Nel corso delle varie epoche i terremoti hanno avuto un diverso impatto sulle popolazioni e questi ultimi hanno espresso una propria cultura nel trattare tale fenomeno. Nell’antichità, le calamità naturali erano circondate da un alone di mistero e di magìa; in pochi attimi le città venivano distrutte e intere civiltà potevano essere condannate a una improvvisa decadenza.
Oggi, il genere umano vive la paura dei terremoti in maniera diversa, sebbene il grado di consapevolezza e conoscenza del fenomeno sia senz’altro superiore a quello degli antichi. Ad occuparsi di questi eventi ci sono i sismologi: scienziati specializzati in geofisica che studiano la loro origine e la diffusione delle onde sismiche. Essi formulano delle ipotesi sulla composizione della struttura della Terra e sui movimenti della crosta terrestre.
Un approccio molto interessante proviene dal mondo dell’Arte che, nel corso del tempo, ha riprodotto in chiave visiva ed emotiva le conseguenze di tali cataclismi: da Léopold Robert (1794-1835), con Donna napoletana che piange sulle rovine della sua casa, del 1830, a Michele Cammarano (1835-1920) con Il terremoto di Torre del Greco, del 1861, a Rodolfo Morgari (1827-1909), È salva! Episodio di Casamicciola, del 1884, fino ad arrivare a Fernando Botero (1932-2023), con il dipinto Terremoto a Popayán, in Colombia, del 1999, ogni artista ha interpretato questi eventi naturali attraverso la propria sensibilità.
In tutti i dipinti la rappresentazione della realtà è incentrata sugli effetti postumi del terremoto: case distrutte, strade interrotte, paesaggi stravolti e un senso di spaesamento, ansia e agitazione nella popolazione caratterizzano le scene.
Su questa scìa, ma con esiti visivi differenti, è interessante la produzione artistica di Lello Lopez (Pozzuoli, 1954) che, nella seconda mostra personale, dal titolo Terre emerse, allestita nelle sale della Shazar Gallery, nella sede di Napoli, fino al 7 dicembre 2024, conduce i visitatori in un percorso di immersione temporale, di ascesa da secoli di bellezza e di turbamenti in tele dai grandi formati, dove emerge l’allegoria del fatale destino umano.
Il ciclo di opere in esposizione trae origine dagli accadimenti che il territorio dei Campi Flegrei sta vivendo e che subisce da sempre.
I fenomeni hanno portato l’artista ad una serie di riflessioni esistenziali e psicologiche che mettono a dura prova certezze, verità acquisite e valutazioni, ma anche semplici pensieri, fantasie o entusiasmi.
Tali considerazioni hanno dato origine a composizioni dall’aspetto vivace, in cui la folla di immagini si confonde in un insieme caotico e leggero, il cui svelamento richiede, come in tutte le opere di Lopez, la volontà dell’analisi e dell’approfondimento. I paesaggi delle antiche vestigia vengono circondati da piante rigogliose, da colorate escrescenze funginee che sembrano cancellarne o nasconderne la testimonianza.
Il tempio di Serapide, il castello di Baia e altri luoghi del litorale flegreo, rappresentati in antiche stampe del 1700, sono la base su cui l’artista applica il colore, dove licheni e piante rampicanti emergono in primo piano, restituendo una visione ibrida del paesaggio, sia contemporanea, sia antica. Questa sovrapposizione “spazio-tempo” innesca nell’osservatore diversi spunti di riflessione.
Ciò che contraddistingue la società attuale rispetto a quella di quasi trecento anni fa è la diversa percezione visiva del territorio. Il processo di urbanizzazione di queste zone nel secolo scorso ha comportato un incremento demografico e delle unità abitative, modificando l’architettura del paesaggio. Il bradisismo e le continue scosse sono soltanto un “avvertimento” della Natura all’azione umana.
