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Un’esca a catenelle. Riccardo Dalisi, il radicale.

di Luca Del Core

Radicalmente, termine che indica la profonda essenza di qualcosa, non è soltanto una semplice definizione. È stato il modus operandi e il modus vivendi di un artista eclettico che non ha seguito una determinata corrente artistica, ma ha scelto e armonizzato i princìpi che ha ritenuto migliori.
Su queste basi, Radicalmente, è stato il titolo della retrospettiva su Riccardo Dalisi (1 maggio 1931, Potenza – 9 aprile 2022, Napoli) allestita nelle sale del Museo MAXXI di Roma, dal novembre 2023 al marzo 2024.

Un ulteriore tassello per esplicitare la visione utopistica, il linguaggio complesso e allo stesso tempo elementare, dell’architetto e designer lucano, di adozione napoletana, premiato due volte (1981 e 2014) con il Compasso d’Oro, è la mostra dal titolo Un’esca a catenelle, allestita nelle sale della Andrea Nuovo Home Gallery, in via Monte di Dio 61, a Napoli, fino al 27 luglio 2024.

Nato a Potenza, Riccardo Dalisi ha ricoperto fino al 2007 il ruolo di docente di Progettazione Architettonica presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”.

Presso la stessa istituzione è stato direttore e docente della Scuola di Specializzazione in Disegno Industriale.

Negli anni Settanta, insieme a Ettore Sottsass (1917-2007), Alessandro Mendini (1931-2019), Andrea Branzi (1938-2023) ed altri, è stato tra i fondatori della Global Tools, contro-scuola che riuniva le persone della cosiddetta “architettura radicale”, intorno alle riviste Casabella e Spazio e società.

Le opere nate in quegli anni fanno parte delle collezioni permanenti del Centre Pompidou di Parigi, del Frac Centre di Orléans e del museo Madre di Napoli. Nella sua ricerca espressiva che spazia nel mitico, nell’arcaico e nel sacro, i materiali poveri (ferro, rame, ottone) sono impiegati con amorevole manualità artigiana.

Il titolo dell’exihibit Un’esca a catenelle è tratta da un piccolo libricino realizzato dal gallerista Andrea Nuovo, curatore negli anni scorsi dell’Archivio d’Arte Dalisi, che chiese all’artista di descrivere il proprio studio:

“Molte attirano lo sguardo, un’esca a catenelle, l’una chiama l’altra. Forme di tutti i motivi, di tutte le dimensioni. E poi i disegni, i tratti di colore nei più diversi andamenti geometrici. La carta, i metalli, segni e sagome frutto di un lavoro continuo”.

Era uno studio dove lavoravano cento artisti. Qualcuno vi andava per curiosità, altri per interesse, altri per distrarsi, altri per terapia. Un laboratorio che conveniva tenere così come è, in divenire.

Pezzi di caffettiere, sagome pluricolorate che accennavano a casette, a cuori, a personaggi e ad animali; sculture strane che alludevano a tentacoli, a muri sbrecciati, a visi, a carte strappate, luccicanti, ad edifici impossibili e semi-impossibili. Forme improvvise sembravano farsi largo attraverso sculture di ferro, altre accennavano a espressioni umane intrise di sentimenti.

Una vera e propria wunderkammer, di cui una parte è visibile nella mostra che si sviluppa sui due piani della home gallery e nel giardino attiguo: 36 opere, realizzate tra gli anni 2011 e 2017, nelle quali si evince una ricerca di nuovi valori, nelle forme, nel gioco cromatico e nel segno di una sperimentazione quasi frenetica, dove il gesto e l’impulso vitale dell’artista acquisisce una dimensione più immediata e comunicativa, quasi euforica, più vicina ai sensi, allontanandosi dall’universo oggettivamente controllato del design e della dialettica razionale.

Ad accogliere i visitatori all’ingresso è l’opera Senza titolo (cuore di latta) che “informa” i fruitori del contenuto del percorso espositivo, caratterizzato da emozioni, visioni oniriche e magiche, in cui il mondo naturale e il mondo meccanizzato trovano una dimensione ibrida, dove si incrociano il passato, il presente ed il futuro.

Ed è proprio il dipinto Ibridismo magico, acrilico su carta da pacchi, a sintetizzare in maniera esaustiva tutta la creatività di Dalisi: colori sgargianti, elementi umani e caffettiere creano una figura antropomorfa, in cui si percepisce il movimento attraverso la posizione degli arti e all’espressione del volto posto al centro della composizione.

Di fronte a quest’opera, è collocata Nel cuore una casetta, molto simile per significato, ad un altro manufatto artistico visibile al primo piano della galleria: la prima realizzata con tecnica mista; la seconda con tecnica mista, forex ed acrilici.

