini, non pensiero che usa immagini”.

La sua opera infatti tiene conto, come del resto possiamo appurare anche in questa performance, di una luminosa eterotopia, dove è possibile percepire un sottofondo elegiaco che rende tutto eterno e dolce,  che trasforma le cose della vita in piacevoli emblemi lirici, ma anche in affascinanti rebus da decifrare.

Superare la limitazione non è alimentare l’ego, ma mettersi al servizio di una forza creativa più grande della coscienza, della fatica che la Monetti affronta con impegno passionale, con concentrazione e energia anche nella stanchezza.

La libertà di osare da un lato, la potenza della precisione millimetrica dall’altro, genera opere oneste intellettualmente, come premessa dell’agire: essere responsabilmente onesti è fare un passo verso un’intenzione di verità. E la verità cura:

Messenger è onesto processo di creazione suggestiva.

In questa intervista esploriamo la poetica di Enza Monetti, entriamo nelle trame di Messenger e cerchiamo di capire come la sua visione artistica sia  come uno scavo dove la natura si palesa per essere presa per mano.

Messenger è dedicata all’arte politica e spirituale che nei tuoi processi poetici si connettono all’infinito. La tua esibizione analizza temi come la relazione tra cielo/terra, distruzione/creazione, uomo/natura. È forse proprio su questa premessa che trova ragione la tua partecipazione nell’ambito della B.A.C.S. che quest’anno celebra la Diversità con I.A. vs I.A.?

Ho ascoltato e fatte mie le motivazioni di questo evento quando sono stata invitata a partecipare dal direttore artistico, l’infaticabile Arch. Giuseppe Gorga. Il concetto di unione tra i vari paesi attraverso il fil rouge della creatività internazionale, pronto a dar voce a tanti artisti, anche meno conosciuti, anche esordienti, provenienti da mondi lontani, differenti culture, tradizioni, espressioni, mi ha fatto vedere immediatamente la possibilità democratica di una nuova, diversa esperienza.

Ho ascoltato anche le storie di molti artisti presenti, legata al territorio, spesso fatte di difficoltà pratiche di sopravvivenza, e li ho vissuti innanzitutto come persone, contaminata dallo spirito di grande solidarietà e condivisione tra loro.

La VI Edizione dell’evento, affronta il tema delle innovazioni tecnologiche in campo artistico riflettendo sulle preoccupazioni diffuse, i pericoli della creatività umana fatta di atto pensato, intuito, esplorazione, tempo, a volte tantissimo tempo, mentre l’altra sorgente creativa, porta agevolazioni di istantaneità priva di sforzo, realizzando arte immediata.

L’arte contemporanea è conoscenza, curiosità, indagine, riflessione sul mondo attuale, è il racconto relativo alle complessità, emergenze, sfide e tensioni, agisce da catalizzatore e specchio del nostro tempo, interroga, ho fatto questo.

Per un’artista come te che sa esplorare l’io percependo le stanze interiori attraverso il proprio sentire profondo, con energia celestiale, qual è stato il punto di partenza per la tessitura  di Messenger?

Messenger è il pensiero condiviso della storia frammentata, apparentemente dispersa, ma con in seno il seme conduttore di unione. Smaterializzando la mia opera, e consegnandone i frammenti nelle mani di persone che vivono in luoghi lontani, ho agito col linguaggio dell’arte a diffondere cooperazione e speranza.

Ho agito col gesto manuale del dono dei piccoli pezzi della mia opera posta sul pavimento, composta da due alberi frammentati e riavvicinati in modo da distinguerne le sagome. Ogni singolo pezzo, pur separato, è in relazione con gli altri, e solo attraverso la consapevolezza di questa connessione globale è possibile sperare nella ricostruzione di un ordine, ogni frammento, pur separato dal contesto originale, porta con sé una frazione dell’energia, del significato e dell’identità che caratterizzano l’intero, non come un dono qualunque, ma come un legame invisibile con mille destini.

Questo avviene nel desiderio di partecipare a un processo collettivo, annullando le distanze tra chi distribuisce e chi riceve, tra chi possiede e chi è privo di tutto. Il frammento dell’oggetto, separato dal contesto da cui proviene, assume una nuova valenza: la sua esistenza non è più apparentemente legata alla totalità, diventa invisibilmente un’entità rigenerativa. Per essere compresa, deve essere ricontestualizzata in relazione ai luoghi e alle persone che la ricevono.

Simbolo di un atto politico creativo, trasforma un puzzle apparentemente incompleto in una tessera che funge da portavoce, distribuita e destinata come simbolo di condivisione, solidarietà ed equità tra le genti di diverse nazioni. Accompagnata dal brano musicale di Arcangelo Corelli, scritto nel 1860 per la celebrazione della natività, e da parole scritte dal mio pensiero umano, lette, e consegnate al pubblico:
“Ogni atto di separazione implica una potenziale ricomposizione, la divisione, dunque, non è una fine. Ogni frammento separato dall’opera è parte di un corpo simbolo di natura. Ogni singolo frammento è un seme che porta il messaggio di sè nella memoria collettiva e trova unità nel riconoscimento di un’origine comune. Un seme racchiude l’intera promessa di vita per l’umanità”.

