L’anno 2025 segna i 2500 anni dalla nascita di Neapolis. La città partenopea è stata una fonte inesauribile di personaggi illustri che spaziano dalle figure mitologiche, ai santi, ai pensatori, agli artisti e letterati, fino alle icone sportive, riflettendo una storia millenaria e una cultura vibrante. Sono tantissimi i “figli” di Napoli e, uno di essi, ha rappresentato l’anima vera del popolo partenopeo, celebrandone la dignità e i vizi, mostrando una profonda conoscenza della sua gente: è il caso dell’attore poliedrico Antonio De Curtis (1898-1967), in arte Totò, anima che ride e sogna, il volto eterno di una città che sa trasformare la vita in poesia.
Nella Sala Belvedere del Palazzo Reale di Napoli, è stata inaugurata la mostra Totò e la sua Napoli, l’inedita esposizione che celebra il grande legame inscindibile tra l’artista e la città, curata da Alessandro Nicosia e da Marino Niola, è promossa dal Comitato Nazionale Neapolis 2500, con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, con la partecipazione degli Eredi Totò e la collaborazione di Rai Teche e Archivio Storico Luce, fino al 25 gennaio 2026.

LE ORIGINI
Antonio Vincenzo Stefano Clemente nacque a Napoli il 15 febbraio 1898, in via Santa Maria Antesaecula, nel rione Sanità. Sua madre, Anna Clemente (1882-1948), detta “Nannina”, originaria di Palermo, rimasta orfana di padre, si trasferì con la mamma e i quattro fratelli, a Napoli, dove trovò impiego come domestica.
Fu il fratello Vincenzo a registrare la nascita di Antonio al municipio, in quanto, il padre biologico Giuseppe De Curtis (1873-1944), proveniente da una famiglia nobile napoletana, non riconobbe il figlio. Solo nel 1921 i due si sposarono e da quel momento assunse il cognome del padre, diventando Antonio De Curtis.
Durante l’infanzia frequentò diverse scuole cittadine, di cui sono visibili alcune foto in esposizione, all’educazione rigorosa si associò una disciplina che spesso lo isolava. È in questo contesto che si attivò la sua immaginazione e il suo desiderio di evadere attraverso la creatività, il gioco e l’arte della mimica. In seguito, svolse il servizio militare, che fu una esperienza formativa e occasione di confronto con realtà sociali e culturali diverse, dove consolidò il suo spirito e affinò la sua capacità di osservazione del mondo.
LA MISERIA
L’infanzia di Antonio si costruì sulle mancanze, l’affetto era raro, nessun regalo a Natale e nemmeno al compleanno, i pasti erano poveri di proteine e ricchi di carboidrati, e i vestiti grandi e consumati.
Da adulto raccontò di quel bambino mai cresciuto che porto sempre con sé come un uomo invisibile, a cui dedicò ogni lusso conquistato. Da quella sofferenza nacque una profonda generosità, una sensibilità autentica verso chi viveva ai margini. Nei suo lavori, teatrali o cinematografici, Totò non nascose la povertà, ma la trasformò in arte.
LA SCUOLA
Fin da piccolo, sentì più forte il richiamo della strada, anziché quello dell’istruzione. A sei anni venne iscritto alla scuola elementare pubblica, ma l’aula si rivelò un mondo troppo estraneo, lontano da ciò che veramente lo affascinava. In terza elementare venne bocciato, ma prese tutto con leggerezza, scherzando e facendo recite che divertirono i compagni.
Questo disinteresse non è solo indifferenza: agli inizi essere figlio di N.N. gli lasciò un senso di mancanza che colmò con la fantasia, la malinconia restò, ma riuscì a sfogarsi attraverso il gioco e l’ironia.
Nel 1911, venne iscritto al collegio “Cimino”, in via San Giovanni a Carbonara, mostrando il suo disinteresse per lo studio, e soffermanodosi sulle sfumature della vita reale, sulle voci e sui volti intorno a lui.