Entrambe esprimono con stili diversi, la casa non solo come luogo fisico, ma di vicinanza. Un microcosmo che fa sentire a proprio agio, avvolti e coccolati, che dà quel senso di intimità e di sicurezza, un rifugio in qualcosa di familiare e conosciuto, di calore, di appartenenza, di uno spazio vissuto e da vivere.

Altro elemento in comune è la presenza di un cuore che definisce il perimetro in cui si svolge l’azione: se nella prima racchiude al suo interno una figura umana e una casa circondata da altri elementi; nel secondo, invece, è il cuore stesso, l’architettura in cui abitare. Qui, l’alternanza dei pieni e dei vuoti restituisce una dimensione fluida e dinamica.

Continuando con il percorso espositivo, una serie di disegni affissi sul muro sono correlati al loro sviluppo concreto: Bozzetti per sculture, Totocchi e Caffettiera mascherata sono realizzate seguendo un unico orientamento, ognuna con delle proprie peculiarità.

Dalisi, con un sottile gioco di ironia, ha ideato Totocchi, la buffa creatura a metà strada tra Pinocchio, Totò (1898-1967) e una caffettiera. A questo oggetto, presente in diversi punti dell’exihibit, ha dedicato una intera storia di magìa e delicata poesia. Una figura animata, stilisticamente lontana dalla famosa caffettiera Carmencita, ideata da Armando Testa (1917-1992) per l’azienda Lavazza.

Nell’immaginario dell’artista, altro soggetto ricorrente sono i cavalli, simbolo di purezza e innocenza. Osservandoli attentamente, rievocano per luminosità e intensità cromatica I grandi cavalli azzurri di Franz Marc (1880-1916) del 1911. Sono forme che sfuggono a definizioni, hanno qualcosa di fiabesco.

I suoi lavori con materiali poveri, come dichiarò Joseph Beuys (1921-1986), suo illustre visitatore in situ: “E’ da essi che l’artista sapeva trarre l’energia contenuta e nascosta, assurgendo a nuova dignità. Processati dalla creatività, sapevano sprigionare poesia”.

Come l’artista Bruno Munari (1907-1998), la creatività di Dalisi è destinata ad un pubblico non solo di adulti, ma anche puerile, promotore di una vera e propria pedagogia della bellezza.

Educare al bello significa fornire gli strumenti che possano mettere le nuove generazioni nella condizione di superare la mera fruizione estetica, insegnando loro a sollevare il “velo di Maya” e cercare l’autenticità nella bellezza.

Questo tipo di approccio porta a trasformare l’artista in educatore e, nello stesso modo, tende a trasformare il discente in un piccolo demiurgo.

Alcune opere presenti in mostra rievocano stilisticamente i lavori di Alexander Calder (1898-1976), artista che disegnò nel segno delle esperienze Dada e Surrealista.

In Riccardo Dalisi ciò si traduce in una sensibilità sostenibile, quella per cui si richiede al design una diversa progettualità dell’ambiente di vita, capace di creare oggetti ecosostenibili basati sul riuso e sull’esperienza delle modalità di realizzazione e della costruzione di forme, dando un senso diverso agli scarti, agli oggetti trovati per caso, e obbedendo al fascino di un manufatto prescindendo dalla sua preziosità per riscoprire quella sensibile.

Nell’ultima sala, una serie di fotografie immortalano il suo studio: latta, forex, carta di imballaggio o di caramella, materiali inconsueti come il caffè, sono per lui materia che attende di ricevere un alito di vita, di essere tramutata: sono parte di “uno spazio che si agita aritmicamente come una musica”.

Una estetica che non ha nulla a che fare con gli schemi collaudati, che non rispondono a regole fisse, ma le rifiuta per dare via libera all’autogenerazione e al rinnovamento costante.

Una prassi ben visibile nelle sculture collocate nell’ampio giardino, dove Animale fantastico, Maschera e Testa di Menelao, sono cariche di valori simbolici e poetici, conservano una propria identità e sono una straordinaria eredità culturale e materiale di Dalisi.

Info mostra Un’esca a catenelle | Riccardo Dalisi

  • fino al 27 luglio 2024.
  • Andrea Nuovo Home Gallery, in via Monte di Dio 61, a Napoli
  • info@andreanuovo.com – 081 1863 8995
immagine per Luca Del Core
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Luca Del Core, vive e lavora a Napoli. E' laureato in "Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali" presso l'Università degli Studi "Federico II" di Napoli. Giornalista freelance, ha scritto per alcune riviste di settore, per alcune delle quali è ancora redattore, e attualmente collabora con art a part of cult(ure). La predisposizione ai viaggi, lo porta alla ricerca e alla esplorazione delle più importanti istituzioni culturali nazionali ed internazionali, pubbliche e private.

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