La parola al Teatro #33. Shakespeare negli Ater, il teatro popolare di Fabio Morgan

“Su un muro c’era una scritta recente che diceva: La quarantena in 20 mq non si può fare!
Non era semplicemente una scritta ma un vero e proprio grido di dolore e di attenzione”. 

L’idea di Fabio Morgan, curatore dello spettacolo e ideatore de “La città ideale” laboratorio romano di progetti teatrali e di riqualificazione urbana, è maturata con una passeggiata proprio nelle zone popolari del Quarticciolo in cui l’emergenza sanitaria ha reso ancora più evidenti disagio sociale, povertà educativa, disoccupazione e disuguaglianze. Lo abbiamo incontrato a margine dello spettacolo, nell’ultimo dei quattro appuntamenti che si sono svolti dal 10 al 13 dicembre presso gli Ater Quarticciolo e Primavalle, per approfondire alcuni aspetti di questo progetto.

immagine per Fabio Morgan

Fabio, il teatro in tempi di pandemia deve reinventarsi e per farlo è disposto a tornare anche al passato quando le compagnie con le loro carrozze e i loro carri, dove avevano tutto il loro mondo, si spostavano di paese in paese, di città in città per portare i loro spettacoli. Che cosa significa far diventare il cortile per un giorno un palcoscenico e recitare come un menestrello contemporaneo?

Per me significa cercare di dare una risposta a questo momento difficilissimo per tutti. Quando parlo della scritta sul muro riguardante la quarantena – in 20mq la quarantena non si può fare -, parlo di qualcosa che mi ha colpito nel profondo. Ci sono persone che più di altre stanno soffrendo in questo momento, persone che già nel quotidiano ordinario sono le piu dimenticate, parliamo di gente che vive ai margini della città, e noi artisti, creativi, teatranti, abbiamo il dovere di alzare lo sguardo e di vendere e tracciare orizzonti che adesso ai più sono invisibili. Sento troppe lamentele e poca creatività!Noi abbiamo l’obbligo in questo momento di creare nuovi format, di continuare a creare e a dare bellezza al pubblico, se i teatri sono chiusi beh inventiamoci nuovi modi….questo è il nostro piccolo tentativo; far diventare il cortile degli Ater un palcoscenico e le finestre delle abitazioni i palchetti di un teatro all’italiana popolare! Trovo che i miei colleghi siano troppo spesso ego riferiti: parlano al settore e al pubblico già noto, io invece credo che il teatro deve essere un dono che gli artisti fanno a tutti, soprattutto alle persone che spesso sono meno a contatto con la bellezza; ecco più cortili Ater e meno salotti, questo è la sfida che lancio a tutti gli artisti!

Corsi e ricorsi storici: non è la prima volta che il mondo del teatro si ferma a causa di un’epidemia. Proprio Shakespeare si era ritrovato a scrivere alcuni dei suoi capolavori in quarantena, come conseguenza della peste che colpì Londra tra il XVI e il XVII secolo. All’epoca deve essere stato davvero difficile comunicare, chiusi in casa. Com’è stato riadattare questo Shakespeare alla romana di “Romeo e Giulietta”?

L’adattamento è merito di Leonardo Buttaroni, che ha curato anche la regia dello spettacolo. L’idea di Leonardo è stata quella di ambientare Romeo e Giulietta nella borgata romana degli anni 80, e la famosa rivalità Montecchi, Capuleti, diventa una rivalità di due comitive e di due bar. Il linguaggio usato è quello comune e lo splendido lavoro che ha fatto Leonardo ha reso lo spettacolo non solo accessibile, ma soprattutto attuale, riproducendo per me, la vera anima del teatro shakespeariano, un teatro popolare d’arte. La risposta che abbiamo avuto è stata incredibile, persone che mai e poi mai si avvicinerebbero a teatro, in quanto pensato e sentito troppo spesso qualcosa di estraneo alla loro realtà, si sentono d’un tratto protagonisti e partecipi. Voglio citare un aneddoto su tutti: un signore, Nando, agli Ater di Quarticciolo alla fine dello spettacolo si è avvicinato a Matteo Cirillo, l’attore che interpretava Romeo e gli ha detto “ bellissima sta storia, me so divertito e me so commosso, bella proprio, ma chi l’ha scritta”…Matteo “la storia è di Shakespeare” Nando “ammazza bravo proprio, ma chi è uno di voi?”. Trovo questo aneddoto rappresentativo di tutto quello che stiamo cercando di fare con il nostro progetto La Città ideale: portare la bellezza a persone e territori che di fatto rimangono sempre esclusi…comunque ora possiamo gridarlo con gioia: SHAKESPEARE UNO DI NOI!

