«Quando si aprirono i primi vagoni, con mio stupore, vidi che, all’interno, c’erano altre persone, stremate, frastornate, con lo sguardo smarrito e spaventato, gli occhi semichiusi, abbagliati dalla luce. Sembrava avessero percorso già molti chilometri in quel treno e, soprattutto, pensai che erano già troppi lì dentro per caricare altra gente. Le guardie iniziarono a guidare la folla per farla salire nei vagoni, non facevano alcuna distinzione, uomini donne, bambini, tutti dovevano entrare».
Quante volte abbiamo visto rappresentata quest’atroce situazione in opere cinematografiche ma l’emozione è ancora più forte quando sentiamo raccontare l’esperienza nei campi di concentramento da chi ha vissuto quel devastante dramma sulla sua pelle.
Thomas Zettera presenta la testimonianza di suo nonno Osvaldo, sopravvissuto a un campo di sterminio tedesco, nel suo romanzo storico Il bambino delle capre. L’opera è ambientata tra un villaggio dell’Appennino marchigiano e un campo di concentramento in Germania; seguiamo la spensierata gioventù di Osvaldo, pastore di capre, fino al momento in cui viene deportato e imprigionato per aver aiutato un gruppo di partigiani.
«Le storie di ognuno di loro erano intrise di atti di coraggio e di forte ardore verso la patria, sensazioni che noi montanari provavamo solo per le nostre famiglie e il nostro piccolo paese; ascoltarli ci faceva sentire profondamente egoisti».
Nonno Osvaldo narra a suo nipote Thomas di sette anni la sua dolorosa storia; osservare il suo calvario attraverso gli occhi di un bambino è ancora più drammatico: l’innocenza, infatti, non può spiegarsi degli atti tanto contro natura.
Il sofferto racconto della deportazione sui treni merci, dove si stava stipati e si poteva morire soffocati, è solo l’inizio: Osvaldo arriva nel campo di concentramento già debilitato, e conosce subito l’umiliazione di essere svestito, rasato e privato anche del suo stesso nome; per la prima volta incontra degli ebrei, e non riesce a comprendere l’odio che si abbatte su di loro.
«Come potevano essere definiti una razza inferiore? Non riuscivo a capacitarmi di quanto fossero insensate e ingiuste certe ideologie ma soprattutto di quanto queste venissero credute e rafforzate dall’ignoranza popolare».
Le parole di Osvaldo sono lucide e oneste; suo nipote le restituisce con affetto, donando dignità a chi l’aveva perduta, a chi, pur essendo sopravvissuto, ha portato tutta la vita delle cicatrici dolorose e mai rimarginate.
Sono ferite di chi ha vissuto nel passato ma in qualche modo anche dei contemporanei e di chi verrà dopo; sono ferite che non saranno mai dimenticate.
Antonella Quaglia è una content editor e organizzatrice di eventi. Laureata in DAMS Cinema a Bologna, ha conseguito un Master in Management degli eventi artistici e culturali a Firenze. Dopo aver lavorato nel settore dell’organizzazione di mostre d’arte, segue diversi corsi in editoria e collabora con uffici stampa e riviste del settore.








Una risposta
Comprerò il libro dato che’ da questo articolo lo percepisco come importante e molto intenso. Grazie.
Anna Maria Iotta