In un tempo in cui la musica elettronica italiana sembra oscillare tra la nostalgia sintetica e la comfort zone digitale, la figura di Gigi Tonet (Luigi Tonet, Milano 1950) emerge come quella di un artigiano del suono che ha scelto la complessità invece della superficie.
Dall’analogico alla fuga creativa, il viaggio del “Brian Eno italiano” che ha trasformato la sperimentazione in linguaggio
Definito da molti come il “Brian Eno italiano”, Tonet ha attraversato oltre cinquant’anni di innovazione musicale costruendo una poetica fatta di macchine elettroniche, intuizioni e un rigore quasi architettonico verso il suono.
L’invenzione come necessità
Milano, fine anni ’60. L’Italia non ha ancora un lessico elettronico. Gli studi di registrazione sono luoghi per band pop e orchestrine televisive e non per pionieri del sintetizzatore. In questo contesto, Tonet si forma, guidato dal maestro Gian Felice Fugazza (1922-2007) che è tra i primi musicisti italiani ad interessarsi alla musica elettronica sin dagli anni ‘50 e pioniere nell’introdurre elementi di elettronica al Conservatorio di Bologna.
Tonet, partendo da un piccolo organetto GEM (Generalmusic) a 4 manopole, inizia quindi a seguire Keith Emerson con i Nice, poi i Moody Blues; successivamente acquista un Clavinet usato da Demetrio Stratos degli Area con cui aveva intanto instaurato un’amichevole frequentazione.
L’assenza di mezzi diventa un atto di resistenza: costruire con ciò che non si ha.
Organi liturgici, Hammond, Clavinet, poi i primi sintetizzatori modulari — strumenti che non solo producono suoni, ma modificano il modo di pensare la musica.
È qui che nasce la sua etica: la tecnologia come estensione dell’ascolto, non come scorciatoia.
L’Italia elettronica che non c’è mai stata
Arriviamo quindi alla metà degli anni Settanta: nel 1976 ci fu una polemica partecipazione al Festival della canzone Italiana di Sanremo con Volo AZ504 degli Albatros (ex Toto e i Tati), che generò scandalo poichè trattava coraggiosamente il tema dell’aborto, all’epoca non ancora legalizzato in Italia (la voce femminile era dell’attrice Silvia Dioniso); la controversia riguarda proprio l’apporto di Tonet, che era allora anche tastierista della band e, secondo il suo racconto e alcune interviste, della canzone era compositore ma non ebbe mai il riconoscimento della proprietà intellettuale del brano che fece invece in seguito la fortuna di Toto Cutugno (che aveva fondato il gruppo).
Tra anni Ottanta e Novanta, Tonet entra nel cuore della scena sperimentale italiana. Collabora con Alberto Radius (America Good-Bye, 1979), il Banco del Mutuo Soccorso (nel disco Buone notizie 1981), Franco Battiato (in L’arca di Noè, 1982 e in Orizzonti perduti, 1983), Faust’O (Fausto Rossi), Zucchero, Vasco Rossi (Bollicine, 1983), portando nel nostro paese strumenti inusuali e idee avanguardistiche, incarnando il ruolo di tecnico-filosofo, di mediatore tra analogico e intuizione, tra l’artigianato e la visione.
Tra il 1980 e il 1985 esordisce nella televisione pubblica e privata italiana con la sigla composta per il programma a premi Flash (RAI1) e poi per Superflash (Canale 5) condotto da Mike Buongiorno. Negli anni 1984-1987 “il tappeto sonoro” di Tonet entra nelle case degli italiani diventando la sigla di commento della rubrica Rai Meteo 2 con il brano Electric Skies.
In un ambiente dominato da estetiche pop e scarsa attenzione all’innovazione sonora, Tonet rappresenta un’anomalia: il suo linguaggio fonde ingegneria e immaginazione, scienza e spiritualità del suono. “Se avessi tenuto le mie macchine analogiche, oggi sarei milionario”, scherza in un’intervista, ma dietro la battuta si percepisce il dispiacere di chi ha visto passare, e un po’ ha anche fatto, il futuro ma a cui non è stato tributato il giusto riconoscimento.


L’esilio come continuità
All’inizio dei Duemila, Tonet sceglie di lasciare l’Italia. Il mercato discografico è cambiato, gli studi chiudono, il digitale diventa religione. Si trasferisce a Mosca, dove continua a lavorare come produttore, tecnico, giurato e mentore per giovani musicisti.
Il suo spostamento geografico diventa anche una dichiarazione estetica: cercare libertà in un altrove, non per fuggire ma per continuare a costruire. In Russia, Tonet trova allora quella dimensione di ascolto e di rispetto professionale che in Italia sembrava negata.
La critica del digitale e la fatica del suono
Tonet guarda con sospetto l’attuale revival anni ’80 e la proliferazione del preset sound. Non è una posizione nostalgica, ma critica. L’elettronica, dice, è diventata troppo facile:
“Oggi si fa meno fatica, e questa meno fatica significa meno scoperta”.
Nel suo pensiero si cela una riflessione più ampia sull’arte contemporanea: quando la tecnologia semplifica eccessivamente il gesto creativo, ciò che si perde è la tensione, l’imperfezione, la possibilità di errore — ovvero, ciò che rende l’arte viva.
Il suono, per Tonet, non è mai superficie ma materia da scolpire. Ogni patch, ogni oscillatore, ogni errore di frequenza diventa parte di una scultura invisibile, un’architettura acustica che si costruisce con il tempo e la pazienza.
Una lezione di coerenza
Oggi, dal suo studio moscovita, Gigi Tonet resta un esempio raro di coerenza artistica. Non ha ceduto all’estetica del software né alla mitologia del vintage, ma continua a cercare un equilibrio tra uomo e macchina, intuizione e metodo.
Il suo percorso racconta una verità che va oltre la musica: che la sperimentazione non è un genere, ma un atteggiamento etico. In un Paese spesso distratto, la sua parabola ci ricorda che l’innovazione nasce dove qualcuno decide di restare fedele alla complessità.
Paolo Di Pasquale si forma studiando prima Architettura poi Disegno Industriale a Roma, specializzandosi in Lighting design. Nel 2004 è co-fondatore dello STUDIOILLUMINA, dove si occupa principalmente di Architectural Lighting Design e Luce per la Comunicazione: lo Studio progetta e realizza allestimenti espositivi e museali, ideazione della luce, corpi illuminanti, scenografia notturna - nel settore della riqualificazione urbana e in progettazione di arredi (porti turistici, parchi, giardini, piazze etc.)-, piani della luce per alcuni Comuni italiani e spettacoli di luce. Nel 2007 fonda lo Studio BLACKSHEEP per la progettazione di architettura di interni e di supporto alla pianificazione di eventi, meeting e fiere. E' interessato alla divulgazione della cultura della luce e del progetto attraverso corsi, workshop, convegni e articoli. Ha insegnato allo IED e in strutture istituzionali. E’ docente di Illuminotecnica presso l’Istituto Quasar - Design University Roma di nel corso di Habitat Design e in quello di Architettura dei Giardini. E' Redattore di art a part of cult(ure) per cui segue la sezione Architettura, Design e Grafica con incursioni nell'Arte contemporanea. Dal 2011 aderisce a FEED Trasforma Roma, collettivo di architetti romani che si interroga sul valore contemporaneo dello spazio pubblico esistente, suggerendone una nuova lettura e uso con incursioni e azioni dimostrative sul territorio metropolitano.














