La parola al Teatro #26. Popolo bue. La satira di Orwell interpretata da Francesco  Pompilio

immagine per Francesco Pompilio
Popolo bue, ovvero l’arte di raggirare il popolo con le parole, di Francesco Pompilio

Sono passati 75 anni da quando La fattoria degli animali di George Orwell uscì il 17 agosto 1945, bloccata negli anni di guerra per la sua feroce satira nei confronti di Stalin e dell’Unione Sovietica che era alleata contro la Germania nazista dell’Inghilterra, eppure questo apologo satirico e grottesco sul potere, portato avanti mettendo in scena degli animali come nelle favole di Esopo, non perde il proprio senso e ieri come oggi si fa ancora più forte il monito dello scrittore inglese nel difendere la libertà di pensiero e coltivare sempre e comunque la propria umanità.

In scena all’Ar.Ma Teatro, Popolo bue, ovvero l’arte di raggirare il popolo con le parole, di Francesco Pompilio, anche interprete, Angelo Libri, anche regista, e Flaminia Chizzola, è la trasposizione teatrale del capolavoro di Orwell, riletto e interpretato come una metafora del potere di manipolazione dei mezzi di informazione di massa e della cosiddetta “comunicazione”.

Francesco Pompilio, unico protagonista, domina la scena con un monologo mai monocorde e monotono, modulando con la voce i vari personaggi che si trova a sua volta a interpretare e offre una rappresentazione corale, come di fatto il testo di Orwell, a tratti urlante, ironica, comica e soprattutto patetica, nel significato greco del termine e cioè di profonda partecipazione emotiva.

Lo abbiamo incontrato al termine della piéce per farci raccontare del suo progetto.

Quando il capo dei maiali, Napoleon (Stalin) prende le redini del comando e presto estromette il suo compagno Palla di Neve (Trozkij) per divergenze politiche, il regime diventa ben presto dittatoriale trasformando il precetto dell’uguaglianza nel celebre: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”. Qual è il significato più profondo di questa citazione?

È una contraddizione pacchiana, perché “più uguale” non vuol dire nulla, tuttavia è il punto d’arrivo di un potere che alla fine non ha più bisogno neanche di nascondersi o di inventare delle bugie un po’ architettate; ormai può dire quello che vuole perché dall’altra parte non ci sono più le armi per contrastarlo, in primis la conoscenza. Ed è proprio nella sua assenza che risiede il problema: nella fattoria come dappertutto.

La conoscenza è faticosa ed è un lungo investimento ecco perché viene scavalcata da altre forme di intrattenimento molto più semplice che però alla lunga esautorano. Dal mio punto di vista è questo il significato più profondo: il mio è un adattamento del libro di Orwell che nella sua solo apparente semplicità, va in molte direzioni che non avremmo potuto percorrere in toto, ragione per cui ho puntato su Clarinetto.

Soffermiamoci sulla figura di Clarinetto nel ruolo di comunicatore.

Clarinetto rappresenta la spina dorsale di tutto lo spettacolo: gli unici pezzi che abbiamo lasciato in parte originali sono i discorsi di Clarinetto che segnano proprio la traiettoria dal primo momento in cui lui è parte della rivoluzione al momento in cui si smarca e diventa l’oppressore.

È una storia, quella di Orwell, che sopravvive perché è semplice, arriva a tutti ma è sempre la stessa che si ripete, tanto nella macrostoria quanto nelle storie del nostro quotidiano.

In questo senso i tuoi richiami alla contemporaneità, penso alle due gag del telegiornale e della radiocronaca calcistica, sono funzionali a costruire un’acuta critica sull’arte della persuasione e della seduzione dei mezzi di comunicazione di massa nel falsificare la realtà attraverso poteri consolidati che sono spesso ingannevoli sonniferi del pensiero.