IL RIONE SANITÀ
Totò è figlio del rione Sanità, un legame che non lo abbandonerà mai, neppure quando la fama lo porterà lontano da Napoli. È nei vicoli stretti, nei luoghi sacri e nei posti dell’infanzia che affondarono le radici della sua formazione umana ed artistica.
Il giovane Antonio giocava tra le antiche catacombe di San Gennaro, visse momenti intimi e amorosi nel Giardino degli Aranci e si formò nella chiesa di Santa Maria delle Vergini, un luogo che segnò la sua crescita spirituale.
La sua casa natale, in via Santa Maria Antesaecula, rappresentò un altro luogo fondamentale per la sua crescita: non era solo una abitazione, ma un simbolo del legame profondo con la sua terra. Anche quando si trasferì a Roma, il legame con il rione restò intatto. L’amore per la tradizione popolare, la fede e la cultura del quartiere si manifestò soprattutto durante le festività, in particolare con la festa del Monacone, una delle più sentite.
In questo contesto, furono diversi i film girati nella Sanità con protagonista Totò, uno di questi lo vede nei panni del Pazzariello, nell’Oro di Napoli, del 1954, di Vittorio De Sica (1901-1974), di cui è visibile nella mostra una sequenza cinematografica.
E ancora oggi, a distanza di tantissimi anni dalla sua scomparsa, la sua presenza resta viva. Tra i vicoli, nei racconti tramandati, nei gesti quotidiani, negli sguardi di chi ci abita, si avverte qualcosa che va oltre il ricordo. La voce, l’ironia e l’umanità continuano a risuonare nella lingua, nelle espressioni e nel modo di stare al mondo di intere generazioni.
IL TEATRO
La vocazione teatrale di Totò prese forma tra le mura domestiche con gli abiti della madre, dove improvvisò scenette allo specchio.
Ma è nei vicoli di Napoli che ricevette le prime vere lezioni di teatro, tra maschere tradizionali, burattini e comicità spontanea. Tra le figure che lo ispirarono, ci fu Gustavo De Marco (1883-1944), celebre attore di varietà, a segnare maggiormente la sua formazione: lo osserva, lo studia, lo imita, fino a farne il primo vero modello del suo repertorio comico.
Intorno al 1912, cominciò ad esibirsi in “staccate” e in “periodiche”, spettacoli popolari che animavano le periferie e i salotti della Napoli del tempo. In quegli anni, il Cafè Chantant mescolava la musica, il varietà e la comicità, influenzando profondamente la sua formazione. Recitò nei piccoli teatri del rione Vasto e di Porta Capuana. Ed è proprio in uno di questi palcoscenici, in piazza Garibaldi, che debuttò per la prima volta col nome d’arte Clerment.
Nel 1918 ottenne il primo ingaggio alla Sala Napoli, recitando nella compagnia della Commedia dell’Arte guidata da Francesco De Marco (?-1950), poi partecipò agli spettacoli di Mimì Maggio (1879-1943), attingendo al repertorio di Peppino Villani (1877-1942), sperimentando personaggi farseschi e sviluppando una performance irresistibile, fatta di ritmo, fisicità e silenzi espressivi.
Nel 1920 cambiò il nome, passando da Clerment a Totò, maschera caratterizzata da bombetta, frac, pantaloni a zompafossi e calzini a righe. Nello stesso anno debuttò al Teatro Trianon dove, con la parodia della canzone Vicolo, ribattezzata Vipera, ottenne il suo primo grande successo.
Alla morte di Gennaro Della Rossa, direttore artistico del Teatro Nuovo, Totò ne diventò il successore, a soli 31 anni, diventando il capocomico della compagnia stabile Molinari. Debuttò con l’opera Messalina, di Mario Mangini (1905-1971), accanto a Maria Scarpetta (1891-1949).
