Zweigstelle Capitain è una piattaforma espositiva mobile e flessibile nata nel 2022, il cui progetto è molto stimolante per gli artisti. Il suo debutto avvenne con due mostre temporanee a Roma l’anno scorso, dove furono invitati a partecipare curatori, artisti, filosofi, collezionisti, poeti e scrittori. L’obiettivo di questo concept è di incontrarsi, di scambiare idee e di incoraggiare nuovi contatti fra gli artisti e la cultura del luogo.
Giunta alla sua terza edizione, lo spazio espositivo scelto è il prestigioso Palazzo Degas di Napoli, a due passi dalla storica Piazza del Gesù Nuovo, con la presentazione in quattro sale di diverse artiste, di tre generazioni differenti: Isabella Ducrot, Jacqueline Humphries e Liza Lacroix, fino al 29 aprile 2023.
Isabella Ducrot (Napoli, 1931) vive da tanti anni a Roma, e solo in età matura ha intrapreso la carriera artistica. La sua estrema sensibilità è visibile nel suo processo creativo già nella fase iniziale.
Materiali utilizzati per i suoi lavori sono il tessuto e la carta che fungono sia come medium, sia come trama e filo conduttore della rappresentazione. Osservando attentamente le opere in mostra, i manufatti divengono parte dell’immagine, si prosciugano del proprio passato e riemergono come pura materia. Questo modus operandi ne rivela la composizione e le qualità nascoste. La ripetitività modulare è il soggetto della narrazione. Tessuti, stoffe e tappeti trattati in maniera artigianale danno l’impressione che si oltrepassi un confine.
Presentano delle similitudini visive con le famose Mappe di Alighiero Boetti (1940-1994), in cui mescolava un linguaggio freddo e astratto con una tecnica vissuta, creando quella che egli stesso definì una immagine di arte concettuale-popolare, che riporta alla concretezza l’astrazione del linguaggio. Per la Ducrot il tessuto è il primo materiale o elemento tattile con cui un neonato entra in contatto appena nato.
Il segreto della tessitura sta nell’essere al tempo stesso oggetto pratico e opera d’arte: la combinazione di trame incrociate e gli spazi vuoti sono una potente metafora del cerchio della vita.
Nella sala successiva i lavori di Jaqueline Humphries (1965) si confrontano con gli ampi spazi di Palazzo Degas, dove sette grandi tele sono in contrasto con lo splendore del luogo.
Osservando le sue tele si assiste ad un processo di meccanizzazione del processo pittorico che forza i limiti del medium adeguando i formati analogici alle esigenze della sfera digitale. E’ una trasposizione visiva in cui emergono codici, caratteri della tastiera dei computer e simboli CAPTCHA.
La Humphries riflette sulla tradizione e sulle prospettive future della pittura di fronte agli odierni mutamenti tecnologici nell’arte. Due delle sue opere sono collocate in diversi punti della galleria rispetto alle altre, in modo tale da deviare il flusso dei visitatori volontariamente. Sono degli interventi “architettonici” che applica come strategie per indurre ad una riflessionetemporale su un dipinto prima di passare al successivo.
Le grandi tele sono ricche di segni pittorici, schizzi, gocciolamenti, impasti e macchie che appaiono come espressioni spontanee. Le sagome sono ottenute isolando i segni appartenenti originariamente a precedenti opere della stessa Humphries; altri motivi raffigurano la scarica emessa da una pistola di verniciatura industriale o l’accidentale fuoriuscita di inchiostro da una stampante portatile in gocce che ricordano i lavori di Jackson Pollock (1912-1956), oppure gli spruzzi di sangue nei film horror di serie B.
Proprio una stampante è stata impiegata per riprodurre gli emoticon e gli emoji che popolano la sua pittura nell’ultimo decennio. Questi ultimi si rivelano spenti e visivamente esauriti, semplici gusci vuoti dei sentimenti che vorrebbero evocare.
Su ogni dipinto è inciso un codice alfanumerico, un numero di inventario come quello che le gallerie assegnano ad ogni opera. Tali codificazioni denotano i sistemi attraverso cui l’arte viene archiviata nelle banche dati. Inoltre, corrispondono a vecchi lavori già utilizzati altrove: sono un modo per guardare indietro e per andare avanti.
Gli stencil su cui si basa la realizzazione di queste opere consentono espedienti e citazioni, laddove diversi elementi si ripetono tra le opere e all’interno delle stesse. Le forme pittoriche vengono ricavate tramite griglie finemente punteggiate a laser su scala variabile, con strati che si sovrappongono e sicombinano fin quasi a raggiungere un effetto moiré. Il tipico tremolio ottico è prodotto in parte da una complessa stratificazione dei piani visivi, con un proteiforme interscambio tra sfondo e primo piano, superficie e spessore.
La medesima serie di segni può apparire in scale differenti e a vari gradi di ingrandimento, con profili girati o ruotati sul proprio asse per suggerire un nuovo orientamento.
Nel lavoro JH753JH753J, presenta questa qualità di duplicazione in maniera drammatica: nella ripetizione ossessiva del numero di inventario sembra entrare in collisione con il margine della tela, o nelle chiazze e negli sgocciolamenti di vernice nera che appaiono in fuga verso direzioni opposte. Questo fluire è rovesciato sul piano orizzontale sfidando la gravità, in un movimento capovolto che altera la percezione della composizione stessa.
Liza Lacroix (1988) è un’artista canadese in mostra per la prima volta a Napoli. Le sue opere rompono i confini, confondono e collocano abilmente lo spettatore in momenti in cui i sentimenti potrebbero entrare in conflitto.
Lavora trasferendo su tela parti della sua vita emotiva e frammenti della storia dell’arte. Le immagini a olio su tela su larga scala sono sia goffe che magnetizzanti, con i loro strani abbinamenti di colori e l’uso audace del piano dell’immagine.
Come note musicali confuse e disordinate, utilizza i colori e le forme per creare opere astratte, in cui alcune parti sulla tela hanno una somiglianza con qualcosa di riconoscibile, ma sono difficili da interpretare. Si ispira a Cy Twombly (1928-2011), a George Baselitz (1938) e a Lutz Bacher (1943-2019).
Attraverso piccoli gesti Lacroix sperimenta, con variazioni su tema, da ciò che tradizionalmente ci si aspetta dal mezzo pittorico: evoca il corpo umano e i suoi fluidi, movimenti e sensazioni di piacere e dolore.
Luca Del Core, vive e lavora a Napoli. E' laureato in "Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali" presso l'Università degli Studi "Federico II" di Napoli. Giornalista freelance, ha scritto per alcune riviste di settore, per alcune delle quali è ancora redattore, e attualmente collabora con art a part of cult(ure). La predisposizione ai viaggi, lo porta alla ricerca e alla esplorazione delle più importanti istituzioni culturali nazionali ed internazionali, pubbliche e private.





















