Almarina, una “quasi” storia d’amore scritta da Valeria Parrella

immagine per Valeria ParrellaMi chiamo Elisabetta Maiorano, sono nata a Napoli nel Novecento e spero di uscire presto da qui dentro, dal luogo del giudizio. Il luogo del riassunto, di dove le nostre due vite, che assieme assommano a una settantina di anni, a due Paesi, a un braccio di mare in cui riposano i nostri morti, vengono condensate in poche pagine di cancelleria. Non riusciremo mai a dirvi davvero tutto quello che le nostre retine hanno visto impresso. né cosa, di quelle  immagini, ci ha trasformato per sempre il cuore. Perché siamo donne in divenire, e quando saremo uscite da qui saremo diverse”.

Finalista Premio Strega 2020, Almarina, il nuovo romanzo di Valeria Parrella edito da Einaudi, è la storia di un’affinità elettiva: quella che si instaura tra la ragazza da cui prende nome il titolo, imprigionata nel carcere minorile di Nisida con una storia di violenze e di soprusi alle spalle, ed Elisabetta, la sua insegnante di matematica.

La narrazione è in prima persona: Elisabetta racconta la vicenda e il suo stato d’animo è un unicum con la sintassi e le espressioni utilizzate. Il tono delle parole è secco, asciutto, la sua opinione è decisa su ogni cosa e il lessico è sapientemente dosato tra il napoletano e le forme più alte di italiano; non si cercano lirismi o figure retoriche, tutto è molto terreno e reale.

Un libro che evoca mare e anima e fa riflettere sul valore della vita a tutto tondo, sulle diseguaglianze sociali, sulla mancanza di cura degli indifesi: i minorenni quelli per cui Elisabetta si reca ogni mattina a Nisida, lasciando la borsa e i suoi effetti personali, tanto da arrivare ultima all’ospedale per trovare il corpo morto di suo marito, perché lei è fuori dal mondo quando entra a Nisida.

“Penso che sono preda dei furbi. Preda dei violenti, di chi è forte ma non di chi ragiona. Penso che pensano che l’unica emancipazione possibile dalla merda che li attornia sia avere soldi, e penso che alcuni non si accorgono nemmeno di stare nella merda. Penso che il Paese ne è pieno, ma penso pure che è colpa mia. Mia nel senso nostra, di noi”.

La voce letteraria dell’autrice, priva dunque di retorica, non rinuncia a essere anche strumento civile di denuncia e ci interroga sulle nostre posizioni, sullo sguardo con cui pesiamo persone ed eventi.

Valeria Parrella sembra riuscire a sentire il polso del nostro Paese e le pagine del suo romanzo offrono uno spaccato significativo dei nodi del nostro tempo: la delinquenza minorile, l’abbandono, l’emigrazione, lo stupro, la solitudine, le responsabilità della scuola, del volontariato e infine lo Stato che fa quanto può in situazioni sociali e umane complesse.

 “Chi pensa che Nisida sia un’aberrazione non conosce la città, e chi pensa che la città sia un’aberrazione non conosce il Paese. È per questo che quando arrivano a Nisida i nostri ragazzi si straniano: vedono da vicino, per la prima volta, adulti diversi da quelli che li hanno partoriti”.

Sullo sfondo e tutto intorno c’è Nisida, punto di osservazione da cui la protagonista riflette sulla sua vita fuori da là, una finestra sul proprio mondo solitario e disordinato. Da qualsiasi parte la si veda, Nisida è un’isola e per sua natura geografica è distante dalla città: sembra quasi di non vedere il mare che la circonda.

È un’isola stricto sensu, e lo è per il carcere, venuto fuori dalla trasformazione dell’antico Lazzaretto; lo è se paragonata all’isola che le sta di fronte, Capri, tutto un altro mondo. Un contrasto forte, netto, che troviamo nelle pagine del libro, che diventa contrasto sociale, tra classi e tra status, e l’intero romanzo è una questione di sguardi atti a cogliere queste differenze.

Almarina è una bellissima storia di donne in divenire, che dopo una vita di stenti e di punti interrogativi decidono di non avere più paura del cambiamento e della diversità. Creano un legame che può superare le sbarre, le recinzioni, i muri e le autorità, per svilupparsi libero nella vita di ogni giorno, perché «devi puntare il compasso da qualche parte, per capire quanto ampio puoi disegnare il cerchio». Una storia intensa che merita una lettura attenta anche alle piccole sfumature di ogni parola.

Paola Belluscio

Paola Belluscio

Si laurea in Scienze della Comunicazione con indirizzo impresa e marketing nel novembre del 1998 presso l'Università La Sapienza di Roma; matura circa dodici anni di esperienza presso agenzie internazionali di advertising del Gruppo WPP - Young&Rubicam, Bates Italia, J.Walter Thompson - nel ruolo di Account dove gestisce campagne pubblicitarie per conto di clienti tra cui Pfizer, Johnson&Johnson, Europcar, Alitalia, Rai, Amnesty International e Ail. Dal 2010 è dipendente di Roma Capitale e attualmente presta servizio presso l'Ufficio di di Presidenza del Municipio Roma XIV dove si occupa di comunicazione istituzionale, attività redazionale sui canali social del Municipio e piani di comunicazione. Ama viaggiare e leggere.

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