Architettura a Roma. Palazzo Pitagora. Storie d’eccellenza ma di occasioni mancate.

Roma è una singolarità. Anzi: Roma è tante singolarità che ne fanno un caso unico nel panorama delle grandi capitali europee. Mentre da almeno vent’anni nella altre metropoli del continente si è assistito a veri e profondi  processi di riqualificazione, trasformazione e rigenerazione urbana – si pensi solo a come sono cambiate radicalmente città come Barcellona, Berlino, Londra – fungendo anche da volano per l’economia locale, a Roma tutto questo non è stato possibile (e le cause meriterebbero un articolo a parte); solo alcuni casi fanno eccezione: esempi tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000, quando sembrava che anche la capitale si avviasse verso la realizzazione di significative opere pubbliche – musei, auditorium, piazze – quindi nella direzione di un grande processo di modificazione su scala urbana. Si ricorda che gli ultimi progetti e le infrastrutture, di cui si servono i romani quotidianamente senza neanche più averne memoria storica, risalgono alle Olimpiadi del 1960.

Il settore privato non è stato da meno. Sono rari gli esempi di architettura di qualità residenziale negli ultimi decenni. La tipica palazzina romana, la tipologia che ha impresso a questa città un carattere vernacolare, studiata e apprezzata nel panorama internazionale, non ha trovato più degli autori che ne portassero avanti il raffinato linguaggio e una committenza che ne predisponesse la realizzazione e ne apprezzasse, appunto, l’unicità. Proprio nel quartiere Parioli, dove sta sorgendo Palazzo Pitagora, un ambizioso progetto di restyling edilizio green capace, secondo le intenzioni progettuali, di far competere Roma con le più grandi capitali mondiali in termini di vivibilità smart, efficienza energetica ed eco-sostenibilità, sono presenti tra le più belle e significative palazzine romane: si va dal capolavoro di Luigi Moretti, la Casa Girasole del 1949, alle varie brillanti realizzazioni di Ugo Luccichenti: il condominio di via Fratelli Ruspoli del 1949, la palazzina Bornigia a Piazza delle Muse del 1940; dalla palazzina in via Monte Parioli di Pietro Barucci del 1948, alla palazzina in via Archimede del 1953 di Amedeo Luccichenti, solo per citarne alcune oltre, sino ad altri importanti esempi realizzati dai Luccichenti Ugo ed Amedeo tra via Panama, via di Villa Grazioli e Viale dei Parioli.

Palazzo Pitagora va a sostituire un edificio ad uffici realizzato nei primi anni ’70 che aveva una struttura portante in acciaio e pannelli sandwiches, una tipologia molto diffusa in quegli anni ispirata probabilmente ai bellissimi esempi dello Studio Passarelli, di cui va ricordato l’edificio polifunzionale in via Campania del 1964. Il punto di forza di questo nuovo complesso immobiliare, va sottolineato, è nell’essere progettato per un basso impatto ambientale, garantendo una importante riduzione delle emissioni di CO2 e dei consumi energetici rispetto alle abitazioni di tipo tradizionale. Ciascuna unità abitativa, realizzata con materiali e finiture di alto livello, è certificata con elevata classe energetica e prevede la presenza di pannelli solari di ultima generazione e di una centrale termica autonoma.

Secondo le intenzioni progettuali dell’architetto Renato Guidi a capo del progetto:

L’obiettivo era quello di realizzare un progetto edilizio ultramoderno, ma in continuità con il contesto urbano che lo circonda, affermando uno spazio nuovo la cui personalità si sviluppa partendo dal sito invece di imporsi ad esso. Da questa dicotomia di fondo è nato Palazzo Pitagora: ad uno scheletro moderno caratterizzato da materiali di avanguardia, si giustappone una pelle che nelle forme e nelle tonalità strizza l’occhio al meraviglioso panorama cittadino che il contesto regala”.

