Il termine istinto deriva dal latino instinctus (instinguere, incitare). Esso indica la spinta interna, congenita e immutabile, ad agire e a comportarsi in un determinato modo che, sebbene indipendente dall’intelligenza, può essere da questa modificata, regolata o repressa. Secondo la psicologia del senso comune, il comportamento animale è basato essenzialmente sull’istinto che consente la sopravvivenza dell’intera specie a cui appartiene, attraverso la soddisfazione dei bisogni primari della fame, della sete, del sonno e del sesso. L’atteggiamento umano sarebbe, invece, solo in minima parte istintivo, perché anche le azioni finalizzate alla soddisfazione dei bisogni primari sono guidate dalla coscienza e modellate da fattori sociali e culturali. Al genere umano e alla fauna, fa capolino una nuova frontiera della scienza, la neurobiologia vegetale, che eleva le piante a esseri intelligenti, con radici capaci di attività “simil-neurale”.
Istinto, evoluzione della specie, genere umano, animali e piante, sono sempre stati campo di ricerca in ambito scientifico. Un approccio diverso, ibrido, è quello proposto dall’artista Luca Petti (Benevento, 1990), presente a Napoli con una mostra personale L’istinto ha preservato la mia specie nelle sale della La Santissima Community Hub – Ex Ospedale Militare, in Vico Trinità delle Monache 1, con delle opere messe in correlazione con alcuni lavori di artisti internazionali dalla cifra stilistica eterogenea, appartenenti alla Collezione Fabio Frasca, tra cui: Aria Dean, Bri Williams, Gaëlle Choisne, Grant Mooney, Irene Fenara, e Isadora Neves Marques.

È una esposizione organizzata da Attiva Cultural Project, curata da Martina Campese, Letizia Mari e Alberto Navilli, realizzata in collaborazione con il Museo di Storia Naturale di Verona e la Fonderia Artistica Guastini di Vicenza, fino al 13 marzo 2025.
Petti vive e lavora a Milano. Ha conseguito la laurea magistrale in Scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, nel 2016. La sua pratica artistica ha come tema di interesse la scultura, ma acquisisce una dimensione installativa nell’elaborazione di specifici display che concorrono alla creazione di ambienti o paesaggi dall’accento distopico. Centrale nella sua ricerca è la relazione tra essere umano e altre specie, con una particolare attenzione a quelle situazioni in cui il primo assume un atteggiamento prevaricatore sulle seconde, innescando conseguenze problematiche sul lungo periodo.
Le tredici opere degli artisti stranieri in mostra dialogano con le sue sette sculture, intitolate Endosimbionti, (dal greco: ἔνδον = dentro; συν = insieme; βιος = vita): è una particolare forma di simbiosi nella quale un organismo (di solito unicellulare) vive all’interno di un altro, con le caratteristiche di mutuo beneficio.
I lavori dell’artista riconducono a esseri atemporali, incroci di più specie che convivono e si difendono a vicenda: roccia, alluminio, bronzo, ferro, ceramica e ottone, incontrano elementi organici come corni di bue, denti di squalo, licheni, coralli, teschi.
Ad accogliere i visitatori è Endosimbionti I, una scultura formata da corno di bue con licheni, roccia e alluminio. Alla base dell’opera, la roccia non funge soltanto da sostegno, ma è l’origine di un processo di ibridazione che si sviluppa in senso verticale, a cui si aggiungono i licheni (presenti in natura), l’alluminio (contaminazione umana), e il corno di bue (presenza animale) all’estremità.
Se da un punto di vista estetico, il manufatto rievoca un serpente dinamico che si spinge verso lo spazio, dall’altro, genera interessanti spunti di riflessione sui concetti di etica e bioetica, e sui quattro principi fondamentali: i principi di autonomia (autodeterminazione); di beneficenza (il maggior bene non solo per l’individuo, ma anche per la flora e per la fauna); di non maleficenza (non infliggere danno); e di giustizia (l’equa distribuzione di benefici e obblighi nella società).
Oltre alla parola istinto è, ibrido, l’altro termine più volte evocato da Petti. In una società che utilizza questo vocabolo quasi ed esclusivamente per fini commerciali, l’automotive ne è un esempio, esso assume un valore molto importante quando si parla di ibridi interspecifici (tra specie diverse), che possono comparire in natura o essere ottenuti sperimentalmente.
La scultura Endosimbionti VII, formata da ferro cromato, corallo e teschio di Bycanistes brevis, sintetizza questa contaminazione fra generi. La base di ferro dà un ulteriore slancio e dinamismo all’opera (simile ad uno pterosauro), che si sviluppa visivamente nella parte superiore.
Partendo dalle conoscenze contenute nel saggio la Teoria dell’evoluzione e L’origine della specie di Charles Darwin (1809-1882), e da una sua affermazione del 1880 inserita nell’opera Il potere del movimento nelle piante: “Non è un’esagerazione affermare che l’apice della radichetta, avendo il potere di dirigere i movimenti delle parti adiacenti, agisce come il cervello di un animale inferiore; il cervello essendo situato nella parte anteriore del corpo riceve impressioni dagli organi di senso e dirige i diversi movimenti della radice”, Petti plasma la materia restituendo una distopica realtà: una immagine riflessiva in cui emerge la lotta per la sopravvivenza attraverso l’endosimbiosi.
