La parola al teatro #16. Il dolore: diari della guerra. L’attesa, la guerra vista dalle donne e da Elena Arvigo

È la storia della guerra delle donne che inermi attendono, attanagliate da un dolore individuale che diventa universale.
Tratto da Il Dolore e Quaderni della guerra e altri testi di Marguerite Duras e da L’istruttoria di Peter Weiss, lo spettacolo portato in scena dalla poliedrica attrice e regista Elena Arvigo al Teatro Argot Studio, è un’indagine sulla fine della Seconda Guerra Mondiale e sulla drammatica pagina storica del nazismo con la deportazione nei campi di concentramento di oltre due milioni di persone tra uomini, donne e bambini tra il ‘33 e il ’45.
Abbiamo incontrato la protagonista Elena Arvigo al termine della sua emozionante rappresentazione per farci raccontare questa esperienza.

immagine per Elena Arvigo
Il Dolore, foto di Manuela GIusto

La fusione tra la testimonianza storica e il resoconto emotivo dell’attesa contenuta nel diario che la Duras avrebbe scritto quando aspettava il ritorno di suo marito Robert Antelme deportato a Dachau, ha rapito il pubblico grazie alla tua intensa interpretazione.

Questo racconto mi interessava proprio per il fatto che l’avesse scritto la Duras che ha sempre un rapporto molto viscerale e intimo con la scrittura ed è riuscita a narrare il fatto storico con uno stile, il suo, molto riconoscibile perché intriso di caratteri cinematografici: da una parte ci sono tutti i fatti storici e dall’altra uno stato esistenziale che riguarda l’attesa di quel momento.

Nel nostro immaginario noi abbiamo la tragedia dei campi di concentramento, la guerra con i suoi 11 milioni di morti e la sua stessa conclusione nel ‘45 con la Liberazione da parte degli americani, per giungere al periodo della Ricostruzione e agli anni ‘50. Resta tuttavia poco indagato quel passaggio che riguarda il momento di profondo caos emotivo dell’attesa, ovvero di ciò che succedeva alle persone, le donne in particolare, che hanno aspettato i propri congiunti in un’altalena di emozioni.

Per questa ragione ho avvertito la necessità di raccontare con la mia rappresentazione questo stato di emergenza tra la vita e la morte e i cambiamenti ad esso conseguenti: il divorzio da Robert è un epilogo che sorprende ma è anche una testimonianza di un fatto squisitamente umano. Lui resterà l’uomo che lei ha sempre atteso così come lei assurge a simbolo dell’attesa.

Emerge la speranza come ponte tra la vita e la morte: qual è il significato di questa riflessione?

La speranza è radicata nel dolore e, nel cogliere forza e autenticità in questo racconto, mi è sembrato interessante restituire al pubblico tale riflessione: si pensa alla morte come al dolore più grande, mentre il dolore è un’esperienza molto complessa in cui l’attesa può rivelarsi ancora più dolorosa in termini di intensità, perché protratta nel tempo.

“Io mi sento vile”: sono rimasta colpita da questa tua espressione e dallo spazio che dedichi al tema della viltà.

Lei è completamente sola perché l’unico figlio che aveva è morto, perciò lei aspetta Robert evocando spesso le immagini di quella fossa buia che la fanno sentire vicina a lui perché per lei è come se la sopravvivenza diventasse volgare. Questo suo sentirsi vile è legato anche al proposito di lasciarlo: lei lo ha atteso in modo così assoluto e straziante che, mentre nell’attesa e nel pensiero della morte gli era stata vicina, al momento del suo rientro qualcosa nel loro legame si spezza irrimediabilmente; qualcosa che non tornerà più intero, come i piatti che lei stessa infrange che sono l’espressione più evidente.

Sei riuscita, con incredibile ritmo, movimento ed espressività, a identificarti in questa donna piena di nevrosi.

Questo è un racconto che non ha origine da un atto teatrale pertanto la ripetizione ossessiva dei movimenti trova grande spazio drammaturgico, attraverso la creazione di una norma quotidiana dentro la quale c’è l’attesa in un disegno generale di sopravvivenza in cui tuttavia la stessa non comporta il farsi coraggio, ma semplicemente il continuare ad aspettare in modo intenso e profondo in un turbinio di stati d’animo.

Paola Belluscio

Paola Belluscio

Si laurea in Scienze della Comunicazione con indirizzo impresa e marketing nel novembre del 1998 presso l'Università La Sapienza di Roma; matura circa dodici anni di esperienza presso agenzie internazionali di advertising del Gruppo WPP - Young&Rubicam, Bates Italia, J.Walter Thompson - nel ruolo di Account dove gestisce campagne pubblicitarie per conto di clienti tra cui Pfizer, Johnson&Johnson, Europcar, Alitalia, Rai, Amnesty International e Ail. Dal 2010 è dipendente di Roma Capitale e attualmente presta servizio presso l'Ufficio di di Presidenza del Municipio Roma XIV dove si occupa di comunicazione istituzionale, attività redazionale sui canali social del Municipio e piani di comunicazione. Ama viaggiare e leggere.

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  • Come sempre l’ energia e concretezza di Paola Belluscio non delude le aspettative di chi ha avuto modo di conoscere il suo modo di rappresentare la vita e non solo, scrivendo. Riconosco in pieno il suo stile inconfondibile e il suo talento.