Questo modello di teatro, anche se nei cortili e con il dovuto distanziamento, assume ancora più autenticamente una funzione sociale, con la riaffermazione del concetto di arte come bene comune accessibile a tutti. Cosa significa per te che fino all’età di 23 anni hai vissuto a Centocelle, portare l’arte in periferia e come potrebbe questa forma evolvere in teatro diffuso in tutti quartieri Ater di Roma?

Si parla molto di periferie, forse se ne parla troppo e spesso i toni che si assumono sono retorici con discorsi che calano dall’alto. Il vero problema è che non ci sono soluzioni astratte o ideali, bisogna conoscere bene quei territori, capire che linguaggio parlano, e voler comunicare con loro per cercare dal basso di creare strade che non ci sono. Invece spesso la politica culturale che si fa su questi luoghi ha un sapore coloniale come di chi ha una soluzione precostituita da esportare semplicemente. Questo per me è il fallimento delle politiche culturali sulle periferie. Mi ricordo quando era ragazzo e aprirono il teatro al Quarticciolo, io già facevo teatro e mi candidai con un’associazione del luogo per assumerne la gestione e venni quasi deriso dall’Amministrazione di allora: si pensò bene di metterci due volti noti della scena romana i quali, a parte il giorno dell’inaugurazione, nessuno li vide mai. Quello che voglio dire è che per lavorare su questi luoghi bisogna avere una vocazione molto particolare e non bastano le buone intenzioni.

Il tuo progetto de “La Città Ideale”artefice, oltre che di “Shakespeare negli Ater”, del GAU – Galleria d’Arte Urbana – con la valorizzazione artistica delle campane di vetro per la raccolta differenziata e dello storytelling urbano “I nasoni raccontano”, sembra orientarsi proprio verso quel modello di sviluppo più moderno con al centro il “fattore cultura”. Pensi che sia il giusto percorso e come lo vedi svilupparsi nella nostra realtà?

Penso che il teatro, l’arte, la creatività, la bellezza, appartengano a tutti, e mi sembra più che mai il momento giusto per farlo uscire da logiche salottiere e conservatrici per andare di nuovo incontro alla realtà, alla vita, alla gente! Noi ci proveremo con tutte le nostre forze, sentiamo che siamo su un sentiero giusto, perché l’Amministrazione ci può anche chiudere il teatro, ma non può impedirci di stare tra la gente, di creare in tutti i luoghi possibili fino a quelli inimmaginabili, abbiamo scelto come palcoscenico Roma, i suoi quartieri, la sua bellezza e proveremo con tutti noi stessi, insieme a tutte le persone che ci sosterranno a rendere questa città una Citta Ideale.

Paola Belluscio

Paola Belluscio

Si laurea in Scienze della Comunicazione con indirizzo impresa e marketing nel novembre del 1998 presso l'Università La Sapienza di Roma; matura circa dodici anni di esperienza presso agenzie internazionali di advertising del Gruppo WPP - Young&Rubicam, Bates Italia, J.Walter Thompson - nel ruolo di Account dove gestisce campagne pubblicitarie per conto di clienti tra cui Pfizer, Johnson&Johnson, Europcar, Alitalia, Rai, Amnesty International e Ail. Dal 2010 è dipendente di Roma Capitale e attualmente presta servizio presso l'Ufficio di di Presidenza del Municipio Roma XIV dove si occupa di comunicazione istituzionale, attività redazionale sui canali social del Municipio e piani di comunicazione. Ama viaggiare e leggere.

Commenta

clicca qui per inviare un commento