Se il teschio del Bycanistes brevis è un elemento reale proveniente dalla natura, ed è parte integrante della composizione, in Endosiombionti V, le zampe di uno struzzo, appartenente al gruppo degli uccelli ratiti, sono state realizzate in marmorina.
Qui, l’artista riproduce una singola parte anatomica dell’animale che è uno dei pochi ad avere due dita nella specie degli uccelli non volatori. Questa insolita anomalia è il risultato di milioni di anni di adattamento evolutivo che ha permesso agli struzzi di sopravvivere e di prosperare nel loro ambiente naturale, favorendo un loro sviluppo in velocità, agilità e resistenza in un contesto selvaggio e competitivo.
Le zampe sono la base su cui si espande del corallo, finemente lavorato, entrambi caratterizzati dal colore bianco, dove l’ibridazione tra i due elementi organici restituisce una composizione surrealista, ma al tempo stesso meditativa sul rischio estinzione di entrambe le specie.
Nella stessa sala, le opere dell’artista beneventano dialogano con l’installazione Lupo di Aria Dean (Los Angeles, 1993) e con Affectives Documents_8m (Womxn), di Gaëlle Choisne (Cherbourg, 1985), della collezione Fabio Frasca.
La creatività di Aria Dean si divide fra figurazione ed astrazione, individuo e collettività, scultura e letteratura, mettendo di volta in volta in discussione le idee di razza, potere e forma. Lupo, realizzata in ferro e targa in ottone inciso, è una campana collocata su una parete della sala e privata del batacchio.
L’artista si sofferma sui processi di protezione delle specie di animali attraverso l’uso sonoro di questo strumento. Eliminando il battaglio, si priva il gregge di un qualsiasi riferimento, predisponendolo ad una eventuale pericolo. In questo caso, è la presenza umana ad incidere sulla esistenza o sulla estinzione della specie, alterando in questo modo il processo naturale.
Gaëlle Choisne (Cherbourg, 1985), nata nel Nord della Francia, da madre haitiana e padre bretone, nella sua autobiografia porta i segni indelebili del colonialismo che permangono in alcuni aspetti della sua produzione artistica e che vedono in Haiti un microcosmo generatore di riflessi energetici nel resto del mondo.
Affectives Documents_8m (Womxn) è una stampa UV su cartone che immortala una donna che attraversa un corso d’acqua, tenendo fra le mani e sulla testa degli effetti personali. Fotografata di spalle, emerge nello scatto apparentemente semplice, tutta l’essenza delle proprie “radici”, che non sono soltanto quelle concrete e tangibili nella vegetezione posta sullo sfondo, sono quelle identitarie, della appartenenza ad una comunità.
A chiusura della prima parte del percorso espositivo, nella seconda sala, è allestita con una luce radente, l’opera Untitled, di Bri Williams (Long Beach, 1993), artista che impiega oggetti e materiali riutilizzati e rielaborati.
Formata da resina, cera, luce e sapone, quest’ultimo utilizzato allegoricamente per contenere ed esaminare traumi del passato, ma anche come mezzo di purificazione spirituale, contiene al suo interno un pettirosso: la storia narra che questo uccello, impietosito da Cristo morente sulla croce, con in testa una corona di spine, si avvicinò a lui per toglierne con il becco una dal suo capo sanguinante.
Il quadro compositivo offre diverse interpretazioni. Se da un lato la narrazione religiosa, la volta a crociera e il gioco di luci innescano un processo di “sacralizzazione”, dall’altro, visivamente rimanda agli studi di ornitologia, inerenti all’evoluzione della specie, con gli uccelli imbalsamati visibili all’interno degli studi di ricerca universitaria e nei musei di scienze naturali.
Un’altra chiave di lettura potrebbe suggerire una ipotetica criogenesi, la pratica di preservare la vita mettendo in pausa il processo di morte, utilizzando temperature sotto lo zero con l’intento di ripristinare la salute con la tecnologia medica in futuro e, quindi, salvarlo dall’estinzione.
Percorrendo il corridoio principale dell’ex Ospedale Militare, le sculture di Petti si alternano alle opere della collezione Frasca. Endosimbionti IV, è formata da resina e ottone satinato, e presenta una contaminazione fra il regno animale e naturale. Essa si presenta con una base composta da radici o rami di alberi, alla cui estremità è collocata una zanna molto lunga attorcigliata a spirale, presente nei narvali, cetacei che vivono nelle acque artiche intorno alla Groenlandia, al Canada e alla Russia.
Questa impostazione figurativa si collega alle affermazioni del teosofo austriaco Rudolf Steiner (1861-1925) che paragonò la pianta a un uomo rovesciato, cogliendo l’analogia della funzione tra cervello umano e radice. Più di un secolo dopo, queste intuizioni caratterizzano oggi una nuova disciplina: la neurobiologia vegetale.
