ultimi articoli dell'autore

Parthenope. La sirena e la città

A Napoli tutti siamo Partenopei, oltre che Napoletani. Questo appellativo che deriva dal primo insediamento greco sull’attuale collina di Pizzofalcone, alle spalle di piazza del Plebiscito, è legato alla leggenda della sirena Parthenope. Dall’VIII secolo a.C. un legame indissolubile ha connesso Napoli a questa creatura, prima uccello con testa femminile, poi donna con coda di pesce.

Se, inizialmente, le sirene erano pericolose ammaliatrici, ben presto divennero protettrici benevole. Parthenope è entrata a far parte della vita quotidiana napoletana: dalle monete dell’antica Neapolis ai rilievi e gruppi scultorei, dalla fontana di Spinacorona detta “delle zizze”, dove nell’Ottocento si recavano le donne del popolo per chiedere protezione per il parto, alle decorazioni sugli edifici pubblici come il Teatro San Carlo o la Galleria Vittorio Emanuele, per giungere, infine, ai murales disseminati nella città.

Un omaggio a questa figura mitologica è visibile nella mostra dal titolo Parthenope. La sirena e la città, allestita nelle sale del MANN, Museo Archeologico Nazionale di Napoli, curata da Francesco Sirano, Massimo Osanna, Raffaella Bosso e Laura Forte, fino al 6 luglio 2026, che intende costruire una sintesi per immagini sul mito della sirena.

Il percorso conduce il visitatore alla scoperta delle sirene: oltre duecentocinquanta opere, dall’VIII sec. a.C. fino alla contemporaneità, tracciando un itinerario suggestivo che ha attraversato secoli e luoghi, attualizzandosi continuamente attraverso la realizzazione di film di animazione e di giocattoli dedicati.

immagine per Parthenope. La Sirena e la città. MANN Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Napoli - Allestimento
Parthenope. La Sirena e la città. MANN Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Napoli – Allestimento
immagine per Parthenope. La Sirena e la città. MANN Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Napoli - Il direttore, Francesco Sirano con la sirena
Parthenope. La Sirena e la città. MANN Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Napoli – Il direttore Francesco Sirano con la sirena

ODISSEA, ALLE ORIGINI DEL MITO DELLE SIRENE

Le sirene fanno la loro prima comparsa nell’Odissea, il poema di Omero che insieme all’Iliade segna l’inizio della Letteratura Greca. I pericoli, le creature mostruose, gli eventi straordinari che il protagonista si trova ad affrontare nel suo viaggio verso Itaca, dopo la guerra di Troia, riflettono la conoscenza che i Greci dell’VIII secolo a.C. avevano del Mediterraneo.

Il luogo in cui l’autore immagina l’incontro di Odisseo con le sirene è stato identificato dagli studiosi con capo Peloro, in Sicilia, o con la parte meridionale della Penisola Sorrentina, forse con gli isolotti de Li Galli: si tratta in entrambi i casi di litorali soggetti a frequenti burrasche. Le sirene nascono come figure insidiose che con il loro canto seducente persuadevano i marinai a gettarsi in mare e a perire sui loro scogli.

L’eroe greco Odisseo segue i consigli della maga Circe e mette in atto uno stratagemma per ascoltare la voce, saziando la sua sete di conoscenza, senza cadere nel loro tranello. Egli ottura con la cera le orecchie dei suoi compagni e li incarica di procedere con la navigazione; lui, invece, si fa legare all’albero della nave, raccomandando ai rematori di non scioglierlo, nemmeno se dovesse supplicarli.

Nel poema omerico le sirene si manifestano solo attraverso parole tentatrici, non si fa alcun riferimento al loro aspetto. Già dalla fine del VII secolo a.C. vengono rappresentate come uccelli con testa umana. Generalmente sono tre: una è intenta a cantare, la seconda suona un doppio flauto e la terza tiene tra le mani una lira.

Tra le diverse rappresentazioni dell’episodio spiccano i rilievi, presenti in mostra, che ornano alcune urne cinerarie etrusche prodotte a Volterra, in cui le sirene non presentano nessuna caratteristica animale, ma sono raffigurate come donne completamente vestite, con un aspetto che ricorda piuttosto quello delle Muse.

Nella stessa sala, il dipinto proveniente da Pompei testimonia la grande diffusione delle raffigurazioni di scena tratte dall’Odissea, tra la fine del I secolo a.C. e i primi decenni del I secolo d.C..

