Trentuno fughe e alcuni dettagli potrebbe rimandare al titolo di un film noir, un genere cinematografico che va dagli inizi della Seconda Guerra Mondiale fino alla fine degli anni Cinquanta. In realtà, ciò che accomuna questo titolo al cinema è la capacità di generare visioni ed emozioni. L’intestazione si riferisce alla mostra personale dell’artista romano Stanislao Di Giugno (1969), allestita nelle sale della Galleria Tiziana Di Caro, nella centralissima piazzetta Nilo 7, a Napoli, fino al 12 giugno 2021.
Una proficua sinergia fra l’artista e la gallerista che si è protratta nel tempo con quest’ultima esposizione, dopo le precedenti nel 2008 con Alessandro Piangiamore, nel 2010 e nel 2016.
L’approccio all’arte dell’artista romano è eterogeneo, la sua produzione spazia dalla pittura alla scultura, dai collage all’installazione. La sua indagine verte sullo spazio, su una rappresentazione che si allontana dall’elemento figurativo e vira verso l’astrazione della forma, con velati accenni alla realtà.
Trentuno fughe e alcuni dettagli è un gruppo di opere realizzate nei mesi durante uno dei confinamenti dovuti alla pandemia, cui siamo stati tutti soggetti tra il 2020 e il 2021.
Dal microcosmo domestico Di Giugno è riuscito a trovare una personale via di fuga, approdando ad un’altra dimensione, diversa, gestibile e mutabile. Animato da un flusso di coscienza di joyciana memoria, si è dedicato alla realizzazione di un dipinto al giorno, iniziando la mattina e finendo la sera, fino a terminare una serie di 27 tele della dimensione di 40 x 30 cm.
Un modus operandi che non si esaurisce come esperienza quotidiana, infatti, ritorna sulle opere già dipinte, le modifica attraverso nuovi strati di colore che si sovrappongono in una sorta di rituale, dando vita ad un impianto compositivo in cui mancano delle coordinate spazio-temporali.
Un processo pittorico che gli consente di alterare la forma, di indagare la realtà e non di rappresentarla, mostrando delle similitudini con le grandi opere di Sean Scully (1945).
Osservando i dipinti da una certa distanza si potrebbe cadere nell’errore di assistere ad una produzione artistica seriale, caratterizzata da una “uguglianza visiva” dei suoi lavori. In realtà, esaminandoli da posizione ravvicinata, emergono notevoli differenze estetiche e contenutistiche.
Alcune figure geometriche emergono sulla superficie attraverso una stratificazione cromatica che rimanda ad una “fuga” musicale, sono delle vere e proprie “variazioni sul tema”, frutto non di ripensamenti o di insicurezze, ma di costanti affermazioni che annullano quelle precedenti.
L’artista applica il colore come un direttore di orchestra dirige con la sua bacchetta i musicisti per indicare il tempo e gli attacchi durante l’esecuzione di un concerto, mediante movimenti orizzontali e verticali. Ogni pennellata ha una sua valenza e una sua intensità, con tonalità che comunicano, vibrano e rappresentano un universo infinito.
Alle tinte scure prevalenti nelle opere precedenti, in cui sono visibili i segni e i movimenti della mano e del pennello, si contrappongono i piccoli dipinti con colori sgargianti: giallo, rosa, verde e rosso. Ci si trova di fronte ad una esplosione monocromatica che rievocano le tele espressioniste astratte di Mark Rothko (1903-1970).
Dal procedimento per velature queste tinte emergono, alle volte rimanendo segmenti molto sottili, come fenditure di luce nello spazio. La sovrapposizione di velature non riguarda solo la variazione dei toni, ma anche la struttura materica dell’opera, perché aggiungendo colore aumenta anche l’intensità della superficie pittorica.
Di forte impatto sono alcuni lavori dove si evidenzia un rapporto tra le diverse geometrie e lo sfondo, in cui le forme dai colori lucenti e levigate si configurano leggermente cilindriche e vagamente meccaniche, evidenti sono i rimandi ai quadri di Fernand Léger (1881-1955).
Di diversa caratura, sono, invece, alcune composizioni dove si percepisce una rappresentazione della realtà, tangibile e concreta. Campiture cromatiche si configurano in cieli tersi o con foschia luminosa caratterizzati da un blu profondo, accostati a toni marroni, in cui emergono frammenti di paesaggi con linee d’orizzonte luminose e taglienti.
Intorno al concetto della levigatezza del colore ruotano i dipinti di Stanislao Di Giugno. Il termine levigare indica un processo di finitura dei materiali, atto a eliminare le irregolarità e scabrosità per mezzo di abrasivi. Una prassi che nel mondo odierno è sinonimo di manualità e bellezza estetica, (un esempio è il design).
A tale definizione, l’artista romano contrappone un “ossimoro visivo”: la costante ricerca della cura cromatica interferisce con la presenza di dettagli/frammenti.
Se da una parte l’applicazione del colore tende ad unificare l’intero impianto compositivo, dall’altro, la ricercatezza dei dettagli disgregano la narrazione restituendo una immagine irrisolta e provvisoria.
La pittura dell’artista romano crea immagini dalla forte connotazione percettiva/meditativa, che si sintetizza in una sua affermazione:
Un quadro finito è come un condensato temporale fatto di stratificazioni di tempi e umori, anche molto diversi e discordanti, che trovano una ragione di coesistere spazialmente.
Luca Del Core, vive e lavora a Napoli. E' laureato in "Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali" presso l'Università degli Studi "Federico II" di Napoli. Giornalista freelance, ha scritto per alcune riviste di settore, per alcune delle quali è ancora redattore, e attualmente collabora con art a part of cult(ure). La predisposizione ai viaggi, lo porta alla ricerca e alla esplorazione delle più importanti istituzioni culturali nazionali ed internazionali, pubbliche e private.



















