Quando il fumo si dirada, momenti di una vita tra politica, arte e cultura partigiane, intervista all’autore Federico Raponi

Quando il fumo si dirada, edito da A.G.Tofani nella versione cartacea e da StreetLib in quella digitale (216 pagine la prima e 124 la seconda, divise in 13 capitoli), è preceduto dall’introduzione di Vincenzo Miliucci, figura emblematica dell’estrema sinistra e tra i fondatori dell’Autonomia Operaia di Via dei Volsci e della Confederazione Cobas ed è il racconto della rivolta di una generazione di giovani, quella degli anni Ottanta e Novanta, al centro di un dibattito appassionato e necessario. 

“Se per la propria vita non si immagina un progetto, un obiettivo… Sono le scelte – prese o mancate – a tracciarne il percorso!”

Ed è proprio dalle scelte che ha inizio questo viaggio, lungo quasi 40 anni, che ha come guida il giornalista Federico Raponi o ‘Fedingo’ – così ribattezzato dai tempi di Askatasuna, il centro sociale occupato autogestito in via della Nocetta, nel suo quartiere, Monteverde – che narra, in terza persona, il suo percorso dagli anni ’80 a oggi, fatto di battaglie, politica, impegno civile, passione per il cinema e il teatro, oltre che l’amore verso la radio a cui approda, grazie a Radio Onda Rossa, autogestita, antagonista e indipendente, esordendo con il programma Voci della Resistenza.

Abbiamo incontrato Federico Raponi nella sua accogliente libreria di famiglia a Monteverde, punto di riferimento storico del quartiere, per approfondire qualche tema della sua opera. 

immagine per Federico Raponi Quando il fumo si dirada
Federico Raponi Quando il fumo si dirada, cover

Federico, la tua è un’opera autobiografica ed è la testimonianza di un’esistenza trascorsa nella militanza politica fuori dalle file istituzionali, un lavoro che sembra assumere valore di fonte storica: è questo l’intento che hai voluto perseguire? 

Sì, l’aver avuto come preziosi referenti i due partigiani romani Franco Bartolini e Orfeo Mucci – oggi scomparsi – per il programma Voci della Resistenza, mi ha fatto capire meglio l’importanza della trasmissione della memoria storica alle generazioni che continuano a lottare per l’uguaglianza dei diritti, e ciò assume ancora più rilevanza quando a raccontare è chi quel percorso lo ha praticato.

Anche perchè alcuni episodi personalmente attraversati, come il processo Priebke o la rivolta zapatista, hanno fatto storia. Per questo mi piacerebbe fare presentazioni del mio libro con i giovani, affinchè il confronto tra la medesima tensione ideale possa tradursi in una specie di passaggio di testimone.

Alla base di questo atto c’è pure il necessario desiderio di capire, lo stesso che ha diretto la mia ricerca di materiali verso quanto mi ha preceduto, dalla Resistenza al movimento rivoluzionario degli anni ’70.

Nel riportare le tante esperienze della militanza antagonista romana, dagli anni delle prime occupazioni, dalla Pantera fino al Teatro Valle, dei sound system, delle manifestazioni e delle lotte, non manca il resoconto degli attacchi dei gruppi fascisti, dei tanti sgomberi e anche degli arresti, esperienza, quest’ultima, a Rebibbia, che sembra segnarti profondamente: che sensazioni hai provato?

Tante, e tumultuose. Quando si intraprende una lotta che prevede anche atti di illegalità, il carcere è da mettere in conto. Poi, ritrovandotici dentro, sei sbattuto in un altro pianeta.

In quei giorni pensavo soprattutto al rischio che stavo correndo, relativo a qualche anno di detenzione, alle sofferenze che causavo agli affetti intorno, alla mancanza di contatti sia con l’esterno che con gli altri arrestati insieme a me, all’esperienza del centro sociale in cui stavo mettendo il mio impegno quotidiano, e che rischiava di finire pochi mesi dopo essere nato.

Non poter più disporre della propria libertà è una delle esperienze peggiori, e il turbinio di emozioni provoca anche ferite profonde, dagli strascichi lenti e durevoli, che nel mio caso hanno portato all’abbandono dell’università e del volontariato con persone disabili.

Che cosa intendi quando ti descrivi “di formazione libertaria senza Maestri ma per ricerca personale” e quale significato acquisisce questa definizione per la tua generazione – dai militanti antifascisti romani, ai gruppi femministi, antagonisti libertari – di sognatori della nostra città? 

Non ho avuto insegnamenti o esempi, il mio interesse per la politica è nato spontaneo nel vissuto e nel tempo, la curiosità mi ha portato a studiare il pensiero che sentivo più affine alla personale sensibilità e al modo di essere, cioè quello dell’anarchismo sociale.

