Alexandre da Cunha: Arena, alla Thomas Dane Gallery di Napoli

Dall’estetica all’etica dei materiali. Oggetti di uso quotidiano che assumono nuovi significati, in cui l’attenzione è rivolta non alla funzione, ma ad un nuovo sistema di codificazione della materia, basato su una rivalutazione delle gerarchie dell’attenzione e della percezione, analizzandone la forma e il colore. Queste riflessioni sono una fonte inesauribile per la creatività dell’artista brasiliano Alexandre da Cunha (Rio de Janeiro, 1969), influenzato dai ready-made di Marcel Duchamp (1887-1968), dalla architettura modernista e dalla Op Art.

Cresciuto in Brasile, vive a Londra da oltre un decennio. Nelle sue opere esplora la sua identità nazionale ibrida e complicata: sculture indipendenti, a parete o al centro dello spazio, identificabili all’interno di assemblaggi astratti. Manufatti provenienti dalla produzione di massa e dall’artigianato, il cui esito è un mix tra oggetto di consumo popolare e reliquia archeologica.

Una selezione di opere dell’artista è visibile nella mostra dal titolo Arena, allestita nelle sale della Thomas Dane Gallery di Napoli, prorogata fino al 17 marzo 2021, curata in dialogo con Jenni Lomax, con la quale ha lavorato nel 2009 per la sua mostra Lassez-faire al Camden Arts Centre, dove l’accento fu posto sul rapporto spaziale nella progressione dello spazio della galleria, mutando le tradizionali prospettive delle pareti, dei pavimenti e dei soffitti.

Per la location partenopea, le porte delle altre sale sono volutamente chiuse per coordinare il movimento attraverso la galleria, rinforzando in modo uniforme l’“arena” come luogo chiuso di attività o conflitto.

Ad accogliere i visitatori nella prima sala è la gigantesca opera Arena, costituita dall’aggregazione di una serie di ombrelli, in cui l’alternanza dei pieni e dei vuoti, e del bianco e del nero, rimanda all’architettura modernista e alla sezione di una parete di un anfiteatro.

In opposizione a tale composizione, sull’altro lato dello spazio espositivo, sospeso a mezz’aria, è collocato Kentucky (Napoli), un enorme “arazzo” che in verità è formato dall’assemblaggio di diverse teste di mocio per lavare a terra di colore tinto, sono oggetti quasi non identificabili quando tese, intrecciate e appese.

La sala centrale ospita, invece, Urn V, una betoniera che ci restituisce una dimensione sociologica. E’ una impastatrice, le cui superfici arrugginite e consumate sono esposte per le loro qualità estetiche e ripristinano le economie sociali del lavoro in cui questi strumenti circolano. La forma e il colore della macchina usata per la preparazione del conglomerato cementizio rimanda a un reperto archeologico, un antico contenitore etrusco.

Impattante è l’opera Sentinella II, in cui da Cunha assembla un impianto di cablaggio con una panchina capovolta, rielaborate come composizioni luminose.

Una commistione di materiali eterogenei emerge in Coconut Figure II e Coconut Figure III, lampadine, rubinetti, ferro da stiro, lavabo, tamburo a mano, raccordi e noci di cocco (che rievocano le atmosfere esotiche del Brasile), sono un caleidoscopio di oggetti della vita reale a cui viene data una nuova chiave di lettura.

Nella sala successiva, uno dei lavori della serie “floor works”, Quilt (Sahara), intreccia la pelle con delle lastre per la pavimentazione. Osservando l’opera, si nota l’alternanza di quadrati pieni e vuoti che rievocano l’immagine di una trapunta. I singoli lembi di pelle collocati sulle figure geometriche conferiscono alla composizione un certo dinamismo. Le lastre quadrate spezzano l’andamento modulare e costante del pavimento sottostante.

In Coconut Figure I, si assiste ad un ritorno all’economia sociale. E’ una composizione ibrida formata da una carriola, una noce di cocco e una borsa di pelle. Sono oggetti contestualizzati che restituiscono una immagine primitiva per forma e cromatismo.

Negli spazi della veranda, invece, Sentinella I, due carriole illuminate si fronteggiano, legate da una fascia curva di acciaio. Si nota una certa tensione dovuta alla luce fissa e costante emanata da una dei due attrezzi lavoro in una atmosfera austera, silenziosa e solitaria.

Disseminati lungo il percorso espositivo vi sono una serie di Balls (Citrus) e Balls (Mandarin), delle forme sferiche realizzate in resina e cannuccia di carta che rimandano al mondo tropicale delle spiagge, del mare e dei cocktail.

L’approccio di Alexandre da Cunha ha permesso di svelare i nostri preconcetti e le risposte istintive che diamo alle cose, alterando la nostra prospettiva verso nuovi modi di vedere e comprendere, lasciando il posto a un potenziale lussureggiante, non solo nell’interpretare il suo lavoro, ma anche in tutto ciò che vediamo nel mondo.

Gli oggetti di uso comune improvvisamente evocano un significato spirituale e nobile, come è avvenuto in precedenza con i ready-made industriali.

Info mostra

Luca Del Core

Luca Del Core

Luca Del Core, vive e lavora a Napoli. E' laureato in "Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali" presso l'Università degli Studi "Federico II" di Napoli. Giornalista freelance, ha scritto per alcune riviste di settore, per alcune delle quali è ancora redattore, e attualmente collabora con art a part of cult(ure). La predisposizione ai viaggi, lo porta alla ricerca e alla esplorazione delle più importanti istituzioni culturali nazionali ed internazionali, pubbliche e private.

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