La “moda” di far decorare le pareti con scene che raffiguravano le peregrinazioni di Odisseo è menzionata anche nel Trattato di Architettura di Vitruvio, all’epoca dell’imperatore Augusto. Il racconto omerico è qui riprodotto fedelmente, soprattutto nel dettaglio delle ossa dei naviganti caduti nel tranello delle sirene.

Medesima narrazione ritorna nella decorazione dei sarcofagi di età imperiale. In questi casi la resistenza dell’eroe al canto seduttore diventa metafora dell’animo che non cede alle tentazioni della vita materiale: nel sarcofago proveniente dal Museo Nazionale Romano, la scena è affiancata a una conversazione tra saggi e filosofi, rappresentazione di equilibrio e assennatezza.

Nell’VIII secolo a.C. dalle città della Grecia partirono gruppi di coloni che navigarono verso Occidente per fondare nuove città sulle coste dell’Italia meridionale, dando vita ad una rete di insediamenti che i Greci stessi chiamarono Megale Hellas, la Magna Grecia. Si trattò di un processo che diede un decisivo impulso allo sviluppo della cultura greca.

Altre raffigurazioni dell’episodio dell’incontro di Odisseo con le sirene sono visibili attraverso i due esemplari di oinochoe (brocca per vino) a figure nere, che si caratterizzano per la singolare rappresentazione del protagonista, dove sembra che abbia due paia di braccia, forse per rendere meglio il movimento frenetico dell’eroe che si divincola per convincere i suoi compagni a liberarlo.

LA FORMA DELLE SIRENE: UCCELLI CON VOLTO UMANO

Nella sala successiva è illustrata la trasformazione delle sirene attraverso le opere artistiche e artigianali greche, etrusche, magnogreche e romane. La forma dell’uccello con testa umana deriva probabilmente da modelli del Vicino Oriente, attestati ad esempio sui calderoni in bronzo importati nella città e nei santuari della Grecia già nell’VIII secolo a.C., mentre alcuni studiosi vi leggono l’influsso della divinità egiziana Ba, il dio-uccello connesso al passaggio delle anime dalla vita alla morte.

Molto più diffuse nelle produzioni greche sono le sirene come uccelli con testa umana che compaiono nelle file di animali ed esseri fantastici dei vasi prodotti a Corinto e nelle colonie greche dell’Asia Minore, e nella ceramica attica.

Mentre le più antiche sirene possono avere anche un volto maschile, come è visibile nel piatto proveniente dal Museo Louvre e in alcuni vasi da vino in bucchero prodotti in Etruria, in un secondo momento si afferma definitivamente l’aspetto femminile.

LA FORMA DELLE SIRENE: FANCIULLE CON ZAMPE DI UCCELLO

Nei decenni finali del VI secolo a.C. la loro immagine tende a cambiare. Queste figure sono più umanizzate e indossano abiti, gioielli e altri monili.

Nelle oreficerie e poi nelle decorazioni architettoniche di area etrusco-laziale e falisca, datate tra la seconda metà del VI e la prima metà del V secolo a.C., troviamo un tipo particolare di sirena raffigurata di fronte con gomiti larghi, una tunica che copre il busto, uno o due paia di ali lunate, le mani strette sotto al petto e le zampe tirate sotto al corpo, come se fossero viste dal basso in atto di volare: alcuni studiosi le interpretano come Arpie.

Sulla madre delle Sirene il mito oscilla tra una delle Muse (Calliope, Tersicore o Melpomene), Sterope, la Dea della Terra e altri personaggi. Il loro padre è invece sicuramente Acheloo, il dio del fiume che scorre tra le due regioni greche dell’Etolia e dell’Acarnania, che veniva rappresentato come un toro con la testa umana.

Libanio, retore vissuto nel IV secolo d.C., racconta che Ercole e Acheloo, innamorati entrambi di Deianira, finirono per combattere: l’eroe staccò un corno ad Acheloo, e dalla terra fecondata dal sangue che sgorgò dalla ferita sarebbero nate le sirene.

ATTRAVERSO I PASSAGGI

Secondo il poeta Licofrone nel III secolo a. C., le sirene deluse per non essere riuscite a sedurre Odisseo, si gettarono in mare in un tuffo suicida, i katapontismòs.

