La parola al Teatro #22. A Teatrosophia chi niente fu (non dirà niente), il potere della famiglia che scaccia il diverso.

Chi niente fu, portato in scena al Teatrosophia dalla Compagnia Ragli da anni impegnata nel teatro sociale e civile con particolare attenzione al tema del potere nel contemporaneo, è uno spettacolo interpretato da Dalila Cozzolino, scritto da Giuseppe Pipino e diretto da Rosario Mastrota. Un testo sorprendente con tre voci diverse e altrettanti stili, forme e narrazioni. Tre storie di emarginazione. Tre personaggi costretti da una società spietata, che tende a normalizzare anche il disagio, a vivere in un non luogo: un palazzo fatiscente che li accoglie, li protegge e li tiene fuori dal mondo.
immagine per Dalila Cozzolino
Abbiamo incontrato al termine della pièce Dalila Cozzolino che ha catturato l’attenzione del pubblico per la grande tecnica e forza comunicativa, interpretando con intensità e passione le tre voci diverse.

Dalila, il titolo di questo progetto è tratto da un verso di una poesia che fa parte della raccolta “Un’affollata solitudine. Poesie eteronime” del grande Fernando Pessoa dove in un affascinante moltiplicarsi di maschere c’è il tentativo di cercare la verità scavando tra i ricordi.

Come recita il verso di Pessoachi niente fu”, tutti e tre personaggi “non sono più”: oscillano bruscamente tra i ricordi e raccontano di un passato in cui già non erano più, facendo emergere che non sono soltanto adesso delle nullità in quanto lo erano già prima: questo passato remoto è un’etichetta e una condanna insieme perché rappresenta sia il passato che il presente. Come nel Medioevo quando le persone disturbate venivano collocate fuori dalla città, loro sono tre marginati che vivono in un non luogo che abbiamo immaginato come un palazzo ai limiti della società.

Questi tre personaggi sembrano essere legati da un filo rosso che li porta a prendere congedo dal mondo.

I tre monologhi, in realtà, nascono tutti e tre indipendenti e quando ho letto per la prima volta il testo ho pensato ai tre personaggi come a tre piani immaginari: il terreno, l’ascesa verso l’estasi e lo spirituale. Carmela è la più algida e cinica, Marino ascende a qualcosa: anche il suo modo di raccontare la violenza ridendo è molto inusuale. È un clown che ride della sua stessa disperazione e infine c’è Helvetia che è un fantasma che vive in una soffitta che lascia allo spettatore l’ambiguità sull’effettiva esistenza di se stessa.

La violenza e la sopraffazione da parte della famiglia caratterizzano e accomunano ognuno di loro.

Il potere esercitato iniquamente dalla famiglia è il tema che lega i tre personaggi. Il “potere” in tutte le sue declinazioni che sconfina dalla dimensione pubblica a quella privata, confondendosi spesso con la violenza. Noi parliamo di dinamiche di violenza all’interno della famiglia; una violenza non necessariamente fisica, come invece nel caso di Marino, ma quel tipo di educazione di cui la nostra Carmela non si accorge e che in realtà le resta addosso marchiandola a vita.

Nel monologo è racchiusa la perfezione di una pièce teatrale dove si mettono in gioco l’abilità di narrare e la capacità di vivere la narrazione: quali emozioni hai provato?

Io vivo il monologo come se fosse un dialogo perché si ha di fronte un pubblico prima di tutto. Poi c’è sempre un interlocutore fantastico al quale affido le mie parole perciò dal mio punto di vista l’assolo mi fa proprio pensare che non sono mai da sola perché appena arrivo in scena si stabilisce immediatamente un contatto con il respiro del pubblico. Mi viene in mente il poeta Jacques Réda che affermava “la mia lingua è la lingua dell’altro”, ovvero quello che io dico è qualcosa che non mi appartiene più, arriva agli altri, viene preso, viene trasformato e resta agli altri. Anche per me l’assolo è il “monologo degli altri”.

Poesia e teatro sono riconosciute tre le forme d’arte più idonee a comunicare i mali del nostro tempo e la vostra Compagnia lo ha fatto realizzando un’appassionata contaminazione tra il testo drammaturgico e i versi di Pessoa.

Certamente e in questo senso Elvetia incarna una figura poetica. Quando noi leggiamo una poesia, quelle di Pessoa in particolare, ci sentiamo sempre coinvolti poiché è come se fosse stata scritta per noi ed il pubblico al quale si rivolge è un “tu universale” che raccoglie le esperienze di tutti; allo stesso modo con il teatro si mostra la vita con l’obiettivo che lo spettatore guardandola possa riflettere sulla sua.

Paola Belluscio

Paola Belluscio

Si laurea in Scienze della Comunicazione con indirizzo impresa e marketing nel novembre del 1998 presso l'Università La Sapienza di Roma; matura circa dodici anni di esperienza presso agenzie internazionali di advertising del Gruppo WPP - Young&Rubicam, Bates Italia, J.Walter Thompson - nel ruolo di Account dove gestisce campagne pubblicitarie per conto di clienti tra cui Pfizer, Johnson&Johnson, Europcar, Alitalia, Rai, Amnesty International e Ail. Dal 2010 è dipendente di Roma Capitale e attualmente presta servizio presso l'Ufficio di di Presidenza del Municipio Roma XIV dove si occupa di comunicazione istituzionale, attività redazionale sui canali social del Municipio e piani di comunicazione. Ama viaggiare e leggere.

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