Performance. Un itinerario filosofico e storico-artistico di Giacomo Fronzi (Castelvecchi), è un affascinante saggio che ci conduce alla scoperta del significato più profondo di un termine – performance – che ormai sentiamo applicare in ogni ambito dell’esistenza, in quanto freddo sinonimo di prestazione.
L’autore delinea un percorso che attraversa filosofia, arte, musica, teatro, danza e sociologia, e che invita il lettore a cambiare prospettiva sul modo in cui si rapporta alla realtà.

La performance, secondo Fronzi, riguarda l’esistenza stessa: l’autore allarga il suo spettro d’azione mostrandoci come ogni gesto e, in generale, ogni esperienza quotidiana possieda una dimensione performativa.
È come se fossimo costantemente su un palcoscenico, e mettessimo in scena i nostri comportamenti e i nostri sentimenti; la performance, però, non esiste mai in solitudine: richiede sempre una relazione, una co-presenza. La vita, infatti, è intrinsecamente relazionale: ogni gesto è rivolto a qualcuno, anche quando ne siamo inconsapevoli, e ogni azione produce uno spazio condiviso.
Giacomo Fronzi prova a colmare un vuoto nella riflessione filosofica che, per lungo tempo, ha privilegiato ciò che è stabile e immutabile, trascurando invece ciò che accade, che cambia e che si trasforma.
La performance, per sua natura, sfugge alle definizioni rigide: è un evento unico e irripetibile, è un’azione in divenire che non possiamo fermare, proprio come la vita; l’identità stessa viene ripensata come qualcosa di instabile, in continuo cambiamento.
La performance, inoltre, diventa lo spazio in cui cadono degli antichi dualismi, come quello tra corpo e mente: pensare, sentire e agire sono dimensioni intrecciate di un unico processo; la performance, come la vita, è sempre incarnata.
L’autore si concentra poi sulla storia delle arti performative del Novecento, e in particolar modo sulla cosiddetta “svolta performativa”, cioè il momento in cui l’arte ha smesso di essere solo oggetto per diventare evento.
Entrano in scena figure fondamentali: John Cage, Marina Abramović, Joseph Beuys, Merce Cunningham; artisti che hanno spostato l’attenzione dall’opera statica al gesto, dal prodotto al processo, dal risultato all’esperienza condivisa tra artista e pubblico.
Questa sezione del testo è particolarmente coinvolgente perché mostra come il confine tra arte e vita si sia assottigliato, a partire dalla seconda metà del Novecento; le performance sono diventate esperienze da vivere, con il pubblico come parte integrante dell’evento.
Performance. Un itinerario filosofico e storico-artistico, parla inoltre del potere trasformativo della performance: partecipare a un’azione performativa significa essere coinvolti in un processo che può modificare la percezione di sé, degli altri e del mondo.
La performance diventa così uno strumento per costruire comunità, ridefinire identità e immaginare nuove e più inclusive forme di convivenza sociale.
Antonella Quaglia è una content editor e organizzatrice di eventi. Laureata in DAMS Cinema a Bologna, ha conseguito un Master in Management degli eventi artistici e culturali a Firenze. Dopo aver lavorato nel settore dell’organizzazione di mostre d’arte, segue diversi corsi in editoria e collabora con uffici stampa e riviste del settore.