Il racconto non è presente nell’opera, ma deve avere radici ben più antiche rispetto all’epoca in cui scrive Licofrone: se ne conservano tracce in immagini e testimonianze letterarie già dalla seconda metà del VII secolo a.C. e, un gesto suicida, potrebbe alludere anche alla sirena in picchiata raffigurata sullo stamnos proveniente dal British Museum.

Grazie al katapontismòs, esse rinascono profondamente mutate, da essere insidiosi a creature benevole. Poste al limite tra il mondo umano e quello animale, divengono accompagnatrici nei passaggi più delicati della vita: per le femmine, dallo stato di fanciulle a quello di donne sposate; per i naviganti lungo le rotte marine.

Anche per queste funzioni le sirene usano la musica e il canto, che accompagnavano le cerimonie nuziali e i riti funerari. Questo cambiamento va probabilmente di pari passo con la loro progressiva umanizzazione e femminilizzazione.

In quanto compagne di Persefone, sono testimoni e accompagnatrici nel passaggio dalla vita alla morte. Diverse fonti letterarie raccontano che erano in origine fanciulle che facevano parte del corteggio della dea Persefone/Kore. Quando quest’ultima fu rapita da Ade, che la portò con sé nell’Oltretomba, esse si misero in cerca della loro compagna, spinte anche dalle suppliche di Demetra, madre di Persefone.

Le ricerche furono però vane: secondo lo scrittore Gaio Giulio Igino, la trasformazione in donne-uccello avvenne per punirle della negligenza con cui avevano cercato la loro compagna.

Nelle Metamorfosi del poeta latino Ovidio, scritte all’inizio del I secolo d.C., si narra invece che alle sirene spuntarono prodigiosamente le ali proprio come strumento per la ricerca della giovane dea rapita.

Persefone o un’altra figura connessa alla sua sfera cultuale è stata riconosciuta nel personaggio seduto che appare sull’anfora di produzione campana, esposte in una teca, verso cui svolazza una piccola sirena che regge una benda.

A partire dal V secolo a.C., sui monumenti funerari della Grecia e della Magna Grecia, sono raffigurate in atteggiamento di lutto, con la mano che tocca la guancia o nell’atto di eseguire musiche e canti per le esequie.

Le ritroviamo rappresentate a rilievo nelle stele funerarie o come decoro dei capitelli ed altri elementi architettonici delle tombe a camera. In virtù del loro stretto rapporto con Persefone, esse sono connesse anche al passaggio di status da fanciulle dell’infanzia alla vita matrimoniale e alla maternità.

Il canto e la musica sono una loro prerogativa fin dalla loro prima apparizione, virtù visibili in mostra nel loro incontro con Odisseo riprodotto in due lastre di rivestimento in terracotta, del tipo noto come “lastre Campania”.

LE SIRENE, IL TIRRENO, IL SITO DI PARTHENOPE

Il Golfo di Napoli è lo scenario dei primi eventi connessi alla colonizzazione greca dell’Italia meridionale: dalla frequentazione nella prima metà dell’VIII secolo a.C. dell’isola di Ischia (Pithecusa per i Greci), che diventa un attivo polo commerciale e artigianale, alla fondazione, intorno alla metà del secolo, della colonia di Cuma.

Questa avrebbe presto stabilito una serie di avamposti nel Golfo, tra i quali quello ubicato sull’odierno promontorio di Pizzofalcone a Napoli, che prenderà il suo nome proprio dalla sirena Parthenope.

Il dato storico e archeologico si fonde strettamente con quello mitico e letterario relativo alle sirene. Il poeta Licofrone racconta che dopo il tuffo suicida delle sirene in seguito all’incontro con Odisseo, i loro corpi sarebbero stati portati alla deriva dalle onde.

Nel punto in cui arrivò quello di Ligeia, nell’attuale Calabria, sarebbe sorta la città di Terina, presso l’attuale Sant’Eufemia. Le spoglie di Leukosia giunsero nella Campania meridionale, mentre quelle di Parthenope, invece, furono trascinate dai flutti presso il promontorio di Pizzofalcone, dando vita alla nascita del primo centro abitato.

Sono esposti in sala materiali provenienti dalle ricerche realizzate nel 1907 nella necropoli di Pizzofalcone e manufatti provenienti dagli scavi per la realizzazione delle stazioni della Linea 1 e 6 della Metropolitana, che hanno gettato nuova luce sulla conoscenza dell’insediamento.