La natura ha un ruolo centrale nel tuo processo creativo. Indagata  come presenza e cura mettendosi in ascolto, in contemplazione per un’apertura interiore al vuoto, a ricevere un sogno, un’immagine, una conoscenza, un’epifania. In che modo il tuo prezioso legame con l’ambiente si è manifesto nella tua performance?

Da circa un ventennio la mia ricerca si è stabilizzata sul simbolo universale di un albero. La mia partecipazione all’evento avviene sia con l’ installazione “Iron Tree”, lo scheletro di un albero in ferro, posto come emblema di foreste antincendio, indistruttibili, sia con la performance Messenger.

La destrutturazione degli alberi simboleggia il modo in cui le società moderne si sono frammentate attraverso conflitti, disuguaglianze, divisioni culturali e politiche. Questo processo di distruzione rimanda, attraverso il gesto artistico, a una riflessione più ampia, sulla condizione umana, in particolare sul concetto di identità individuale e collettiva.

L’oggetto, inizialmente intero e ben strutturato, può essere visto come una metafora dell’unità sociale e dell’identità culturale complessiva. Ognuno, nella propria solitudine, possiede solo una parte della verità, e la ricerca della totalità è destinata a fallire se l’integrità non può essere recuperata. Siamo noi la prima cellula della società, recuperarci, interrogarci è necessario.

Quando prevalgono calcolo e ragione, vince l’aridità interiore, da cui parte il male dell’individualismo, che produce indifferenza e sua volta sviluppa odio. Nei miei lavori, elaboro immagini di ispirazione organiche che si rifanno al simbolo preferito della vita, ho reso l’albero privo di radici, l’ho lasciato libero di andare; è oscillante, instabile come foreste, territori, ghiacciai, l’ho capovolto, il mio modello di crescita ha le radici nel cielo e immagina una graduale discesa verso le cose umane.

Messenger è stato un impegno faticoso e molto intimo, a fior di pelle, come d’altronde è tutto il tuo lavoro. Quanto c’è di personale e quanto invece rappresenta una riflessione sul tuo percorso artistico?

In questo momento storico difficilissimo, la creatività deve fare la sua parte, in ogni forma e misura, tessendo espressioni di libertà di fare, comunicare, coniugando comunione tra i popoli.

Il mondo sociale, come l’oggetto destrutturato, non è mai perfetto o stabile, ma sempre in movimento, sempre alla ricerca di una forma nuova, più giusta e inclusiva, custodendo la possibilità di ricomposizione. In ogni mio progetto c’è una parte intima di me che  svelo quando ne ho profonda consapevolezza, solo allora sento la necessità di raccontare.

La performer è un’ attrice che vive una verità. Spogliata da ogni maschera e quindi esposta al reale, al sentire, all’essere energia e canale. Raccontaci le tue emozioni  e l’importanza che ha assunto  il pubblico – che hai coinvolto con eleganza – all’interno dell’azione.

Penso che l’eleganza sia figlia della semplicità. Non mi considero una performer, ho sempre mostrato i miei lavori, mai me stessa, questa volta ho osato, ho voluto metterci la faccia, come solitamente avviene anche nella mia vita privata, per mostrare autentici, diretti stati d’animo senza filtro.

Fare arte è ricevere, è accorgersi della vita come nutrimento, pare possa essere il tuo slogan:  possiamo affermare che questa esperienza performativa abbia arricchito tua ricerca artistica? Parlacene.

La ricerca drammatica dell’unità, ritenuta utopica e impossibile, parte da una coscienza sana e umile. Ancor prima di essere un’artista, sono una donna, una madre, predisposta alla costruzione, alla continuità. Recuperare il gesto del dono, di qualsiasi natura esso sia, materiale, spirituale, etico, politico, morale, sussurro  quel lavoro necessario di recupero di noi, attivato dell’amore per ciò che abbiamo e non possiamo perdere. Il Messaggio ha emozionato tutti i presenti, compresa me.

Enza Monetti ha interagito durante la performance con artisti provenienti da Colombia, Usa, Libano, Brasile, Cile, Messico, Nicaragua, Porto Rico, Austria, Sudafrica, Portogallo, Gran Bretagna, Guatemala, Ucraina, Spagna, Venezuela, Perù, Russia, Romania, Germania, Argentina, Francia, Portogallo, Cina, Taiwan, Croazia, Uruguay, Panama, Ecuador, Italia.

immagine per Enza Monetti - Messenger - studio del progetto - B.A.C.S. 2025
Enza Monetti – Messenger – studio del progetto – B.A.C.S. 2025
immagine per Loredana Troise
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Storica e critica d’arte, curatrice, giornalista pubblicista, Loredana Troise è laureata  con lode in Lettere Moderne, in Scienze dell’Educazione e in Conservazione dei Beni Culturali. Ha collaborato con Istituzioni quali la Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio di Napoli; l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa e l’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli. A lei è riferito il Dipartimento Arti Visive e la sezione didattica della Fondazione Morra di Napoli (Museo Nitsch/Casa Morra/Associazione Shimamoto) della quale è membro del Consiglio direttivo. Docente di italiano e latino, conduce lab-workshop di scrittura creativa e digital storytelling; è docente di Linguaggi dell'Arte Contemporanea presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli e figura nel Dipartimento di Ricerca del Museo MADRE. È autrice di cataloghi e numerosi contributi pubblicati su riviste e libri per case editrici come Skira, Electa, Motta, Edizioni Morra, arte’m, Silvana ed.

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