ultimi articoli dell'autore

Jan Fabre torna a Napoli. Due nuove opere permanenti in città al Duomo e alle Anime del Purgatorio

di Luca Del Core

Artista visivo, teatrale e autore, è una delle figure principali della ricerca artistica contemporanea. Ha studiato prima presso l’Istituto di Arti Decorative e Belle Arti e poi presso l’Accademia di Belle Arti di Anversa, in Belgio, intraprendendo un percorso di ricerca dall’approccio multidisciplinare, utilizzando tecniche, materiali e linguaggi diversi. Jan Fabre (1958, Anversa) è una figura eclettica che ha un forte legame con l’Italia e in particolare con la città di Napoli, presente già da tanti anni con i suoi personaggi/autoritratto, L’uomo che accende il fuoco (1999), L’uomo che misura le nuvole (1998), L’uomo che piange e ride (2005), L’astronauta che dirige il mare (2006), e L’uomo che scrive sull’acqua (2006): tutte opere a grandezza naturale e collocate all’interno dell’emiciclo di Piazza del Plebiscito, su uno dei terrazzi di Palazzo Reale e sotto il colonnato della Basilica di San Francesco di Paola, in occasione della mostra Il ragazzo con la luna e le stelle sulla testa, curata da Eduardo Cicelyn e Mario Codognato. Ogni scultura interpretava un ruolo in relazione all’immaginario della città.

Nel 2017, una nuova versione in bronzo al silicio di L’uomo che misura le nuvole (Versione americana, diciotto anni in più), 1998-2016, fu collocata sulla terrazza del Museo Madre, nell’ambito del progetto Per_formare una collezione.

Negli spazi pubblici e privati nel 2019 fu organizzata una mostra itinerante dal titolo Jan Fabre. Oro Rosso, allestita al Museo e Real Bosco di Capodimonte; Jan Fabre. L’uomo che sorregge la croce nella Chiesa del Pio Monte della Misericordia; Jan Fabre. L’uomo che misura le nuvole al Museo Madre, e Jan Fabre. Omaggio a Hieronymus Bosch in Congo nella galleria Studio Trisorio.

Il rapporto fra l’artista belga e Napoli continua ancora oggi con due nuove opere realizzate appositamente per la Real Cappella del Tesoro di San Gennaro e la Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, in pieno centro storico, con le due installazioni color sangue-corallo grazie alla donazione di Fabre stesso insieme a Gianfranco D’Amato e Vincenzo Liverino. L’allestimento è curato da Melania Rossi.

Ad accogliere i visitatori nel Duomo di Napoli, all’interno della sala dell’Antisacrestia, nella Cappella del Santo Patrono, è l’opera intitolata Per Eusebia, dedicata alla pia donna, parente o nutrice del Santo che per prima ne raccolse il sangue dopo il martirio nel 305 d.C.

E’ un pannello in corallo rosso del Mediterraneo, egregiamente cesellato, in cui la figura di San Gennaro non è rappresentata, ma percepita. Carico di simbolismi, è caratterizzato dalla mitra, dalle ampolle e dalle chiavi.

Alla base dell’impianto figurativo l’epigrafe Urbs sanguinum (la città dei sangui), si riferisce ad una affermazione che diede nel 1632 un osservatore dell’epoca che rimase stupito di fronte alle tremila reliquie di martiri cristiani gelosamente custodite a Napoli all’interno dei conventi o delle dimore private.

Osservando attentamente l’opera, sembra di essere davanti ad una composizione dinamica, in cui le chiavi toccano i balsamari, dalla quale le gocce di sangue rosso scuro scendono simultaneamente ai lati della mitra formando grappoli di mezze perle e cilindri di eccellente manifattura.

Lo sfondo è un rosso corallo, un monocromo formato da variazioni naturali di tonalità e conformazioni, composto dall’assemblaggio di roselline, cornetti e foglioline simili a piccole stelle marine che richiamano l’habitat naturale di questo straordinario materiale.

La seconda scultura, invece, Il numero 85 (con ali d’angelo), si trova all’interno di una nicchia a sinistra dell’altare della Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio, e contribuisce a sottolineare l’atmosfera mistico-sacrale dell’ambiente circostante.