Nu turco napulitano, di Eduardo Scarpetta (1853-1925), lo consacrò come erede della grande scuola napoletana, accanto ad Eduardo (1900-1984), Peppino (1903-1980) e Titina De Filippo (1898-1963), reinventando il teatro di tradizioni con un linguaggio nuovo.
Negli anni Trenta e Quaranta, diventò uno dei protagonisti dell’avanspettacolo e della grande rivista. Il suo talento si affermò anche fuori Napoli e con l’autore e paroliere napoletano Michele Galdieri (1902-1965) firmò uno dei suoi maggiori successi: condivise la scena con altri artisti come Tina Pica (1884-1968) e Nino Taranto (1907-1986).
LE CANZONI
La musica rappresentò un altro volto dell’arte di Totò, una dimensione in cui il legame con Napoli si fece ancora più intimo e sentito. Pur non sapendo leggere le note e riuscendo a suonare il pianoforte solo con due dita, possedeva un talento naturale che gli permise di interpretare e di creare melodie con profonda sensibilità e autenticità.
Il suo repertorio attingeva dalla città, attraversato da dediche esplicite, ma anche da richiami più sottili e velati che ne raccontano l’anima profonda. Questi riferimenti, sia diretti, sia impliciti, mantennero viva e pulsante la presenza di Napoli in ogni sua composizione.
Attraverso le canzoni esprimeva l’amore, la cultura e la storia. Tra i cantanti che apprezzava, spiccavano le voci di Roberto Murolo (1912-2003) e Sergio Bruni (1921-2003), protagonisti della canzone napoletana, mentre tra gli amici che interpretarono le sue composizioni furono Claudio Villa (1926-1987) e Renato Carosone (1920-2001).
Le sue opere narravano con passione le sfumature della vita quotidiana napoletana. Raccontavano amori semplici e sinceri, ambientati nei vicoli, e nei quartieri della città, evocando angoli suggestivi fatti di mare, luce, memoria e tradizione, alcune di questi testi sono visibili in apposite teche in esposizione, come Principessa e Maria Rosa, e Voglio campà cu tte.
Alcuni brani ritraevano drammi e gioie, altri, invece, erano ironici e autoironici, con figure sospese tra passato e presente, tra orgoglio e dubbi esistenziali, capaci di confrontarsi con la modernità.
Non mancarono composizioni dedicate al golfo di Napoli, con versi che descrivevano le acque termali, i profumi e i colori, luoghi di meraviglia e sogno, sospesi tra cielo e mare, raccontati con toni affettuosi e delicati, tra cui Margellina Blu e Ischia mia.
IL CINEMA
Nel cinema di Totò, Napoli è una componente essenziale, non un semplice sfondo, ma una presenza viva fatta di lingua, cultura e tradizioni: popolare e religiosa, quella attraversata da riti antichi e da una profonda umanità. Nel Dopoguerra, la città è segnata dalla fame e dalla speranza, diventa il teatro naturale dei suoi personaggi, sempre in bilico tra miseria e dignità, tra sogno e realtà.
L’incontro con gli altri grandi artisti napoletani, come Eduardo e Peppino De Filippo, rafforzò ancora di più questo legame e contribuì a definire una comicità profondamente radicata nella tradizione, ma capace di parlare a tutti. La sua arte si muoveva fra farsa e satira, tra teatro e cinema, e attraversava con disinvoltura le trasformazioni sociali dell’Italia del tempo, osservando con uno sguardo critico, ma affettuoso, una città piena di contraddizioni: caotica, generosa, dolente e vitale.
Con i suoi personaggi, portò sullo schermo voci, volti e situazioni che appartenevano all’immaginario collettivo della città. I suoi film attraversavano i vicoli della Sanità, le case popolari della periferia e gli scorci autentici di Napoli diventavano parte integrante della narrazione.