Se da una parte, nel 1700, il paesaggio rurale e la presenza dei ruderi archeologici, visibili nelle stampe, generava meno danni strutturali e un approccio differente da parte della comunità, dall’altro, l’elemento di congiunzione fra la antica e l’odierna società è la componente psicologica.
È un luogo, quello dei Campi Flegrei, che mette in discussione qualsiasi valore. Fondamentale nelle opere dell’artista è la percezione del tempo, non solo inteso come periodo storico, ma anche come fonte ciclica dell’esistenza, in cui il passato che riemerge porta con sé un senso di precarietà e un destino ineluttabile che, mette in discussione l’attuale visione antropocentrica (dell’uomo come misura di tutte le cose).
È la Natura e la sua imprevedibilità a sovvertire tutti gli schemi, distrugge l’esistente e deforma la realtà, dando vita ad una nuova morfologia e ad una reinterpretazione del territorio, ribaltando completamente la volontà umana.
Nelle sue tele, Lello Lopez rappresenta in superficie una natura viva e rigogliosa che si riappropria degli spazi in maniera subdola, celando la parte più pericolosa, quella del sottosuolo.
Come il regista Paolo Sorrentino (1970) riproduce nel film Parthenope una realtà in cui la città si identifica nelle sembianze di una sirena, di una donna in carne ed ossa, così Lopez mostra attraverso la propria creatività, il rapporto simbiotico e identitario fra gli abitanti flegrei (dal greco flegraios, “ardente”) e la Natura. Entrambi mostrano una fluida potenza narrativa, soprattutto grazie alle loro analisi.
Raccontano e omaggiano il territorio dalla quale provengono (in Sorrentino, Napoli è anche criticata), attraverso una profonda conoscenza delle comunità che ci vivono e ne rivelano l’indiscutibile e invidiabile ricchezza: ci si avvicina a quella magìa che solo gli autoctoni conoscono. Ed è una magìa dettata dal respiro del mare, dal calore della gente, dalla malinconia di alcuni luoghi, dall’eternità delle sue storie.
Lopez realizza quadri visivi in cui emerge una “poetica dell’immagine”, pregna di significato. E’ una struttura organica che unisce una architettura naturale e artificiale, indicando al fruitore una composizione coerente e funzionale.
Le indagini dell’artista puteolano hanno radici molto lontane. Già nel 2010, nel video intitolato Factory, si assiste ad un vero e proprio “terremoto” di natura civile e sociale. Le immagini riprendono gli interni delle fabbriche dismesse dei Campi Flegrei, ancora oggi in attesa di una riconversione che cancellerà inevitabilmente, oltre ai manufatti, anche i ricordi di un “mondo”, quello dell’industria che contribuì alla crescita dell’economia locale.
La fragilità della vita umana anima la ricerca di Lopez. Consapevole della fugacità e della velocità dell’esistenza, i suoi studi rimandano alla riflessione del filosofo Lucio Anneo Seneca (04 a.C.- 65 d.C.):
“Conta i secoli delle città, vedrai quanto poco durarono anche quelle che si vantano della loro antichità. Le cose umane sono tutte brevi e caduche, neanche un attimo del tempo infinito”.

Info mostra Lello Lopez | Terre emerse
- fino al 7 dicembre 2024,
- Shazar Gallery – via P. Scura 8, Napoli
Luca Del Core, vive e lavora a Napoli. E' laureato in "Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali" presso l'Università degli Studi "Federico II" di Napoli. Giornalista freelance, ha scritto per alcune riviste di settore, per alcune delle quali è ancora redattore, e attualmente collabora con art a part of cult(ure). La predisposizione ai viaggi, lo porta alla ricerca e alla esplorazione delle più importanti istituzioni culturali nazionali ed internazionali, pubbliche e private.













Una risposta
Grazie alla redazione e a Luca Del Core per la sua visita alla mostra e per il denso, dotto e prezioso testo. L.L.