«Sappiamo che la poetessa soffrì, dopo un periodo di anoressia e una forma isterica di cecità – attualmente si chiama disturbo di conversione e si riferisce a quei problemi fisici che hanno una radice esclusivamente psicologica –, di disturbo bipolare e i suoi testi possono essere interpretati anche sotto questa chiave: l’alternanza tra la mania, quindi il delirio – erotico, paranoico, aggressivo o mistico –, la depressione e periodi più o meno lunghi di normalità dove i deliri, i pensieri paranoici o mistici, le allucinazioni scompaiono. Anzi, diventano ricordi utili per scrivere qualcosa di sensazionale».
Ornella Spagnulo presenta il suo interessante saggio divulgativo Alda Merini. La poetessa di tutti (AUGH! Edizioni), incentrato sulla vita e sulla poetica di una tra le scrittrici più intense del Novecento, e impreziosito da una copertina tratta da una fotografia di Giuliano Grittini.

Spagnulo, già curatrice di una pubblicazione di poesie e racconti inediti della poetessa dei Navigli, oltre che di una raccolta di interviste di suoi amici e conoscenti, ci conduce ora nel complesso mondo interiore di una donna e artista che ha fatto dell’autobiografismo uno dei punti focali della sua produzione letteraria.
L’identità e la definizione di sé al di là della malattia – la poetessa soffrì fin da giovane di disturbo bipolare – è uno dei temi più frequentati dalla poetessa, ed è infatti analizzato profondamente dall’autrice, che in questo saggio ha deciso di dedicare alle tematiche più affini alla Merini delle sezioni specifiche.
Si inizia, appunto, con l’identità, per poi approfondire l’amore, la poesia, i ricoveri in manicomio e la fede; sicuramente la parte più toccante è quella che riguarda il rapporto molto particolare che la poetessa milanese ebbe con il disturbo di cui soffriva e con i ricoveri in manicomio, dove ha trascorso quattordici anni, sebbene non continuativi.
Mai come nella Merini la scrittura è stata terapeutica: vi si è aggrappata come a una scialuppa di salvataggio proprio quando i ricoveri in manicomio minavano l’espressione del suo talento; eppure, i periodi trascorsi in quel luogo che chiunque definirebbe infernale, sono rievocati dalla poetessa come momenti di contatto profondo con sé stessa.
Alda Merini, pur estremamente lucida sulle contraddizioni insite in tali strutture, ha addirittura paragonato il manicomio alla Terra Santa in quello che è uno dei suoi indiscussi capolavori poetici, capovolgendo i significati e offrendoci la prospettiva di una donna coraggiosa e tenace, che ha saputo trasformare ogni momento di dolore in un’occasione per rinascere, e che ha saputo accettare i suoi limiti traendone il meglio.
Antonella Quaglia è una content editor e organizzatrice di eventi. Laureata in DAMS Cinema a Bologna, ha conseguito un Master in Management degli eventi artistici e culturali a Firenze. Dopo aver lavorato nel settore dell’organizzazione di mostre d’arte, segue diversi corsi in editoria e collabora con uffici stampa e riviste del settore.








Una risposta
Un’opera che non poteva che attirare anche il nostro sguardo. La fotografia e la poesia condividono molto più di quanto sembri: entrambe cercano l’essenza, la verità nascosta dietro le forme. Il saggio di Ornella Spagnulo su Alda Merini, accompagnato da una copertina tratta da uno scatto di Giuliano Grittini, rappresenta un connubio potente tra immagine e parola. La sofferenza della Merini, così come la sua lucidità artistica, trovano nella fotografia una sintesi visiva che amplifica il messaggio delle sue liriche. È nella luce, nei contrasti e nei dettagli che si può leggere il riflesso di una mente in costante tensione tra visione e realtà. Un libro da osservare oltre che leggere.