Realizzata anch’essa in corallo rosso del Mediterraneo dialoga con un’altra scultura, il cosiddetto Teschio Alato di Dionisio Lazzari (1617-1689) del 1669, collocato presso l’altare maggiore.

L’opera di Fabre è formata da un teschio umano da cui lati spuntano delle lunghe e affusolate ali. Sulla fronte campeggia il numero 85, il cui significato numerologico è da ricondursi alle anime del Purgatorio nella Smorfia napoletana, e che stabilisce un contatto diretto con il culto dei morti, o meglio delle anime.

Ci si trova davanti ad una rappresentazione anatomica in cui si può cogliere l’essenza della vita, della sua caducità, del memento mori, che si disfa di altre forme viventi.

Il visionario artista fiammingo ispirato da Antonin Artaud (1896-1948), Georges Cuvier (1769-1832) e Hieronymus Bosch (1453-1516) – all’artista fiammingo tributò la mostra Omaggio a Hieronymus Bosch in Congo nel 2019, allestita nelle sale dello Studio Trisorio – induce ad una riflessione sul ciclo della vita, della morte e dell’ascensione.

È un invito a un viaggio iniziatico, a un innalzamento purificativo che augura la guarigione dell’anima e segue l’idea di elevazione visibile nel Purgatorio della Divina Commedia di Dante Alighieri (1265-1321).

Come afferma la curatrice Melania Rossi:

 “Le radici del Barocco napoletano, presenti in tutta la loro magnificenza nella Real Cappella di San Gennaro e nella Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio, si uniscono a quelle del Barocco contemporaneo di Jan Fabre.

Con queste installazioni permanenti l’artista fiammingo penetra il cuore della religiosità napoletana: non a caso ha scelto il corallo come veicolo di significato, in una profusione di simboli presenti tanto nella cultura popolare quanto in quella religiosa”.

immagine per Luca Del Core
+ ARTICOLI

Luca Del Core, vive e lavora a Napoli. E' laureato in "Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali" presso l'Università degli Studi "Federico II" di Napoli. Giornalista freelance, ha scritto per alcune riviste di settore, per alcune delle quali è ancora redattore, e attualmente collabora con art a part of cult(ure). La predisposizione ai viaggi, lo porta alla ricerca e alla esplorazione delle più importanti istituzioni culturali nazionali ed internazionali, pubbliche e private.

Una risposta

  1. Jan Fabre e Napoli: un dialogo tra simbolismo fiammingo e alchimia partenopea

    Jan Fabre, artista e performer di fama internazionale, si distingue per un linguaggio visivo che affonda le radici nella tradizione simbolica fiamminga, ricca di complessità e metafore. I suoi lavori, spesso caratterizzati da una potenza espressiva straordinaria, trovano un terreno fertile di confronto nella città di Napoli, luogo intriso di mistero, magia e alchimia.

    Napoli, con la sua storia esoterica e le sue suggestioni barocche, rappresenta un contesto ideale per leggere il simbolismo di Fabre. Basti pensare alla figura di Raimondo di Sangro, Principe di Sansevero, genio poliedrico e alchimista, che ha lasciato un’impronta indelebile sulla città, in particolare attraverso la Cappella Sansevero. Quest’ultima, con opere come il **Cristo Velato**, incarna una fusione di scienza, arte e misticismo che risuona con il linguaggio stratificato di Fabre.

    Non è difficile tracciare un parallelo tra Fabre e i maestri fiamminghi come Bruegel e Bosch, i cui universi visionari ricchi di allegorie hanno influenzato profondamente il pensiero simbolico europeo. Come loro, Fabre esplora temi universali – la vita, la morte, la metamorfosi – attraverso una poetica visiva che fonde il corporeo e il trascendente. Allo stesso modo, l’opera di Raimondo di Sangro si muoveva tra dimensioni terrene e ultraterrene, mescolando scienza e occulto in una visione unitaria del sapere.

    L’incontro tra la cultura fiamminga e quella napoletana, incarnato da Fabre e dal Principe di Sansevero, rappresenta un dialogo senza tempo, in cui simbolismo, magia e arte si intrecciano per offrire una lettura profonda dell’umano e del suo rapporto con il mistero.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *