Simone Cametti. Primitivo, nelle sale della Shazar Gallery

Nel dipinto Il Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich (1774-1840), in primo piano un viandante solitario si staglia in controluce su un precipizio roccioso, circondato dalla natura primitiva di un paesaggio montuoso della Boemia. Il protagonista della scena è in posizione rialzata e contempla il panorama che si apre davanti. L’opera affronta diversi argomenti, glorifica i temi dell’infinito, del sublime, del divino e dell’errabondo. Il tema della natura e in particolar modo della montagna è ricorrente nel mondo dell’arte. Ogni artista ha interpretato questo luogo in maniera eterogenea. Un approccio diverso dalla tela di Friedrich, meno distante e molto più diretto e “immersivo”, è quello proposto da Simone Cametti (1982), che nel suo primo intervento del progetto più ampio, Bivacchi, rifugi abbandonati in zone montuose, nell’atmosfera silenziosa e incontaminata, l’artista genera una vera e propria attivazione.

E’ una interazione con il paesaggio e con le strutture incustodite che trova una corrispondenza concreta, visiva e sensoriale nella mostra dal titolo, Primitivo, allestita all’interno delle sale della Shazar Gallery di Napoli, in via P. Scura 8, curata da Valentina Muzi, fino al 13 marzo 2021.

Simone Cametti, (vincitore del premio Terna), dà una chiave di lettura ai siti dismessi tracciando un nuovo sentiero. Epicentro della sua indagine è il rifugio Delle Serre, a 1500 metri di altitudine tra Abruzzo e Molise, dove la ricerca sulla luce, sul bianco e sulla perdita di punti di riferimento si esplica in un complesso procedimento artistico che parte da interventi diretti sul luogo abbandonato, ed hanno avuto come risultato una installazione luminosa di 4 m, delle fotografie ed un video.

Nella sua prima opera la luce è protagonista. Due neon luminosi attivano il percorso verso il rifugio: sono collocati all’interno di strutture di legno e rappresentano uno spazio circoscritto e tangibile, il bivacco. Come il luccicchio delle stelle indica la strada verso cui orientarsi, i neon mostrano il sentiero su cui procedere. Cametti riesce a trascinare il fruitore verso un mondo indefinito, innescando processi neurobiologici che sottendono ai sentimenti.

Smarrimento, inquietudine e mancanza di punti di riferimento alterano lo stato psichico dell’individuo che cerca una fonte luminosa come obiettivo da raggiungere. Un esempio di tale disorientamento è visibile nel video dove l’artista passeggia su una montagna durante la tempesta di neve, scevro da qualsiasi coordinata spazio-temporale.

In questo caso, è Cametti a ridefinire e ad attivare un nuovo percorso lasciando una sua traccia. Della stessa caratura sono le istantanee che riproducono una zona innevata, in cui la presenza della neve è totalizzante rispetto alla natura. Si passa dal buio del video al bianco delle foto con lo stesso risultato: straniamento e incertezza.

Subito dopo l’accensione dello spazio, Cametti ha invitato due artiste per una breve residenza nel rifugio: Chiara Fantaccione (1991) e Francesca Cornacchini (1991).

Quest’ultime hanno vissuto e ridefinito il bivacco producendo opere messe in relazione con quelle dell’artista romano. La Fantaccione è presente in mostra con una installazione formata da un palo per tenda da campeggio e un prato a rotoli, che ricordano la composizione per un campo base.

I rotoli di terreno costituiscono un continuum visivo e tattile del rifugio di Cametti, rimandando all’ambiente primitivo di montagna. A tale interazione si aggiunge la foto della Cornacchini che immortala cumuli di pietre su cui si stagliano una serie di aracnidi, posta accanto al video.

Ne emerge la volontà di rendere visibile, l’invisibile, di mostrare i sentieri sulle alture come dei luoghi non desolati, ma dove è sempre presente l’elemento organico.

Dall’approccio multidisciplinare dell’artista romano, dalla installazione alla fotografia fino ad arrivare alla ripresa video, emergono le diverse modalità per entrare in sintonia con la natura, rincorrendo i propri passi finché non ci si dissolve nel candore della neve o nell’oscurità dei boschi.

Una volta avvenuta l’accensione, lo spazio torna a vivere. Il termine Primitivo non indica soltanto un ritorno alle origini e alla montagna, significa rimodulare gli elementi che fanno parte di quel luogo, creando spiragli nei quali intravedere nuovi e possibili panorami.

Luca Del Core

Luca Del Core

Luca Del Core, vive e lavora a Napoli. E' laureato in "Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali" presso l'Università degli Studi "Federico II" di Napoli. Giornalista freelance, ha scritto per alcune riviste di settore, per alcune delle quali è ancora redattore, e attualmente collabora con art a part of cult(ure). La predisposizione ai viaggi, lo porta alla ricerca e alla esplorazione delle più importanti istituzioni culturali nazionali ed internazionali, pubbliche e private.

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