Herbarie. Quella caccia alle streghe mai conclusa e la colpa di essere donna

“Non si può mutare il destino di chi è legato agli alberi e le piante…”

Erano le guaritrici colpevoli di seguire antiche sapienze e tradizioni, colpevoli di ricorrere, per risanare, alle piante che danno la vita e la morte, colpevoli di appartenere al genere femminile e di muoversi in un mondo femminile di confidenze, di contraccettivi, di parti, di aborti. Nella condanna delle erboriste streghe confluiva il risentimento della medicina dotta e maschile per quella popolare e femminile che al contrario della prima si avvaleva dell’ascolto e dell’esperienza diretta sul corpo.

La Chiesa di Roma, dichiarandosi detentrice di una verità universale, vedeva in queste donne una grande minaccia al loro potere sulle masse e, coadiuvata dalla filosofia medievale, elaborava un concetto di sessualità femminile che generava la catena semantica: donna – amante – immagine di Satana, laddove il femminile era fonte di irrazionalità.

Da questo quadro storico prende vita lo spettacolo Herbarie. Le chiamavano streghe, andato in scena al Teatro Il Cantiere di Roma, tratto dal testo di Silvia Pietrovanni con l’adattamento di Isabella Moroni, la regia di Ivan Vincenzo Cozzi e l’interpretazione di Claudia Fontanari, Brunella Petrini ed Elena Stabile.

Claudia Fontanari, in scena nel duplice ruolo del personaggio di Lucia e dell’Inquisitore riesce, con mirabile versatilità e forza, a immedesimarsi nelle differenti parti, senza perdere tono e profondità e regalando all’azione teatrale immediatezza e vivacità.

Nell’assenza di qualsiasi mezzo materiale e senza l’ausilio di artifici, il regista Ivan Cozzi crea un’originale ed efficace strutturazione della rappresentazione attraverso intuizioni nell’azione dei personaggi che estrinsecano mirabilmente gli ambienti che la storia narrata offre all’immaginazione.  Inoltre le musiche originali di Tito Rinesi e le sonorità  – oltre alla mimica e ai movimenti delle attrici – riescono a qualificare e fare emergere i diversi caratteri della vicenda valorizzando le virtù delle protagoniste e il senso della narrazione.

Un eccellente capolavoro drammaturgico incentrato sulla figura storica dell’erborista medievale con le tre protagoniste capaci di far proprie, con rara abilità e delicatezza, i personaggi di tre donne i cui destini si intrecciano: Lucia, giovane erborista che racconta la storia della sua famiglia, la nonna Mercuria, la magistra del paese e la figlia Caterina.

Un setting essenziale e allo stesso tempo descrittivo e di profonda significazione dove i segni ed i codici si fanno rimodellabili e permeabili; una fusione armoniosa nelle trame della regia di questo viaggio in cui lo spettatore viene accompagnato senza perdere di vista la relazione stretta e complessa che fa della storia la conoscenza della realtà attraverso il tempo, e del tempo la trama nella quale si dipanano gli avvenimenti che fanno la storia.

Una storia che intende denunciare quell’ossessione sessuofobica che tra il 1300 e il 1600 perseguitò migliaia di donne condannandole e che trova inizio nella misoginia gravante sull’ideologia cattolica.

È molto difficile ridurre all’obbedienza chi non cerca di comandare
– Jean Jack Rousseau

La domanda che ci poniamo oggi è se la caccia alle streghe sia davvero finita nel XXVII secolo. A scuola ci hanno insegnato che l’avvento dell’Illuminismo ha spazzato via certe superstizioni e che da allora in poi nessuna donna venne più bruciata sul rogo con l’accusa di essere una strega. La caccia alle streghe, invece, ha solo cambiato d’abito. Certo le pire fumanti sono cadute in disuso e la Santa Inquisizione ha smesso di operare da tempo.

Ma tuttora le donne di tutto il mondo continuano a subire violenze a causa dell’accusa di essere streghe. Come ha denunciato Amnesty International, il modo con cui la gente del luogo pensa di scacciare gli eventi negativi è attraverso l’uccisione di coloro che ne vengono ritenuti responsabili.

Dalla Papua Nuova Guinea al Ghana, dallo Zambia all’Arabia Saudita, dal Congo alla Tanzania e all’India non è raro che le donne vengano torturate e uccise perché ritenute dedite a pratiche magiche.

Nei Paesi occidentali il tema ha una diversa chiave di lettura. Nessuna donna viene torturata dopo essere stata apertamente accusata di stregoneria, ma quante vengono invece insultate, emarginate, derise soprattutto attraverso i canali social solo perché si mostrano “diverse” dalle altre? Sempre più frequentemente si arriva anche alla violenza fisica, come dimostrano i tanti casi di femminicidio.

Anche questa è caccia alle streghe, ma in versione 2.0.

Paola Belluscio

Paola Belluscio

Si laurea in Scienze della Comunicazione con indirizzo impresa e marketing nel novembre del 1998 presso l'Università La Sapienza di Roma; matura circa dodici anni di esperienza presso agenzie internazionali di advertising del Gruppo WPP - Young&Rubicam, Bates Italia, J.Walter Thompson - nel ruolo di Account dove gestisce campagne pubblicitarie per conto di clienti tra cui Pfizer, Johnson&Johnson, Europcar, Alitalia, Rai, Amnesty International e Ail. Dal 2010 è dipendente di Roma Capitale e attualmente presta servizio presso l'Ufficio di di Presidenza del Municipio Roma XIV dove si occupa di comunicazione istituzionale, attività redazionale sui canali social del Municipio e piani di comunicazione. Ama viaggiare e leggere.

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