Chi, come me, cominciava a vivere l’impegno a partire dagli anni ’90, ha avuto una formazione variegata, i modelli se li è dovuti costruire, non c’erano più le tante organizzazioni extraparlamentari del periodo precedente.

I primi centri sociali, nati negli anni ’80, sono stati punti di ripartenza dalle macerie delle sconfitte e dalla dissoluzione del movimento che aveva tentato l’assalto al cielo; dei fondamentali laboratori di autogestione, di socialità creativa, di proposta culturale, di nuovo protagonismo collettivo, che hanno portato ad occupazioni, generi musicali, riviste, arrivando a trattare – come coordinamento – con le istituzioni cittadine in una posizione di forza, e rendendo Roma stessa una sorta di avanguardia a livello europeo.

Interessante la scelta dello stile documentaristico per la narrazione che è asciutta e rigorosa, descrive personaggi ed eventi nella loro essenziale progressione; non c’è mai traccia di retorica letteraria, politica o morale e l’utilizzo della terza persona crea un ponte emozionale tra Fedingo e il lettore che, senza farsi suggestionare, sembra identificarsi nelle esperienze del protagonista.

Fin da piccolo sono stato poco loquace, e dopo l’adolescenza è iniziata la mia passione per la poesia, che spesso ha capacità di sintesi e simbolismo.

Poi, anche la pratica del giornalismo ha contribuito allo sviluppo di una scrittura secca e mirata. Pensando il libro, la scelta della terza persona, immediata, è stata un doveroso riconoscimento alle migliaia di persone incrociate nel mio tragitto, molte delle quali hanno condiviso le stesse aspirazioni.

Per ripercorrere tutti questi anni, ho sentito la necessità di osservarmi da fuori, in maniera più oggettiva, e ciò crea un parallelo tra chi scrive e chi legge, permettendo di studiare il personaggio attraverso i suoi comportamenti piuttosto che ascoltandone i pensieri. Poichè, del resto, la vita la segnano le azioni.

Tenace sostenitore della funzione catartica “della cultura per cambiare la società”, nel tuo libro racconti della tua professione giornalistica esercitata per un ventennio a Radio Onda Rossa, con un impegno a metà tra il volontaristico e il professionale con il programma Voci della Resistenza per proseguire con tanti altri format ideati e condotti sempre in dialogo con gli ascoltatori e i sostenitori e spaziare con teatro e cinema: com’è cambiato negli anni il tuo rapporto con la radio?  

In una radio autogestita bisogna saper fare un po’ tutto, ed è quello che in progressione ho provato: accoglienza, telefono, riunioni di redazione, turnazioni, rassegne stampa, GR, monologhi e interlocuzioni in diretta, regìa tecnica, conduzione, organizzazione e manovalanza negli eventi di finanziamento come feste, cene, concerti.

Nel tempo si è trattato di un crescendo, fino alla cura completa di tre trasmissioni settimanali. Pìù lavori su qualcosa, più ti prende tempo ed energìe, anche se indietro dà tanto, nel continuo scambio proprio di un progetto collettivo.

E il mio interesse pian piano si è spostato dalla militanza all’arte e alla cultura, riconoscendone sempre più il ruolo fondamentale per la trasformazione di una comunità. Finchè, ad un certo punto, qualcosa in me ha detto di fermarsi. Questione di stanchezza, volevo proprio lasciare, ed è stata una decisione a lungo elaborata.

Convinto però dagli altri a continuare, ho scelto di andare in onda in versione registrata, e addio diretta. Quindi niente più studi e contatti faccia a faccia, solo ospiti in collegamento. È molto diverso, ma va bene anche così.

Paola Belluscio

Paola Belluscio

Si laurea in Scienze della Comunicazione con indirizzo impresa e marketing nel novembre del 1998 presso l'Università La Sapienza di Roma; matura circa dodici anni di esperienza presso agenzie internazionali di advertising del Gruppo WPP - Young&Rubicam, Bates Italia, J.Walter Thompson - nel ruolo di Account dove gestisce campagne pubblicitarie per conto di clienti tra cui Pfizer, Johnson&Johnson, Europcar, Alitalia, Rai, Amnesty International e Ail. Dal 2010 è dipendente di Roma Capitale e attualmente presta servizio presso l'Ufficio di di Presidenza del Municipio Roma XIV dove si occupa di comunicazione istituzionale, attività redazionale sui canali social del Municipio e piani di comunicazione. Ama viaggiare e leggere.

commenta

clicca qui per inviare un commento