Disney, Nike, Microsoft, Apple, Dell, Amazon, Google, Facebook, Hewlett-Packard: cosa hanno in comune questi colossi planetari?
Naturalmente, il fatto di essere nati in un garage.

In una società come quella americana, che ha intrecciato il proprio sviluppo economico e culturale con l’automobile, non c’è poi molto da stupirsi.
In Italia, invece, le grandi realtà industriali — escluse le officine legate al mondo dei motori — nascono più spesso in cantine, piccoli laboratori o botteghe artigianali: basti pensare a Ferrero, Geox, Bianchi, Moncler, Olivetti, Parmalat e molte altre.
La ragione è semplice: negli Stati Uniti l’abitazione unifamiliare con giardino e garage annesso rappresenta circa il 61,5% del patrimonio immobiliare, mentre in Italia prevale l’abitazione plurifamiliare — il condominio — che copre circa il 57% del totale e raramente, specie nelle grandi metropoli, dispone di un posto auto privato. Così, anche la tipologia abitativa finisce per influenzare il luogo dove nascono idee, progetti e imprese.
L’errore che cambiò tutto
E come tante storie del sogno americano, anche questa inizia in un garage.
Siamo a Hawthorne, un piccolo centro del New Jersey, nel 1957. Due giovani ingegneri, Alfred Fielding e Marc Chavannes, sognano di creare un materiale innovativo per la decorazione d’interni: una carta da parati tridimensionale, moderna, originale e capace di riflettere la luce grazie a minuscole bolle d’aria.
Incollano due fogli di plastica trasparente, sigillano i bordi e intrappolano tra di essi piccole sacche d’aria di forma sferica.
Il risultato è un materiale leggero, elastico e sorprendentemente piacevole al tatto.

Tuttavia, la loro idea commerciale si rivela un insuccesso: il mercato dell’arredamento non la accoglie con entusiasmo.
Ma, come spesso accade nella storia delle invenzioni, sarà il caso — e l’intuizione — a cambiarne il destino.
Il colpo di genio: proteggere, non decorare
Nel 1960 i due fondano la Sealed Air Corporation e iniziano a esplorare nuovi usi per il loro materiale.
La svolta arriva quando la IBM, in cerca di un modo per spedire i propri fragili e ingombranti computer senza rischi, trova in loro la soluzione perfetta: quel foglio di plastica pieno d’aria capace di assorbire gli urti come un cuscino invisibile.

Nasce così il pluriball o Bubble Wrap, e con esso una nuova era nel design industriale, dove la forma segue non solo la funzione, ma anche l’emozione del contatto.
Da allora, questo imballaggio in polietilene ad alta densità ha accompagnato spedizioni in tutto il mondo, proteggendo di tutto — dai bicchieri di cristallo alla componentistica elettronica. Non esiste settore commerciale che non ne abbia fatto uso almeno una volta.

Dall’imballaggio al design
Nel corso degli anni, il pluriball è stato anche reinterpretato dal design e dall’arte contemporanea: Bradley Hart lo ha trasformato in una forma di puntinismo tridimensionale, Darian Mederos ne ha tratto ritratti figurativi, Shirley Tse lo ha esplorato nell’arte concettuale, Madison Gowins nei suoi collage digitali surreali.
Il materiale ha ispirato anche il mondo della moda — da Maison Margiela a Issey Miyake, da David Dixon (per Osteoporosis Canada) a Thom Browne, dal marchio bielorusso ZNWR – “il Balenciaga della Bielorussia”, all’eco-designer francese Katell Gélébart, fino al tessitore britannico Zika Ascher e al designer tedesco Lutz Huelle.
Non mancano applicazioni nell’arredo e nel design, come la Bubble Wrap Chair dei fratelli Campana o la Bubble Wrap House di Michael Ermann, professore della School of Architecture + Design del Virginia Tech.
Si tratta di un ampliamento, aggiunto alla sua casa coloniale del 1930, è stato completato nel luglio 2020 a a Blacksburg, in Virginia. Simboli di un’estetica dell’imperfezione e della leggerezza.
Le versioni più recenti del pluriball — riciclabili, antistatiche o biodegradabili — ne raccontano l’evoluzione etica e sostenibile.
Nato da un errore creativo, è diventato una delle invenzioni più iconiche del Novecento: un materiale che ha trasformato l’imballaggio in un simbolo di funzionalità, leggerezza e persino di piacere sensoriale.
Un riconoscimento che lo ha portato fino al MoMA di New York, dove da quest’anno, nella sezione Architettura e Design, è esposto un pannello di Bubble Wrap® Air Cellular Cushioning di circa 30 x 30 cm (numero di catalogo 139.2005).

E ora, andiamo tutti a scoppiettare tra le dita un piccolo lembo di pluriball: la giornata ci sembrerà subito più piacevole.
Paolo Di Pasquale si forma studiando prima Architettura poi Disegno Industriale a Roma, specializzandosi in Lighting design. Nel 2004 è co-fondatore dello STUDIOILLUMINA, dove si occupa principalmente di Architectural Lighting Design e Luce per la Comunicazione: lo Studio progetta e realizza allestimenti espositivi e museali, ideazione della luce, corpi illuminanti, scenografia notturna - nel settore della riqualificazione urbana e in progettazione di arredi (porti turistici, parchi, giardini, piazze etc.)-, piani della luce per alcuni Comuni italiani e spettacoli di luce. Nel 2007 fonda lo Studio BLACKSHEEP per la progettazione di architettura di interni e di supporto alla pianificazione di eventi, meeting e fiere. E' interessato alla divulgazione della cultura della luce e del progetto attraverso corsi, workshop, convegni e articoli. Ha insegnato allo IED e in strutture istituzionali. E’ docente di Illuminotecnica presso l’Istituto Quasar - Design University Roma di nel corso di Habitat Design e in quello di Architettura dei Giardini. E' Redattore di art a part of cult(ure) per cui segue la sezione Architettura, Design e Grafica con incursioni nell'Arte contemporanea. Dal 2011 aderisce a FEED Trasforma Roma, collettivo di architetti romani che si interroga sul valore contemporaneo dello spazio pubblico esistente, suggerendone una nuova lettura e uso con incursioni e azioni dimostrative sul territorio metropolitano.








