L’uomo e il suo spazio immortalati nella natura concreta e analogica della fotografia di reportage e di indagine sociale. Immagini celebri in bianco e nero, altre poco note o completamente inedite, che si prestano ad una narrazione visiva attenta e dettagliata. Ama definirsi fotografo artigianale, accantonando l’idea di essere un artista. E’ artefice di un racconto straordinario dedicato all’Italia, dove emerge l’importanza del suo sguardo, del suo metodo e della sua capacità fuori dal comune di fotografare il suo tempo. Su queste riflessioni si basa la mostra dal titolo Gianni Berengo Gardin. L’occhio come mestiere, allestita nelle sale del Museo Diego Aragona Pignatelli Cortes e Museo delle Carrozze (Villa Pignatelli), in Riviera di Chiaia 200, a Napoli, curata da Alessandra Mauro, Marta Ragozzino, Margherita Guccione e in corso fino al 9 luglio 2023.
Ad accogliere i visitatori nella prima sala sono le immagini dello studio di Milano di Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, Genova, 1930), luogo di riflessione e di elaborazione, che appare come una sorta di “camera delle meraviglie”, in cui emergono anche aspetti privati e meno noti della sua personalità.
L’esposizione prosegue attraverso un percorso fluido e non cronologico che accompagna i fruitori in un viaggio nel mondo e nel modo di vedere del maestro, offrendo una riflessione sui caratteri peculiari della sua ricerca, proiettata sulla centralità dell’uomo e della sua collocazione nello spazio sociale, sulla natura concreta, ma anche poeticamente analogica della sua “vera fotografia” (formula con cui timbra le sue stampe autografe, mai manipolate e che rimanda al lavoro del fotografo come “artigiano”), sulla potenza e sulla specificità del suo modo di costruire la sequenza narrativa, che non si limita a semplici descrizioni dello spazio, ma costruisce storie.
Infine, la sua adesione impegnata a una concezione della fotografia intesa come documento, puntellata da dettagli spiazzanti e ironici.
Questo viaggio geografico ci porta a Venezia, città d’elezione per Berengo Gardin che, pur non essendovi nato, si sente veneziano.
Qui inizia la sua attività frequentando i circoli fotografici come La Gondola, dove realizza straordinarie immagini già a partire dagli anni Cinquanta: una coppia che si bacia sotto a un porticato dall’architettura austera, la spensieratezza di salire su una giostra e il salto alla corda di bambini al centro di una piazza, restituiscono una visione intima, quasi sussurrata e molto poetica della composizione.
Piazze, ponti e banchine sono i luoghi di aggregazione, vissuti da qualsiasi persona di diversa estrazione sociale: alle immagini severe dei carabinieri in divisa e ai rituali delle personalità religiose, si contrappongono i momenti di leggerezza dei cittadini e dei turisti, immortalati mentre attraversano piazza San Marco, nel traghetto di Punta della Dogana e nello storico Caffè Florian.
La sensibilità di Berengo Gardin va oltre una semplice manifestazione del reale e si proietta sui cortei di contestazione della Biennale d’Arte del 1968, dove sono visibili in due diverse istantanee, il poeta Giuseppe Ungaretti (1888-1970) e l’artista Emilio Vedova (1919-2006).
A Milano l’attenzione è rivolta alla stazione centrale, dove arrivano intere famiglie dal sud Italia per lavorare nelle fabbriche del nord.
Sono immortalati padri, madri e figli al seguito con le loro enormi valigie, pacchi ed effetti personali, ritratti mentre si accingono a lasciare la stazione ferroviaria per dirigersi verso le “case operaie”, caratterizzate da ballatoi che affacciano sui cortili interni.
Emergono in queste istantanee il senso di spaesamento dei meridionali che si trovano ad affrontare una nuova realtà di cui non conoscono nulla, tra aspettative e speranze e voglia di riscatto sociale.
A Roma, invece, sono dedicati gli scatti che si dividono fra l’esistenza sacra delle personalità religiose e la dolce vita profana dei quartieri centrali della Capitale.
È una narrazione che tiene conto anche delle periferie, in particolar modo dei campi profughi, dove Berengo Gardin racconta lo scorrere del tempo della comunità ROM, immortalata con fiducia e curiosità nei momenti intimi e corali, come le feste e le cerimonie, e che davanti all’obiettivo fotografico conservano una loro dignità.
Numerosissimi sono i reportage dei luoghi di lavoro, realizzati per aziende come l’Alfa Romeo, la Fiat, Pirelli e, soprattutto, Olivetti, con cui collaborò per 15 anni, che lo aiutarono a crearsi una coscienza sociale, esplicitata nell’affermazione:
“Posso definirmi comunista fuori dalle righe, non tanto perché ho letto i testi importanti del comunismo, ma perché ho lavorato in fabbrica con gli operai, capivo i loro problemi”.
In effetti, le immagini che scorrono lungo le pareti dell’esposizione e che ritraggono l’Italia, da nord a sud, mostrano il processo di industrializzazione di quegli anni.
La fabbrica Magneti Marelli a Milano, la Olivetti a Pozzuoli, in provincia di Napoli, e l’altra sede a Ivrea, vicino Torino, raccontano di una società che sta cambiando.
In pieno boom economico, le famiglie possono accedere a beni e servizi che in precedenza erano solo per le classi agiate. Catene di montaggio, ottimizzazione delle risorse e gestione del personale sono gli elementi su cui le aziende basano la propria organizzazione. Una pianificazione che genera dei complessi residenziali e asili nido per i dipendenti delle fabbriche, fotografate dal maestro.
