La parola al teatro #28. Venere in pelliccia di Gianni De Feo apre (e chiude per il lockdown) la stagione del Teatro Lo Spazio

immagine per Venere in pellicciaL’ultima coraggiosa replica dello spettacolo, in prima assoluta, Venere in pelliccia andata in scena al Teatro Lo Spazio, avrebbe dovuto inaugurare la stagione del rinnovamento e del riscatto per questa sala all’ombra della Basilica di San Giovanni, luogo off pronto ad accogliere e raccontare gli antri più nascosti dell’animo umano.

Così non è stato. Il gel igienizzante, la sala a capienza ridotta, con meno della metà dei posti disponibili occupati, e gli spettatori ligi nell’indossare la mascherina non sono bastati per impedire, con l’emanazione del DPCM del 25 ottobre, di calare il sipario e spegnere i riflettori su questo come su tutti i teatri italiani, privando il tessuto sociale del Paese di un luogo simbolo che mantiene in vita la comunità e dal quale abbiamo tratto la forza psicologica e morale per opporci alla pandemia.

Malgrado questa amara consapevolezza e la ben dissimulata tensione emotiva derivante dall’imminente chiusura dei teatri, il poliedrico regista-attore Gianni De Feo insieme alla convincente Patrizia Bellucci sono andati in scena con l’opera, tratta dal romanzo di Leopold von Sacher-Masoch, un classico della letteratura erotica dell’Ottocento, riadattato per il teatro nel 2010 dal drammaturgo americano David Ives e ripreso al cinema da un film di Roman Polanski, al quale questo allestimento teatrale si è ispirato.

Siamo tutti facili da spiegare, ma non da districare

Un’autentica sperimentazione di metateatro poiché la scena è proprio un palcoscenico vuoto, al termine di una giornata intensa di provini curati dal regista Thomas, in cerca della protagonista da scritturare per il suo prossimo spettacolo.

Tutto è avvolto nel nero come in una notte, finché, ormai fuori tempo massimo, si presenta innanzi a lui Wanda, curiosamente omonima del personaggio che si propone di interpretare: conturbante e sensuale, dotata di grande fermezza e capacità ipnotiche, riesce a prevalere sulle resistenze legate al suo aspetto fortementeappariscente e convince Thomas a provare con lei il testo.

La seduzione esercita un sottile potere insinuante, pericoloso, irrazionale, creando un legame che va oltre il sentimento e per cui restare legati, per forza e per diletto.

Wanda è, dunque, una sorta di Venere nera che appare dal nulla per vendetta femminile e per mettere in luce la vita del regista: lo sottomette e lo violenta, fino al ribaltamento finale in cui, coupe de théâtre partorito dall’abile penna di David Ives, è invece Thomas a scoprire e a esporre la sua parte femminile e la sua smania di potere.

Questo è il futuro degli uomini e delle donne”. Chi vuole inginocchiarsi si inginocchi, chi vuole sottomettersi lo faccia.
In amore come in politica uno dei partner deve comandare. Uno è il martello, l’altro l’incudine”, dice Thomas.

La scenografia è scarna, prevalgono le tonalità scure e i costumi sono sobri. La recitazione è coinvolgente, intensa, raffinata, veloce e porta avanti quel desiderio sessuale masochista che regna tra i due personaggi.

È la storia di una padrona e di uno schiavo e del loro profondo amore. Allo stesso modo gli attori ripropongono le medesime suggestioni con il racconto della beatitudine del piacere raggiunta attraverso l’umiliazione, un gioco sottile che ha ruoli ben definiti: De Feo è straordinario, concentrato e pungente mentre la Bellucci cattura con abilità le molteplici sfaccettature caratteriali ed emotive che un personaggio così complesso come questa Wanda presenta a ogni respiro di battuta.

I dialoghi sono permeati da un’altalena di finzione e realtà, ingenuità e trasgressione, ma anche maschile e femminile; i piani temporali, spaziali ed emotivi dello spettacolo sono molteplici: vita, teatro, romanzo, reazione spirituale ed emotiva.

Uno spettacolo interessante che richiede davvero molta concentrazione: è tutto su di un solo fiato, vengono districati i problemi di potere tra i due sessi nel corso della storia ma anche, e sembra davvero un richiamo all’attualità,la vita difficile dei teatranti, costretti da sempre a rincorrere le concretizzazioni delle loro idee.

Paola Belluscio

Paola Belluscio

Si laurea in Scienze della Comunicazione con indirizzo impresa e marketing nel novembre del 1998 presso l'Università La Sapienza di Roma; matura circa dodici anni di esperienza presso agenzie internazionali di advertising del Gruppo WPP - Young&Rubicam, Bates Italia, J.Walter Thompson - nel ruolo di Account dove gestisce campagne pubblicitarie per conto di clienti tra cui Pfizer, Johnson&Johnson, Europcar, Alitalia, Rai, Amnesty International e Ail. Dal 2010 è dipendente di Roma Capitale e attualmente presta servizio presso l'Ufficio di di Presidenza del Municipio Roma XIV dove si occupa di comunicazione istituzionale, attività redazionale sui canali social del Municipio e piani di comunicazione. Ama viaggiare e leggere.

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