Per comprendere l’evoluzione dell’insediamento greco in Campania, una proiezione video mostra l’aspetto del paesaggio del Golfo di Napoli a partire dagli ultimi decenni dell’VIII secolo a.C..

Il volo parte dalla penisola sorrentina, corre parallelo alla foce del Sarno e sorvola il Vesuvio, che è molto diverso da come lo conosciamo oggi. Dopo aver attraversato la piana del Sebeto raggiunge il promontorio del Pendino, su cui sorgerà Neapolis, e quello di Pizzofalcone.

Sormontata la collina di Posillipo, vola sui Campi Flegrei, plana su Ischia, dove si trovano la necropoli e il quartiere artigianale di Mazzola, fino a raggiungere l’acropoli di Cuma, sede della prima colonia della Magna Grecia.

LA SIRENA NELLA CITTA’ NUOVA

Agli anni finali del VI secolo a.C. si data la fondazione, sul pianoro del Pendino, di Neapolis (Città nuova), il cui impianto urbano sopravvive ancora nel reticolo del centro antico della città contemporanea.

Diverse sono le ipotesi circa le cause di questa nuova fondazione e la provenienza dei coloni, anche se con ogni probabilità fu preponderante nell’operazione il ruolo di Cuma.

Di sicuro gli abitanti della Città Nuova mantennero uno stretto legame con la sirena Parthenope: il suo profilo, associato alla figura del padre Acheloo, appare sulle monete in argento di Neapolis fin dalle prime emissioni, databili agli inizi del 470-460 a.C. e attestate dall’esemplare proveniente dalla Bibliotèque de France di Parigi.

Il volto della sirena e l’immagine di Acheloo rimangono sui didrammi in argento fino alla fine dell’attività della zecca, nei primi decenni del III secolo a.C., cambiando nel tempo e adeguandosi all’evoluzione dello stile. In alcune monete databili tra il IV e il III secolo a.C. appaiono accanto al profilo di Parthenope, piccole figure che reggono fiaccole nelle mani, ferme o in atto di correre: in questi segni alcuni studiosi riconoscono un possibile riferimento alle corse con le fiaccole che si svolgevano in città in onore della sirena.

Il culto della Sirena, associato a un tempio e/o una tomba monumentalizzata, è attestato a Neapolis dagli scrittori antichi. Sulla sua ubicazione e sulla sua natura si sono espresse le congetture più varie: si è pensato alla fascia costiera della città, all’acropoli (attuale Caponapoli) o sul promontorio di Pizzofalcone.

Sulla base delle attuali conoscenze, due luoghi dell’antica Neapolis possono essere collegati a Parthenope. La prima si trova sull’acropoli della città, dove fu messo in luce un deposito rituale di statuette votive; la seconda è l’area sacra indagata nella zona costiera, a piazza Nicola Amore, dove sarebbe sorto in età augustea il Santuario dei Giochi Isolimpici, gare quinquennali che furono celebrate in onore dell’imperatore.

DA PENNE A PINNE, DA PIUME A SQUAME

L’immagine delle sirene nel mondo antico era quella della donna-uccello. Il primo a menzionarle come donne-pesce è lo scrittore anglosassone, vissuto tra il Seicento e il Settecento, Adelmo di Malmesbury, nel Liber monstrorum de diversis generibus: nella sua breve descrizione non c’è nessuna traccia della donne-uccello, esse tornano alla loro caratteristica originaria di seduttrici negative che ingannano i marinai.

Lo strumento della loro seduzione è però a questo punto la loro bellezza, non più il suono della loro voce o la promessa della conoscenza. Il confronto tra due rilievi medievali esposti in mostra fotografano questo cambiamento dell’immagine della figura: ancora donna-uccello e intenta a suonare nell’esemplare di Bari, già munita di una coda di squame, invece, nella lastra di Celano.

Le sirene popolano ancora a lungo l’immaginario di quanti intraprendono lunghe navigazioni. Anche nel diario di Cristoforo Colombo, durante il viaggio di rientro dalle Americhe appena scoperte, si menziona un loro avvistamento, di cui l’esploratore osserva che erano molto meno belle di quanto si credesse: si trattava di animali acquatici, cetacei o lamantini.