Totò non interpretava solo i ruoli: abitava i quartieri, respirava i dialetti, ascoltava la voce del popolo. Una produzione infinita, di cui sono presenti molte locandine in mostra, che va dalla pellicola San Giovanni decollato del 1940, attraversa questi anni con L’imperatore di Capri, Napoli milionaria, 47 morto che parla, approda agli anni Cinquanta con Totò a colori, Un turco napoletano, Miseria e nobiltà, L’oro di Napoli, Il medico dei pazzi, e arriva ai Sessanta con Totò d’Arabia, Tototruffa 62’, e Operazione San Gennaro, del 1966.
Molti critici importanti lo mortificarono, lasciando spesso la recensione dei suoi lavori ad anonimi Vice. La scrittrice Elsa Morante (192-1985) ad esempio, agli inizi degli anni Cinquanta, nelle recensioni raccolte da Einaudi nel libro La vita nel suo movimento, sosteneva: “Totò si accontenta degli effetti comici del suo personaggio. E per meglio ottenerli, si giova, talvolta anche troppo, della sua maschera animatissima e della sua vivacissima mimica meridionale”.
Lo scrittore Alberto Moravia (1907-1990), allora suo marito, si entusiasmò per il film Totò a colori: “Pensiamo per esempio ai quindici minuti durante i quali (…) Totò sta continuamente a starnutire e non ci riesce. Cosa significa, cosa comunica uno starnuto? Nulla, assolutamente nulla. Eppure tutta la sequenza è di una comicità irresistibile”.
Ci volle un altro scrittore e regista, appassionato dei piaceri della vita come Mario Soldati (1906-1999), per dare all’artista napoletano sulle pagine de L’Europeo, un giusto riconoscimento, nella recensione di Che fine ha fatto Totò Baby? di Ottavio Alessi (1919-1978) scrisse: “Caro Totò, in ogni modo, grazie. Grazie di averci tanto divertito. Nella tua carriera e nell’esattezza del ritmo del tuo più piccolo lezzo c’è qualche cosa di indomito: un esempio per tutti, e una lezione. Anche di questo, grazie”.
LE POESIE
La poesia rappresenta l’altra faccia di Totò, quella più malinconica e sentimentale, capace di andare oltre la maschera comica per svelare la profondità dell’anima napoletana.
Dei suoi testi esistono molteplici versioni: amava rielaborarli, aggiungendo, tagliando, modificando, proprio come faceva nei suoi sketch teatrali. Cambiavano i dettagli, talvolta i concetti, spesso la forma linguistica, ma restava intatto l’uso personale della lingua napoletana.
La sua scrittura nacque da una osservazione della realtà, dove alternava toni leggeri e profondi, ironici e struggenti. La morte, tema ricorrente, visibile nella ‘A livella, diventò occasione per riflettere sull’uguglianza umana e sulla fragilità dell’esistenza, senza mai perdere quella sua vena amara e dolce insieme che caratterizza il suo sguardo sul mondo.
Accanto a questa visione più intima, prese forma una Napoli viva, colorata, piena di contrasti, come nella poesia Me so sunnato Napule, oppure in ‘O mare ‘e Margellina e, in Napule, tu e io: una città conosciuta, ascoltata e restituita nei suoi aspetti più autentici.
Nei versi emergono la vitalità popolare, la musica delle strade, ma anche la fatica degli ultimi, la dignità degli umili, la memoria dei luoghi e dei legami che resistono. Questa poesia dà voce a chi spesso non ne ha, entrando a pieno titolo nella tradizione dei grandi poeti dialettali che hanno narrato la realtà quotidiana della città partenopea.
Totò scrisse come se parlasse direttamente alla città, trasformando il dialetto in uno strumento poetico universale, capace di contenere amore, dolore, tenerezza e ironia, divenendo simbolo di una umanità complessa e sfaccettata, in cui si intrecciano storia, cultura e vita quotidiana.