A questa visione frenetica e alienante, fa da contraltare, una selezione di foto del paesaggio italiano, che attraversa tutto il Belpaese.
I lavori nei campi in Toscana, in Puglia, in Sardegna e nelle risaie del vercellese offrono la possibilità di percepire la realtà contadina.
Il tempo è scandito da lunghe e assolate giornate di lavoro, dove le mondine proteggono le delicate piantine del riso dallo sbalzo termico tra il giorno e la notte, durante le prime fasi del loro sviluppo.
Nucleo importante dell’exhibit è la parte relativa agli ospedali psichiatrici, che ha prodotto nel 1968, il volume Morire di classe, realizzato da Berengo Gardin insieme a Carla Cerati (1936-2016): sono immagini di denuncia e rispetto, straordinarie e terribili, che documentavano per la prima volta le condizioni all’interno di queste strutture in diversi istituti in tutta Italia, da Gorizia a Firenze, passando per Colorno, vicino Parma.
Curato da Franco Basaglia (1924-1980) e Franca Ongaro Basaglia (1928-2005), il libro ha contribuito in modo determinante alla costituzione del movimento d’opinione che ha condotto nel 1978 all’approvazione della legge 180 per la chiusura dei manicomi.
A Napoli e al territorio campano, da Capri a Pompei, è dedicata la raccolta di fotografie, scorci del centro storico, vicoli, monumenti e piazze della città si alternano alle vedute dei paesaggi campani più celebri, in un racconto personale e suggestivo che si svolge tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Novanta.
Un semplice negozio di scarpe, bambini che si aggrappano ad un filobus o che giocano sotto i porticati, marinai portati in giro da cavalli con cocchiere, rivelano la semplicità e le abitudini di un popolo che vive in una città frenetica, sia di giorno, sia di notte.
Al paesaggio caprese, caratterizzato dalla veduta iconica dei Faraglioni, con le sue rocce frastagliate, è messa in correlazione con l’antica “Palestra grande” dei gladiatori degli scavi di Pompei, immortalata dall’alto.
Alle forme sinuose del paesaggio naturale dell’isola del golfo di Napoli, si oppone la geometria della piazza quadrata della palestra circondata da portici e colonne, in cui l’unico elemento organico è data dalla presenza di una figura umana posta al centro del piazzale.
Proseguendo con il percorso espositivo si arriva agli anni 2000. Una serie di istantanee ritraggono la costruzione del museo MAXXI di Roma, progettato dall’archistar Zaha Hadid (1950-2016), dove è evidente l’interesse di Berengo Gardin per le forme archittetoniche e per i cantieri di lavoro visibili nelle sue precedenti foto.
Celebre è il progetto dedicato alle Grandi Navi del 2013. Il reportage è nato qualche anno fa come gesto d’amore per Venezia.
Fotografie che mostrano la minaccia rappresentata dalle mastodontiche navi da crociera che ogni giorno attraversano il Canale della Giudecca, generano sentimenti di stupore e una reazione di sdegno e di incredulità.
Le grandi navi sono mostri lunghi due volte Piazza San Marco, alte due volte Palazzo Ducale, e mettono in pericolo la “salute” della città. Oltre all’inquinamento visivo e atmosferico, con la loro stazza creano onde e correnti che logorano le delicate fondamenta della Serenissima.
Sono scatti diretti, senza forzature, e documentano e aiutano a riflettere sulle conseguenze di una politica del profitto priva di scrupoli.
Ai ritratti e agli intellettuali sono dedicati in successione, le istantanee di Ettore Sottsass (1917-2007), Gio Ponti (1891-1979), Ugo Mulas (1928-1973), Dario Fo (1926-2016), Leonard Freed (1929-2006), Bruno Barbey (1941-2020), Elliott Erwitt (1928), Sebastiào Salgado (1944), Ermanno Olmi (1931-2018), Dino Buzzati (1906-1972), Mario Soldati (1906-1999), Peggy Guggenheim (1898-1979), Renzo Piano (1937), Yayoi Kusama (1929), Lucio Fontana (1899-1968), Luigi Nono (1924-1990), Cesare Zavattini (1902-1989), Achille Castiglioni (1918-2002), Enzo Mari (1932-2020), Aldo Rossi (1931-1997) e Alessandro Mendini (1931-2019).
Completa la mostra una sezione dedicata ai libri, destinazione principale e prediletta del suo lavoro, una sorta di libreria, rappresentativa delle oltre 250 pubblicazioni realizzate nel corso della sua lunga carriera, collaborando con autori quali Gabriele Basilico (1944-2013), Luciano D’Alessandro (1933-2016), Ferdinando Scianna (1943), con il Touring Club Italiano e con De Agostini. Fondamentale, inoltre, la collaborazione con il settimanale “Il Mondo”, di Mario Pannunzio (1910-1968), dove tra il 1954 e il 1965 pubblica oltre 260 fotografie e di cui scrive:
“Nella mia vita ho incontrato molti importanti intellettuali italiani che sono diventati amici e hanno influenzato moltissimo la mia fotografia. Il più importante è stato Mario Pannunzio”.
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Luca Del Core, vive e lavora a Napoli. E' laureato in "Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali" presso l'Università degli Studi "Federico II" di Napoli. Giornalista freelance, ha scritto per alcune riviste di settore, per alcune delle quali è ancora redattore, e attualmente collabora con art a part of cult(ure). La predisposizione ai viaggi, lo porta alla ricerca e alla esplorazione delle più importanti istituzioni culturali nazionali ed internazionali, pubbliche e private.






















