Il concetto di “conoscenza confusa” venne definito dal filosofo Alexander Gottlieb Baumgarten (1714-1762) come idea nuova e paradossale, come un pensiero di ciò che non pensa. Allievo di Christian Wolff (1679-1754) e influenzato da Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716), propose l’Estetica come disciplina della conoscenza che si occupa della sfera sensibile, parallela alla conoscenza razionale.
Con il termine “confusa” non si intende un valore irrazionale, ma ricca, vivace e concreta, capace di cogliere molteplici aspetti e dettagli simultaneamente. Egli focalizza l’attenzione sulla sensibilità, sostenendo che la bellezza è la “perfezione della conoscenza sensibile”.
Una trasposizione visiva ed emotiva (sensibile) di questi concetti, è visibile nella produzione artistica del duo italo-libanese, Désirée Nakouzi De Monte e Andrea Parenti, protagonisti di una mostra personale dal titolo Les Qualités Sérieuses, allestita nelle sale della Luigi Solito Galleria Contemporanea, in piazza E. De Nicola 6, a Napoli, curata da Massimiliano Scuderi, fino al 6 marzo 2026.

In questo contesto hanno creato un progetto immersivo, modificando l’architettura dello spazio espositivo che diventa amniotico, creando appartenenza tra corpi e oggetti, oggetti sensoriali e percezioni tattili.
La loro pratica si è formata in un decennio di collaborazione come co-direttori di MRZB Art Group, attivo tra Amsterdam e Torino (2014-2024), e, dal 2024, come autori della Collezione Nancy Delroi, attiva tra Milano e Beirut.
Il loro linguaggio si articola attraverso il détournement dei cliché, ispirata a Baumgarten, basata sullo straniamento e sulla riconfigurazione critica di immagini e di oggetti quotidiani.
Collage sporchi, realizzati con divani smontati, riformulano l’autorità del Vecchio Maestro attraverso il trauma e l’obsolescenza dei residui domestici: frammenti di mobili, simboli svuotati della classe media, sono assemblati in composizioni apparentemente indecifrabili, ma calibrate, con l’obiettivo di evocare nuovi immaginari cultuali.
La Collezione Nancy Delroi è concepita anche come una casa-galleria e un’officina. Fondata nel 2024 e situata in Viale Bligny a Milano, è diretta da Nakouzi e Parenti. Le sue presentazioni esplorano nuovi formati, la formalizzazione e la frizione, includendo mostre, eventi e situazioni, strutturati attraverso programmi auto-organizzati, che funzionano come quadri sperimentali.
Ad accogliere i visitatori all’interno dello spazio espositivo è l’opera Laurice Najjar, Monochrome, caratterizzata dal rivestimento di un divano di pelle collocato su una parete bianca. Nel contrasto visivo tra lo sfondo neutro e il colore rosso dell’oggetto emerge l’usura del tempo in alcuni punti della superficie.

LAURICE NAJJAR, MONOCHROME 5, 2024
200 x 291 x 10, Pelle (dagli arredi Lungo Stura Lazio)
A differenza dell’iconico Bocca sofà di Gufram, oggetto di design industriale, realizzato negli anni Settanta, e composto da due grandi labbra che si ispirano al ritratto dell’attrice Mae West (1893-1980), dipinto dal pittore Salvador Dalì (1904-1989), dalla forma sensuale e dall’aspetto trasgressivo, l’opera del duo artistico italo-libanese mostra una lettura del tutto nuova: narra del tempo che scorre, della rivitalizzazione degli arredi obsoleti e della nuova destinazione d’uso.
La superficie non si presenta piatta e uniforme, ma presenta delle increspature che rendono la composizione dinamica, in cui emerge uno stato di tensione e di disvelamento.
Sembra di osservare un sipario dove, oltre la quale, c’è vita, c’è un microcosmo da scoprire.
Le rôle de la raison si presenta come una composizione ibrida, stampa a colori cromogenica, rivestimento divano metà Novecento in tessuto alcantara, rose rosse, borchie, e struttura in legno con vetro. Il titolo, Il ruolo della ragione, riporta in auge le teorie di Baumgarten, della conoscenza sensibile o diffusa come forma di conoscenza che ha valore in sé e che, attraverso l’arte, permette di raggiungere una forma di verità che l’intelletto logico, nella sua pretesa di astrazione, non può cogliere.
La composizione si divide in due parti: nella parte superiore una fotografia immortala una serie di manichini cristallizzati nel tempo. Oltre ad essere una presenza fisica, scomposta o integra, rappresentano l’alienazione, la solitudine della società contemporanea: si pongono come essere statici in attesa di essere liberati, rivitalizzati.
Posti in successione, obsolescenti, conservano una sensibilità umana. Nella parte inferiore, le rose rosse, appassite dal tempo, rimandano alla caducità della vita. Esse rappresentano il ricordo di sentimenti passati, spesso associate a nostalgia, sogni infranti o alla fine di una passione amorosa.

LE RÔLE DE LA RAISON, 2026
95 x 75 x 5, Stampa a colori cromogenica, rivestimento divano metà ‘900 in tessuto alcantara, rose rosse, borchie, struttura in legno fine ‘900 con vetro
Della stessa caratura è Studio preparatorio per Tableaux a una figura, formata da cartongesso, pelle da divano, monitor CRT, film I kill you second, sedia metà Novecento, elemento di design in stile modernista, manichino primi anni Duemila e legno laccato.
In quest’opera, dall’impostazione teatrale, il manichino è collocato all’interno di una struttura in design e si lega concettualmente al video trasmesso da un monitor posto su una sedia, a cui manca un piede. Nel video, intorno ad un tavolo i protagonisti fumano e bevono. Ciò che emerge è il senso di straniamento e di incomunicabilità, le loro azioni sono quasi impercettibili.
Qui, il duo artistico mette in scena una “equiparazione sensibile” dell’oggetto col soggetto, accomunati dalle forme estetiche e contenutistiche.