UN MAESTRO INSOSTITUIBILE
Nel percorso artistico e umano di Totò, i rapporti con amici e colleghi partenopei occupano un posto speciale: legami nati tra le quinte, sui set, nei teatri, nei caffè e nelle strade della città.
Accanto ad Eduardo, Peppino De Filippo diventò un compagno di scena insostituibile, con cui costruì una intesa comica fatta di ritmo e intelligenza. A questi si aggiunse Carlo Croccolo (1927-2019), che rilasciò nel tempo alcune interviste, visibili in mostra, su Totò, fedele collaboratore e amico di lunga data, presente sia sui set, sia nei momenti più delicati, offrendo sostegno costante. A fianco a queste figure, Eduardo Clemente (1920-1996), nipote e factotum che lo seguì con discrezione e dedizione.
Nel tessuto professionale e umano che lo circondarono, emersero altri volti: Nino Taranto, con la sua comicità genuina e Tina Pica, dal carattere forte e irresistibile, con cui condivise molte scene indimenticabili. Attori come Ugo D’Alessio (1909-1979), Pietro De Vico (1911-1999) ed Eduardo Passarelli (1903-1968), incarnarono l’anima popolare del teatro napoletano, presente in ognuno dei suoi film.
Anche le genarazioni successive, rappresentate da artisti come Massimo Troisi (1953-1994), Lello Arena (1953) ed Enzo Decaro (1958), riconoscono in Totò un maestro insostituibile, fonte di ispirazione e modello di comicità che attraversa il tempo.
IL PRINCIPE DI BISANZIO
Dietro la maschera del comico di Totò si cela una figura complessa, nella quale l’ironia convive con un profondo desiderio di riscatto e legittimazione. Antonio De Curtis, spinto dal mancato riconoscimento paterno e da un intimo bisogno di ricostruire la propria identità, intraprese una appassionata ricerca delle sue origini. Negli anni esplorò archivi storici, raccolse documenti e testimonianze per dimostrare la sua discendenza da antiche casate bizantine.
Il momento decisivo fu nel 1933, con l’adozione formale da parte del marchese Francesco Maria Gagliardi Focas di Tertiveri, un atto che aprì la strada al riconoscimento legale dei titoli nobiliari, tanto desiderati e che consentì ad Antonio De Curtis di dimostrare la propria discendenza dalla dinastia bizantina dei Focas Comneno.
Con Decreto Ministeriale del 6 maggio 1941, gli vennero riconosciuti ufficialmente i titoli dello stemma gentilizio e l’iscrizione della famiglia al Libro d’Oro della Nobiltà Italiana (presente in mostra tutta la documentazione araldica e giudiziaria).
Da quel momento, si firmò con un lungo elenco di nomi e predicati: Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno di Bisanzio de Curtis Gagliardi, di Giuseppe, con i titoli di Principe, Altezza Imperiale, Conte Palatino, Cavaliere del Sacro Romano Impero e Nobile.
La vicenda si sviluppò nel tempo e il Principe De Curtis, assistito dall’avvocato e amico Eugenio De Simone, affrontò tutte le udienze giudiziarie, tra cui quella che si svolse nel Tribunale di Napoli nel maggio del 1955, che decretò il trionfo dell’attore con applausi e autografi.
ANTONIO DE CURTIS E LE DONNE
La figura femminile occupò un ruolo centrale nella vita di Antonio De Curtis, rivelando il lato intimo dell’uomo dietro la maschera. Liliana Castagnola (1895-1930) fu il suo primo grande amore, intenso, ma fragile. Si incontrarono a Napoli nel 1929, lei soubrette brillante, lui giovane attore in ascesa.
La loro relazione durò poco più di tre mesi e la rottura spinse Liliana a togliersi la vita in una pensione degli artisti a Napoli. Questo episodio segnò profondamente Antonio che diede alla prima figlia, avuta da Diana Bandini Lucchesini Rogliani (1915-2006), il suo nome, oltre a collocare il corpo della Castagola nella tomba di famiglia.