La creatività di Petti trae ispirazione dagli studi del neuroscienziato e saggista Stefano Mancuso (Catanzaro, 1965) che, nel libro Verde brillante: Sensibilità e intelligenza del mondo vegetale, descrive le piante come esseri organici con una forma di intelligenza, di apprendimento e di memoria.
Esse hanno una personalità, possiedono i cinque sensi come gli esseri umani, si scambiano informazioni e interagiscono con gli animali. Per sopravvivere, adottano strategie mirate e sfruttano al meglio le risorse energetiche.
A primo impatto sembrano le leggere e rivoluzionarie sculture di arte cinetica, di Alexander Calder (1898-1976), definite da Marcel Duchamp (1887-1968) mobiles, a cui fanno da contrappunto quelle statiche, stabiles. Endosimbionti III, si presenta con una forma stilizzata composta da ferro cromato e da ceramica bucchero.
È un manufatto che esteticamente rievoca gli Stegosaurus vissuti 155-150 milioni di anni fa. Come nelle altre opere, qui l’attenzione è rivolta alle trasformazioni indotte dall’azione dell’uomo e della natura che possono condurre al mutamento o alla scomparsa delle categorie presenti negli ecosistemi del pianeta.
GMO are a Direct Evolution of Botanical Expeditions to the Colonies Throughout Modern Times è l’installazione ambientale di fogli di lattice bianco e stampa digitale, di Isadora Neves Marques (1984). Regista cinematografica, artista e scrittrice, lavora attraverso la poesia e gli scritti critici sull’arte e la teoria.
Campeggia al centro del percorso espositivo ed è formata da due fogli. Nella prima stampa, gli elementi naturali restituiscono nell’immaginario collettivo una bellezza incontaminata e rassicurante dei prodotti provenienti dalla terra. Nel secondo, è visibile il contratto stipulato dall’azienda Monsanto con le varie nazioni per la produzione di Organismi Geneticamente Modificati (Ogm).
Dalla sua fondazione nel 1901, nel corso degli anni, la multinazionale di Saint Louis, nata come industria chimica, è stata accusata di negligenza, frode, attentato a persone e cose, disastro ecologico e sanitario, utilizzo di false prove.
Eppure, oggi, questo pericoloso gigante della biotecnologia che si pubblicizza come azienda della “scienza della vita”, grazie ad una comunicazione ingannevole, a pressioni e corruzioni, a rapporti di collusione con i vertici politici e amministrativi degli Stati Uniti d’America, continua indisturbato ad esportare e ad imporre in tutto il mondo il pericoloso modello dell’agricoltura transgenica.
Penultima opera in mostra è Untitled (c. i salento), di Grant Mooney (Seattle, 1990), con Winona Sloane Odette (1998). Grant Mooney vive e lavora a Brooklyn, New York. La sua pratica si divide fra la scultura astratta e interventi site specific, installando le opere in punti salienti che riflettono i dettagli architettonici o la morfologia di un sito.
Realizzata in bronzo, cera e linfa, innesca suggestioni vegetali legate a forme organiche in transizione, contribuendo a costruire un ambiente espositivo che interroga la natura instabile e interconnessa del vivente.
Chiude il percorso espositivo Struggle for life, un video di Irene Fenara. Questa proiezione è incentrata sul gesto che sta alla base di ogni operazione di ripresa o di fotografia: l’artista osserva, indaga e interpreta il modo in cui le macchine “guardano”.
La videocamera riproduce in bianco e nero dei campi di allevamento in Danimarca. Il controllo costante e ossessivo di tutta l’area è interrotto dallo strumento stesso che, improvvisamente, alza il “proprio sguardo” verso il cielo e le nuvole.
La ripetitività delle immagini rimanda al protagonista del film The Truman Show, di un giovane Jim Carrey (1962), del suo dramma, della scomparsa della privacy. È il grido di allarme sulla dittatura tecnocratica che invade l’intimità umana, sulla degradazione della nostra narrazione culturale che smette di elevarsi per inseguire l’effimero da tramutare in qualcosa di alto.
Fenara con il suo intervento artistico riporta in superficie tematiche descritte nel romanzo distopico di fantapolitica intitolato 1984, di George Orwell (1903-1950), incentrato sulle conseguenze del totalitarismo, sulla sorveglianza di massa, sulla repressione delle libertà e l’irreggimentazione del popolo e dei comportamenti all’interno della società.
L’affermazione di Petti: L’istinto ha preservato la mia specie, che dà anche il titolo alla mostra, rimanda ad un aforisma di Isaac Asimov (1920-1992) che asseriva:
“C’è soltanto una guerra che può permettersi il genere umano: la guerra contro la propria estinzione.”
Natura permettendo…
Luca Del Core, vive e lavora a Napoli. E' laureato in "Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali" presso l'Università degli Studi "Federico II" di Napoli. Giornalista freelance, ha scritto per alcune riviste di settore, per alcune delle quali è ancora redattore, e attualmente collabora con art a part of cult(ure). La predisposizione ai viaggi, lo porta alla ricerca e alla esplorazione delle più importanti istituzioni culturali nazionali ed internazionali, pubbliche e private.