La nostra difficoltà quando studiamo la storia è che prima c’erano altre forme di comunicazione che oggi ci sembrano vecchie, per cui pensiamo che anche i contenuti siano datati; in realtà la storia si ripete nello stesso modo solo che prima c’erano altri comunicatori: già una radiocronaca o un telegiornale sono quasi superati rispetto a un tweet o a un social network.

La comunicazione è dunque tutto: in un senso o nell’altro proprio perché si distingue in verbale, non verbale e paraverbale.

A volta sembra che la scelta delle parole non conti tuttavia esse sono fisiche, sono oggetti da scegliere. Tant’è che nelle dittature del passato e del presente è molto inusuale il paradosso che accade: noi oggi chiudiamo perché, come ha detto qualcuno in tv, il teatro fa zero come fatturato quindi inutile restare aperti.

Eppure, bersaglio delle dittature moderne, quella di Orban in Ungheria o Erdogan in Turchia tanto per citarne qualcuna, non è la politica, non è l’economia bensì la scuola e il teatro. E non è un caso. Il teatro è l’unica forma di arte che nella storia a un certo punto è stato bandita: nessuno si è mai sognato di proibire la pittura, nonostante anche questa fosse scomoda, proprio perché richiede spesso degli strumenti conoscitivi di cui non tutti dispongono; al contrario in teatro ci si emoziona, anche se si è privi di conoscenza, anche se non abbiamo mai letto Orwell perché certe rappresentazioni possono colpire fino a porsi delle domande e ciò costituisce un ostacolo alla manipolazione.

A me interessa molto Orwell come autore perché è che uno tra quelli che ha parlato non del suo tempo, ma dell’uomo e, infatti, i paragoni con La fattoria degli animali e con 1984 sono innumerevoli perché si può chiamare Grande Fratello o con qualsiasi altro nome, ma il concetto del controllore onnipresente è sempre esistito ed è il sogno di qualsiasi dittatura e, viceversa, l’incubo di qualsiasi persona libera.

Un allestimento scenografico essenziale costituito da pochi oggetti di uso quotidiano che accompagnano e fanno da contorno a una drammaturgia interessante che conduce il pubblico con sarcasmo e rigore, in questa favola, costruendo una partitura di azioni puntuali e calibrate per ogni scena.

Nella drammaturgia, oltre a privilegiare la figura di Clarinetto, abbiamo scelto di cambiare spesso registro tra il narratore, i personaggi che ci sono, Clarinetto e Napoleon, e delle forme di passaggio che fossero una sorta d’immedesimazione nel pubblico, di reazione che avrei potuto avere io stesso se fossi stato dall’altra parte; ciò in ragione del fatto che abbiamo cercato di cogliere gli snodi e i punti di domanda che certe situazioni suggeriscono che sono logici e corretti perché la protesta è giusta tuttavia, in assenza di una direzione, ci sarà sempre qualcuno pronto a intervenire e qualcun altro altrettanto pronto a farsi guidare.

Il triste epilogo della piéce non fa che acuire l’amarezza e la disillusione celate dietro l’inganno e rinforzare quel senso d’impotenza di fronte alle dittature.

Paola Belluscio

Paola Belluscio

Si laurea in Scienze della Comunicazione con indirizzo impresa e marketing nel novembre del 1998 presso l'Università La Sapienza di Roma; matura circa dodici anni di esperienza presso agenzie internazionali di advertising del Gruppo WPP - Young&Rubicam, Bates Italia, J.Walter Thompson - nel ruolo di Account dove gestisce campagne pubblicitarie per conto di clienti tra cui Pfizer, Johnson&Johnson, Europcar, Alitalia, Rai, Amnesty International e Ail. Dal 2010 è dipendente di Roma Capitale e attualmente presta servizio presso l'Ufficio di di Presidenza del Municipio Roma XIV dove si occupa di comunicazione istituzionale, attività redazionale sui canali social del Municipio e piani di comunicazione. Ama viaggiare e leggere.

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