STUDIO PREPARATORIO PER TABLEAUX A UNA FIGURA, 2026
200 x 171 x 150, Cartongesso, pelle da divano, monitor CRT, film “I kill you second”, sedia metà ‘900, elemento di design in stile modernista, manichino primi anni 2000, legno laccato
Tutti gli oggetti, le immagini, i tableaux vivants, provengono dal recupero e dallo scarto. Nakouzi e Parenti ribaltano il punto di vista veicolando l’osservatore attraverso una profonda riflessione sulla mancanza di gerarchie tra individui e cose. Ne è un esempio Assemblaggio morale.
A differenza dell’opera precedente Studio preparatorio per Tableaux a una figura, che mette in relazione oggetti e soggetti in parallelo, qui, la composizione si mostra in maniera ibrida: il busto di manichino di una donna è privato degli arti, sostituiti da braccioli di legno dalle forme eleganti.
Si assiste ad una elevazione culturale e spirituale del manufatto, molto simile alla credenza giapponese dello tsukumogami, dell’acquisizione di un’anima e di una autocoscienza dell’oggetto.

ASSEMBLAGGIO MORALE, 2026
115 x 40 x 95, Busto di manichino metà ‘900, sedia metà ‘900, elementi in legno
Se méfier du coup de foudre è composta dall’assemblaggio di diversi elementi: stampa a colori cromogenica, borchie, chiodi, legno e cornice Guilloché di fine Ottocento. È caratterizzata da due fotografie che ritraggono dei manichini misteriosi illuminati da due fasci luminosi differenti. Nel mondo dell’arte, questi oggetti sono considerati enigmatici e, a valorizzarli per la prima volta, fu il pittore Giorgio De Chirico (1888-1978).
Figure centrali nei suoi quadri, non sono semplici complementi, ma potenti simboli che riflettono la condizione umana contemporanea. A differenza delle istantanee in mostra, sono prive di volto e spesso senza dettagli umani, ma incarnano la stessa idea dell’uomo-automa, della perdita dell’identità e della condizione di isolamento. Sono spesso collocati in scenari urbani desolati, con prospettive distorte e ombre lunghe e inquietanti. Questi sfondi contribuiscono a creare un’atmosfera di sogno, o meglio, di incubo.
Una ulteriore comparazione soggetto/oggetto proviene dal mondo del cinema, che ha utilizzato questi manichini iconici per creare suspense, orrore o metafore sulla società.

SE MÉFIER DU COUP DE FOUDRE, 2026
60 x 50 x 10, Stampa a colori cromogenica, borchie, elementi in legno di mobili fine ‘900, chiodi, legno, cornice Guilloché fine ‘800
Ne è un esempio la pellicola Il manichino assassino, del 1973, diretta da Georg Fenady, che narra dell’omicidio del proprietario del Museo delle Cere, e alcuni strani avvenimenti nelle vicinanze inducono un investigatore della polizia a determinare se l’assassino vuole possedere il museo o se Jack lo Squartatore è tornato a uccidere dopo una pausa di dieci anni. La polizia scoprirà che l’omicida è un negoziante che si nascondeva sotto le sembianze del manichino.
In effetti, questa simbiosi manichino/essere umano è ascrivibile al concetto di fantasmagoria di Walter Benjamin (1892-1940) che nei Passage di Parigi, descrive la realtà urbana della metropoli ottocentesca come un mondo di apparenze incantate, dove le merci, esposte in gallerie e vetrine, nascondono i reali rapporti di produzione sotto una veste estetica accattivante. Il consumatore-passante è ammaliato da questo spettacolo, vivendo la merce come un feticcio.
I manichini, nella loro produzione seriale, da oggetto commerciale e prettamente legati alla volontà umana, hanno assunto nel tempo, una maggiore autonomia, fino a trasformarsi in robot.
ll film Metropolis del 1927, di Fritz Lang (1890-1976), ambientato nel 2026, narra di una realtà distopica nella quale la classe povera vive e lavora sottoterra facendo funzionare la macchina-cuore, un gigantesco generatore che alimenta Metropolis, la città sovrastante dove vivono i ricchi.
Il robot, noto come Maschinenmensch (uomo-macchina), falsa Maria o HEL, fu creato dallo scienziato Rotwang per incarnare le sembianze di una entità, le cui azioni provocano una rivolta tra gli operai. Il personaggio, oltre ad incarnare la paura tecnologica post-prima guerra mondiale e l’anticipazione dei temi moderni come l’intelligenza artificiale e la manipolazione sociale, è la trasposizione concreta delle teorie di Baumgarten.
Oggi, l’IA crea macchine capaci non solo di eseguire compiti ripetitivi, ma di percepire, apprendere e adattarsi autonomamente ad ambienti imprevedibili.
In futuro potremmo vedere gli essere umani in una vetrina di un negozio e i robot che dall’esterno ci osservano soddisfatti.
Luca Del Core, vive e lavora a Napoli. E' laureato in "Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali" presso l'Università degli Studi "Federico II" di Napoli. Giornalista freelance, ha scritto per alcune riviste di settore, per alcune delle quali è ancora redattore, e attualmente collabora con art a part of cult(ure). La predisposizione ai viaggi, lo porta alla ricerca e alla esplorazione delle più importanti istituzioni culturali nazionali ed internazionali, pubbliche e private.


