Diana, detta Mizzuzzina, fu l’amore duraturo e la compagna stabile. In lei, Totò trovò serenità e famiglia. Lei accolse le sue eccentricità e rispose con dedizione alle richieste di affetto, diventando la musa dei suoi versi più intensi. Dal loro amore nacque Liliana che, successivamente, darà a Totò, ben tre nipoti: Antonello, Diana ed Elena.
Dedicò a Diana il testo della canzone napoletana Malafemmina, che parla di un amore contrastato per una donna, che in questo caso assunse il significato di figura affascinante e che fa soffrire, quasi insensibile, malvagia, indifferente alle pene d’amore che infligge al proprio innamorato. Fu la figlia di Totò a rivelare che la canzone non era dedicata all’attrice Silvana Pampanini (1925-216), come si pensava, ma a sua madre Diana, perché un giorno lasciò le valigie del marito fuori dalla porta dopo una scappatella.
Infine, Franca Faldini (1931-2016), da lui chiamata Ravachol, rappresentò l’amore maturo e libero da convenzioni. Insieme affrontarono il dolore per la perdita del primo figlio Massenzio (1954-1954) ed i problemi alla vista dell’attore. Con la Faldini, l’artista visse il distacco dal mondo dello spettacolo e la rinuncia definitiva al palcoscenico.
IL SALUTO DELLA SUA NAPOLI
Totò morì il 15 aprile 1967, alle ore 3:25 di notte, all’età di 69 anni, a causa di un infarto. La notizia si diffuse rapidamente, suscitando una ondata di dolore collettivo. Il 17 aprile, dopo il funerale celebrato nella chiesa di Sant’Eugenio alle Belle Arti, a Roma, il corteo funebre partì verso il capoluogo campano. Il feretro giunse alle 16:30, accolto da una folla oceanica che lo accompagnò dall’uscita dell’autostrada fino alla basilica del Carmine Maggiore.
Le cronache parlarono di oltre 100.000, forse 150.000 persone, radunate tra piazza del Carmine e piazza Mercato. Tra questi, Eduardo, Peppino e Titina De Filippo, Carlo Giuffrè (1928-2018) ed altri artisti napoletani. La partecipazione fu così imponente che la Prefettura bloccò il traffico per quattro ore. La città si fermò, serrande dei negozi chiusi, portoni dei palazzi sbarrati, in segno di rispetto per l’artista che ha reso famosa Napoli. Sulla bara venne poggiata la sua celebre bombetta nera.
L’organizzazione delle esequie venne affidata a Nino Taranto, che con una orazione toccante salutò l’amico e collega. Al termine della cerimonia religiosa, il corpo del Principe della Risata venne trasportato al Cimitero del Pianto, zona Poggioreale, dove venne inumato nella cappella gentilizia da lui stesso fatta costruire nel 1952 e deposto accanto al figlio Massenzio e ai genitori.
Il 22 maggio, in occasione del trigesimo, la città rese di nuovo omaggio a Totò, con una seconda cerimonia, questa volta nella basilica di San Vincenzo alla Sanità, nel cuore del rione. L’evento fu organizzato da Luigi Campoluongo, detto Naso e cane, che cinquant’anni prima aiutò il giovane attore a risolvere una controversia nata per una donna, dando vita ad una amicizia che sarebbe durata nel tempo.

Luca Del Core, vive e lavora a Napoli. E' laureato in "Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali" presso l'Università degli Studi "Federico II" di Napoli. Giornalista freelance, ha scritto per alcune riviste di settore, per alcune delle quali è ancora redattore, e attualmente collabora con art a part of cult(ure). La predisposizione ai viaggi, lo porta alla ricerca e alla esplorazione delle più importanti istituzioni culturali nazionali ed internazionali, pubbliche e private.






















