Rebecca Horn (1944–2024) è stata una scultrice, regista e performance artist tedesca nota per le sue opere che combinano il corpo, la macchina e la tecnologia, come le sue famose “estensioni corporali”. La sua carriera artistica caratterizzata dalla sperimentazione e dalla rottura dei confini disciplinari, includeva film, installazioni, testi e performance. Nel 1968 realizzò le sue prime sculture corporee, in cui attaccò oggetti e strumenti al corpo umano, prendendo come tema il contatto tra una persona e il suo ambiente. Einhorn (Unicorno) è una delle testimonianze più note dell’artista: un lungo corno indossato sulla testa, il cui titolo è un gioco di parole sul suo nome.
Pencil Mask è un’altra estensione del corpo, composta da sei cinghie che corrono orizzontalmente e tre verticalmente. Nel punto in cui si intersecano venne attaccata una matita. Quando mosse il suo viso avanti e indietro su un muro vicino, i segni di matita realizzati, corrispondevano direttamente ai suoi movimenti.
Nel 1972 creò Finger Gloves, un’opera performativa. Alcuni oggetti si indossavano come guanti, ma la forma delle dita si estendeva con legno di balsa e stoffa. Potendo vedere cosa stava toccando e il modo in cui lo faceva, si aveva la sensazione che le sue falangi fossero estese e nella sua mente si creava l’illusione di toccare in maniera “epidermica” l’oggetto.
Negli anni Ottanta, diverse “macchine” furono i soggetti utilizzati dalla Horn. Tra queste ne progettò una per imitare l’atto umano della pittura, visibile in The Little Painting School Performs a Waterfall.
Ad una certa distanza dal pavimento, su una parete di una galleria, tre pennelli a forma di ventaglio montati su bracci metallici flessibili scendevano lentamente in tazze piene di vernice acrilica blu e verde. Dopo alcuni secondi di immersione, scattavano all’indietro, schizzando vernice sulla facciata, sul soffitto, sul pavimento e sulle tele. I pennelli riprendevano immediatamente la discesa e il ciclo si ripeteva fino a quando ogni superficie non era ricoperta dal colore.
Sempre per restare in tema, in ambito pittorico, è interessante l’attuale mostra dal titolo Bodylandscape, allestita nelle sale dello Studio Trisorio, a Napoli, in Riviera di Chiaia 215, fino al 30 settembre 2025. Sono opere su carta, tra cui alcuni disegni dai grandi formati, le cui dimensioni corrispondono esattamente all’estensione completa del corpo della Horn.
Essi sono concepiti come atti performativi capaci di stabilire una relazione tra i mondi interiori ed esterni, attraverso la forza impulsiva e immediata del gesto, che evoca in superficie immagini di paesaggi cosmici. Queste opere, intese non solo come tracce di movimento fisico, ma anche come espressioni di energia emotiva e passionale, caratterizzano il suo intero percorso artistico. Pur declinate in una forma diversa, mantengono una continuità con le sue performance incentrate sul corpo degli anni Settanta.
Come in tutte le sue creazioni, nei lavori su carta si percepisce una poetica ispirata alle energie dell’universo. Ogni pezzo sembra emanare una forza misteriosa che evoca scenari onirici, innescando una connessione tra lo spettatore e il mondo più intimo dell’artista.
Saint Sebastian befreit è un dipinto, acrilico e matita colorata su carta, che esplora il martirio e la sofferenza del Santo attraverso un’ottica diversa: è “liberato” dall’assedio che lo circonda, sia fisicamente che psicologicamente. Mentre nell’iconografia tradizionale il soggetto è mostrato come una vittima passiva, la Horn reinterpreta il tema da una prospettiva femminile, usando immagini classiche per esplorarne l’aggressività.

L’opera Herzlandschaft rimanda alla correlazione tra le macchine pittoriche dell’artista tedesca e i suoi disegni, descritti ampiamente nel saggio The heartbeat of drawing di Doris Van Drathen, dove l’autrice analizza come i disegni abbiano influenzato le sue sculture e le sue installazioni, affermando che entrambi i lavori siano cariche di energia ed innescano un circolo sensoriale che racchiude il corpo umano, il paesaggio e il cosmo.

Androgyn das Schlangenei, collocata nella seconda sala della galleria, è un’opera potente che riunisce diversi temi, tra cui l’Androgino: questo concetto rappresenta una fusione di caratteristiche maschili e femminili, è stilisticamente molto simile agli altri lavori in esposizione. Essa suggerisce uno stato di completezza o di trascendenza che va oltre i tradizionali binari di genere e sfida le nozioni convenzionali di corpo e di identità.
Il titolo dell’opera Die neun Stationen des Lichts è legata alla storia e all’architettura dei luoghi, ed esplora i temi della memoria e della trasformazione. Sia l’installazione, sia il disegno su carta (presente in mostra), si confrontano con la difficile storia della Germania nazista e di altri luoghi.
Horn ha spesso realizzato opere in località che hanno custodito un passato travagliato. Allo stesso modo, Die neun Stationen des Lichts innesca un processo di riflessione, attraverso un disegno fluido che si evolve su tutta la superficie. Si percepisce nelle forme non definite, una forza primitiva, carica di energia. Lo spettatore non è un osservatore passivo, ma diventa un partecipante attivo.

L’arte della Horn è spesso influenzata dalla sua storia personale, in particolare da un lungo periodo di malattia e isolamento nella sua giovinezza. Schreibfrucht, collocato sulla parete laterale della seconda sala, si inserisce in questo contesto con una estensione del colore delicata, forse a rappresentare una ricerca di armonia e di guarigione. La mancanza di un’espressione fisica trascende le forme convenzionali per una narrazione dinamica e spontanea, dove mancano delle coordinate spaziali e temporali.

Alcuni dei suoi disegni presenti nell’exihibit, Untitled, sono semplicemente denominati in questo modo in base alla sensibilità dei fruitori, dove l’attenzione è rivolta direttamente sulla forma e sulla gamma cromatica.
I suoi lavori hanno spesso una qualità poetica ed onirica. Lasciando un’opera “senza il titolo”, incoraggia ad una interpretazione più aperta. Questa è una scelta deliberata che si allinea con la sua convinzione che l’arte debba funzionare a un livello intuitivo, quasi spirituale, piuttosto che strettamente logico. Può essere visto come parte di un flusso continuo di idee, ed è particolarmente vero per i suoi disegni, molti dei quali sono una sorta di diario visivo o di album della sua creatività. Essi fungono da fase preliminare per le sue sculture e installazioni.
La mostra celebra l’artista scomparsa il 6 settembre 2024 ed è in concomitanza con la retrospettiva Rebecca Horn – Cutting Through the Past, allestita nelle sale del Castello di Rivoli di Torino, fino al 21 settembre 2025, la prima dedicata alla Horn in un museo pubblico italiano.
Luca Del Core, vive e lavora a Napoli. E' laureato in "Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali" presso l'Università degli Studi "Federico II" di Napoli. Giornalista freelance, ha scritto per alcune riviste di settore, per alcune delle quali è ancora redattore, e attualmente collabora con art a part of cult(ure). La predisposizione ai viaggi, lo porta alla ricerca e alla esplorazione delle più importanti istituzioni culturali nazionali ed internazionali, pubbliche e private.