Nella immensa produzione di immagini di sirene di epoca medievale, moderna e contemporanea, vi sono due fasi: il Rinascimento, con la sirena con due code, di cui sono visibili un manufatto proveniente dal Metropolitan Museum di New York e il prezioso gioiello di Palazzo Pitti e, l’altro, è il periodo compreso tra fine dell’Ottocento e il Novecento, quando il suo aspetto ambiguo e seduttivo trova terreno fertile nelle correnti artistiche dell’epoca.

LA SIRENA E LA CITTÀ DOPO L’ANTICO

Parthenope raffigurata sempre come donna-pesce, ricorre nelle medaglie commemorative dei principali eventi della storia della città tra Sette e Ottocento, associata alla personificazione del fiume Sebeto e all’immagine del Golfo con il Vesuvio: se ne servono senza differenze sia i Borbone, sia Napolene e Murat.

Carolina Bonaparte, sorella di Napoleone e moglie di Murat, donna di grande cultura e appassionata di antichità, volle presentarsi come una nuova Parthenope.

Lo attesta la serie di medaglie in bronzo, argento e oro, in cui si fece raffigurare nella stessa posa e con la medesima acconciatura della sirena sulle monete greche di Neapolis, con la scritta in caratteri greci BASILISSA KAROLINE (Regina Carolina), come nelle monete antiche, e sul rovescio è rappresentato Acheloo.

È interessante anche la vasca in marmo rosso antico rinvenuta a Pompei nel 1811 e fatta restaurare dalla Regina con un piede conformato a sirena che era esposto all’ingresso delle stanze del suo appartamento privato.

La figura di Parthenope presenta molti tratti in comune con Santa Patrizia di Costantinopoli, compatrona di Napoli, vissuta nella seconda metà del VII secolo d.C.. Discendente di Costantino, nipote dell’imperatore Costante II, la fanciulla rifiutò il matrimonio voluto dalla sua famiglia, rinunciando alla vita agiata che avrebbe condotto a corte per trasferirsi altrove.

Approdò a Napoli, proprio sull’isolotto di Megaride, prospiciente al promontorio di Pizzofalcone, dove si dedicò ad una vita pia. Ogni martedì e nel giorno della sua festa, il 25 agosto, si compie il miracolo dello scioglimento dl suo sangue, custodite in due ampolle nella chiesa di San Gregorio Armeno.

Le affinità tra la Santa vergine venuta dal mare e la sirena Parthenope, il cui corpo era stato trasportato dalle onde e che aveva dato vita alla città, furono esaltate dagli scrittori napoletani tra il XVI e il XVIII secolo.

Carlo Celano, alla fine del Seicento, raccontava che per scegliere il luogo della sepoltura di Patrizia, il Duca di Napoli stabilì che fosse posta su un carro trainato da due giovenchi, e che la tomba fosse collocata dove gli animali si fossero fermati. Il calesse salì fino al punto più alto della città e si fermò poco distante dal Sepolcro di Parthenope, dove furono deposte le spoglie della giovane.

Gli eruditi si cimentarono nella ricerca della tomba della sirena che molti collocavano nella zona dell’antica acropoli.

Altri ipotizzarono che il monumento potesse trovarsi nel punto in cui sorge la basilica di San Giovanni Maggiore, sulla base della lapide altomedievale che ancora vi si conserva e che vediamo riprodotta in mostra nel libro Guida di Pompeo Sarnelli: l’invocazione a un Santo (Giovanni o Gennaro) affinchè protegga la città di Parthenope, fu interpretata come iscrizione funeraria della sirena.

Anche il rinvenimento alla fine del Cinquecento, nei pressi di piazza Mercato, di una testa colossale in marmo di età imperiale romana, fu subito messa in relazione con Parthenope.

La scultura, di cui è visibile nell’atrio del Museo una copia, l’originale si trova sulle scale del palazzo del Comune di Napoli, è uno dei simboli della città ed è nota come “a Cap ‘e Napule”. Vediamo la sua riproduzione anche nella Historia della Città, e nel Regno di Napoli dello scrittore Summonte, in cui è identificata con la figlia del re tessalo Eumelo, fondatrice e prima regina della città di Napoli.