Valori come l’eco-sostenibilità, in una società che si deve confrontare sempre di più con uno sviluppo green, sono sicuramente da apprezzare. Appare sicuramente più discutibile il linguaggio adottato. La pelle che riveste, nasconde una struttura in acciaio e delle tecnologie così all’avanguardia che sarebbe stato interessante esaltare. Forse sarebbe stato preferibile dare, più in generale e totalmente, un chiaro segno di rottura con il lessico circostante così come hanno avuto il coraggio, e forse l’opportunità di fare, gli architetti citati prima, che hanno operato nello stesso quartiere, soprattutto nel primo dopoguerra, imponendo un segno di discontinuità con il passato; hanno realizzato, così, capolavori che sono ancora validissimi esempi di modernità e di sperimentazione formale apprezzati in tutto il mondo. In tal caso, si sarebbe potuto parlare di un progetto compiuto in grado di competere su tutti i livelli nel panorama europeo e forse mondiale. Da quello che, invece, leggiamo del Palazzo Pitagora, rileviamo una scelta che rende un progetto fortemente ridimensionato che fa pensare a quando l’elettrodomestico entrava per le prime volte nella casa degli italiani, la tecnologia era nascosta dietro tendine, celata in mobiletti di legno, e i televisori  a valvole – l’avanguardia tecnologica degli anni 50 -, erano impreziositi da eccentrici centrini e bizzarri soprammobili che strizzavano l’occhio al passato: con buona pace della famiglia riunita la sera non più davanti al camino ma davanti ad uno schermo elettronico. Tradizione incapace di cogliere l’innovazione. Ma dopotutto anche questa è un po’ Roma.

www.palazzopitagora.it

Paolo Di Pasquale

Paolo Di Pasquale

Paolo Di Pasquale si forma studiando prima Architettura poi Disegno Industriale a Roma, specializzandosi in Lighting design. Nel 2004 è co-fondatore dello STUDIOILLUMINA, dove si occupa principalmente di Architectural Lighting Design e Luce per la Comunicazione: lo Studio progetta e realizza allestimenti espositivi e museali, ideazione della luce, corpi illuminanti, scenografia notturna - nel settore della riqualificazione urbana e in progettazione di arredi (porti turistici, parchi, giardini, piazze etc.)-, piani della luce per alcuni Comuni italiani e spettacoli di luce. Nel 2007 fonda lo Studio BLACKSHEEP per la progettazione di architettura di interni e di supporto alla pianificazione di eventi, meeting e fiere. E' interessato alla divulgazione della cultura della luce e del progetto attraverso corsi, workshop, convegni e articoli. Ha insegnato allo IED e in strutture istituzionali. E’ docente di Illuminotecnica presso l’Istituto Quasar - Design University Roma di nel corso di Habitat Design e in quello di Architettura dei Giardini. E' Redattore di art a part of cult(ure) per cui segue la sezione Architettura, Design e Grafica con incursioni nell'Arte contemporanea. Dal 2011 aderisce a FEED Trasforma Roma, collettivo di architetti romani che si interroga sul valore contemporaneo dello spazio pubblico esistente, suggerendone una nuova lettura e uso con incursioni e azioni dimostrative sul territorio metropolitano.

3 commenti

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  • Sono pienamente d’accordo, le considerazioni mi sembrano molto pertinenti ed esprimono lo stesso sentimento che ho avuto modo di provare passando in prossimità del cantiere. L’edificio preesistente, nonostante le tecnologie antiquate, comunque coerenti con l’epoca di costruzione, riusciva ad esprimere valori di modernità che l’attuale fabbricato perde completamente. Ritengo che il tessuto urbano cittadino abbia bisogno di voci “dissonanti”, se vuole emanciparsi dal manierismo provincialotto che la caratterizza. Anche nell’edilizia privata.

  • Interessante, ma un indirizzo avrebbe fatto comodo! Parioli è grande. Devo dire però che nemmeno nel loro sito c’è l’ indirizzo.

  • Gentile Maria, ecco l’indirizzo ufficiale: Via Stoppani, 34. Il palazzo avrà più ingressi, ma quello per ora comunicato, ed usato da Paolo Di Pasquale per visitare il complesso anche all’interno, è questo. Grazie e continui a seguirci.

    Barbara Martusciello