La figura di Parthenope domina nella letteratura antiquaria su Napoli a partire dal Rinascimento, si impone nella scultura e nella architettura della città, ispirando la produzione di opere musicali, dall’opera composta dal compositore Domenico Sarro intorno alla metà del Seicento, fino alla recentissima messa in scena, al Teatro San Carlo, della Parthenope di Ennio Morricone.

Nella città medievale, moderna e contemporanea, sono tre le forme con cui la sirena si manifesta: la prima è quella classica donna-uccello; la seconda è quella della donna-pesce, e la terza è quella completamente umana. Nei testi antiquari si afferma una principessa venuta dalla Sicilia o dalla Grecia, che sarebbe morta sulle coste del Golfo di Napoli e avrebbe dato il suo nome alla città da lei fondata.

Questo filone intreccia le fonti antiche sulla colonizzazione della Magna Grecia, con influssi tratti dal romanzo ellenistico Metioco e Parthenope, la cui versione originaria si colloca tra il I secolo a.C. e il II secolo d.C.: in questo testo, Parthenope, figlia del tiranno di Samo Policrate, compie una serie di viaggi nel bacino del Mediterraneo alla ricerca dl suo amato Metioco, giungendo probabilmente in Campania.

Le immagini presenti in mostra offrono un campione della presenza della sirena nell’immaginario cittadino. Nella “fontana delle Sizze”, Parthenope appare nella forma classica della donna-uccello che ritorna in diversi progetti di fontane dello stesso periodo, ma anche nel frontespizio del volume su Napoli di Scipione Mazzella, visibile in esposizione.

Nei primi decenni dell’Ottocento, Antonio Niccolini, autore della costruzione del Teatro San Carlo, dopo l’incendio che lo aveva gravemente danneggiato, pone una Parthenope sul frontone dell’edificio. In questo caso, il personaggio ha caratteristiche totalmente umane, ma è affiancato da due sirene con la coda di pesce.

Sul basamento è raffigurato Acheloo nelle sembianze del toro con volto umano coronato da una Vittoria: si tratta di una replica esatta del rovescio delle emissioni in argento della Neapolis greca.

Più diffusa è la sirena pesce, a una coda o bicaudata: la ritroviamo nella fontana di piazza Sannazaro, nella facciata del settecentesco Palazzo Sanfelice, ma anche in cima al portone di bronzo del Palazzo della Provincia. Anche in questo caso la figura è impiegata per sancire una “rinascita”, una soluzione di continuità nella vita della città; il pannello sostituì infatti, nell’immediato Dopoguerra, quello con i ritratti dei membri del Quadriumvirato fascista.

Nella street art contemporanea, la sirena è presente in molteplici forme: l’artista Trallalà ha dato vita ad una “Sirena ciaciona”, prosperosa e seduttrice, ma spesso anche associata a teschi, con il monito “memento vivi”, ricordati di vivere; la Lilith di LSD Alisei torna, invece, all’iconografia tradizionale della donna-uccello.

Nel 2015 e nel 2023, l’artista Francisco Bosoletti ha dipinto in due riprese, sullo stesso muro nel quartiere Materdei, due immagini di Parthenope, una colorata e adornata di fogli e penne, l’altra in scala di grigi con ali piumate.

In tempi recenti, la sirena ha assunto quasi le caratteristiche di un “marchio” della città, anche a scopo pubblicitario o di promozione turistica. Il logo dell’Università Parthenope rielabora le immagini delle sirene dell’anforetta calcidese proveniente dal Museo George Vallet di Sorrento.

Una bella sirena vogatrice è l’immagine del progetto “Sirene Parthenope”, promosso a Napoli dalla Lega italiana per la Lotta contro i Tumori, che si presenta come una “squadra dilettantistica di donne operate di cancro al seno, che grazie al dragon boat, riprendono in mano la propria vita”, ancora una volta nel segno della rinascita.

Informazioni Parthenope. La sirena e la città

immagine per Luca Del Core
+ ARTICOLI

Luca Del Core, vive e lavora a Napoli. E' laureato in "Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali" presso l'Università degli Studi "Federico II" di Napoli. Giornalista freelance, ha scritto per alcune riviste di settore, per alcune delle quali è ancora redattore, e attualmente collabora con art a part of cult(ure). La predisposizione ai viaggi, lo porta alla ricerca e alla esplorazione delle più importanti istituzioni culturali nazionali ed internazionali, pubbliche e private.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *