Nicola Samorì alla fondazione Made in Cloister – Black Square

Nicola Samorì (Forlì, 1977) è uno dei più interessanti artisti italiani contemporanei.

Diplomato all’Accademia di Bologna è noto per il suo approccio all’arte basato sull’azione del tempo sulle opere, sull’integrazione fra presente e passato, e sul rapporto a tratti tormentato con la materia artistica. Ogni sua scultura o pittura è la sintesi di un processo introspettivo che si tramuta in forma.

Conosciuto per i suoi dipinti che rimandano allo stile Barocco del Seicento, in particolare a Jusepe de Ribera, egli li trasforma e li reinterpreta, restituendo una visione completamente nuova e di grande impatto. Innumerevoli sono le sue partecipazioni ed esposizioni in ambito nazionale ed internazionale, tra cui: due Biennali di Venezia, la mostra Arte italiana 1968-2007. Pittura al Palazzo Reale di Milano, le personali al MAC di Lissone, alla Kunsthalle di Kiel, al Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro, al Yu-Hsiu Museum of Art di Caotun Township, alla Galerie EIGEN+ART di Leipzig, fino ad approdare nelle sale del MANN, Museo Archeologico Nazionale e del chiostro cinquecentesco di Santa Caterina a Formiello della Fondazione Made in Cloister, entrambi a Napoli.

Proprio in questa ultima location, negli spazi aperti del complesso religioso, è in corso la sua mostra dal titolo Black Square curata da Demetrio Paparoni, fino al 30 aprile 2020.

Il Vesuvio, il magma, i lapilli e la stratificazione temporale del tessuto urbano della città partenopea diventano fonte di ispirazione per un allestimento site specific, in cui l’artista riesce ad esprimerne tutta l’essenza attraverso un rapporto simbiotico fra natura e individuo. Come afferma Samorì: ”Tutti i lavori in mostra parlano della trasformazione della materia, rivelano il potenziale della decadenza e l’energia primigenia della creazione, della degenerazione e della rigenerazione”.

Al centro del chiostro è collocata una scultura di cinque metri di altezza, Drummer. E’ una struttura monumentale come gli obelischi napoletani, realizzata dalla aggregazione di diversi materiali. Nella parte bassa, che termina con un treppiede, si riconoscono le forme di un candelabro barocco. Su questa base ornamentale affonda i piedi un colosso ispirato a un piccolo avorio intagliato dallo scultore tedesco Joachim Henne nel 1670/80, la Morte come batterista, una figura scheletrica con il corpo simile a una clessidra, ricoperta da lapilli vulcanici.

Con questa scultura l’artista non vuole ricostruire la Storia dell’Arte, il suo obiettivo è di percepire la stanchezza delle opere, dando una nuova identità e rigenerazione ai manufatti artistici. Samorì sostituisce l’icona classica del condottiero o del patriota con quella della musica contemporanea, il batterista. La forma a clessidra è una metafora del tempo che scorre inesorabile, è una lenta dissoluzione della materia che necessita della distruzione per ritrovare la vita.

Alla base della statua si allarga un vasto quadrato nero formato da lapilli che ripete il perimetro della galleria borbonica lignea presente all’interno del chiostro. Su questo lembo di spiaggia scura sono disseminate migliaia di teste in gres. Calpestare questo pavimento rimanda al paesaggio vulcanico intorno al Vesuvio e le singole “capuzzelle”, invece, rievocano alcune sculture presenti al MANN, Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

A poca distanza dal tappeto vulcanico, la testa recisa di San Gennaro realizzata in onice traslucido messicano è caratterizzata dalla presenza di sangue secco, in contrapposizione al fenomeno della liquefazione del sangue del santo, dove si assiste al passaggio dallo stato solido a quello liquido. Il legame fra il martire e il Vesuvio risale all’eruzione del 1631, quando la lava lambì la città arrestandosi a Porta Capuana (a due passi dall’attuale Fondazione Made in Cloister), al cospetto del santo che venne portato in processione.

Sulla parete di fondo del complesso religioso ci sono due dipinti realizzati a olio e zolfo sul rame, e rappresentano due santi: San Paolo Eremita di Jusepe de Ribera e San Bartolomeo scorticato di Luca Giordano. Le pitture sono incastonate nelle finestre cieche di una delle pareti del chiostro, e come occhi lacrimano pigmento, lunghi filamenti di pittura a olio staccati dal supporto in rame e lasciati scivolare a terra.

Samorì interviene sulla tela sollevando uno strato di vernice come se fosse una pelle umana. I suoi quadri sono copie reali dal destino sconvolto. Con una serie di interventi violenti fora e gratta la superficie attraverso un gesto veloce, rigenera le opere dei grandi maestri partendo dalle immagini del passato per arrivare all’espressione del tormento con un linguaggio contemporaneo.

Su un altro lato del monastero sono collocati sei affreschi che si ispirano ad una statua di Marsia appeso ad un albero conservato nei Musei Capitolini di Roma. Qui sottopone a sei strappi consecutivi l’opera. E’ una scarnificazione che consente di entrare nella profondità dell’intonaco e nel corpo dell’immagine.

Infine, una sequenza di piccoli dipinti su onice completano il percorso espositivo, oli che accerchiano le ferite coincidenti con i geodi delle pietre, cavità spontanee che diventano, in una trasposizione dalla natura al corpo umano, il collo reciso di San Gennaro, la piaga sul costato di Cristo o le ferite lasciate dalle frecce sul torso di San Sebastiano. E’ una iconografia ripresa per raccontare la storia della città di Napoli in bilico fra la vita e la morte, fra il mistero e l’esoterico.

Questa creatività incessante si sposta e dalla Fondazione Made in Cloister passa anche nel magico scenario della collezione Villa dei Papiri al MANN, Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Sette sculture dialogano con i reperti della cultura greco-romana, in un percorso che va dall’antico al contemporaneo. Sono opere che sembrano liquefarsi o scavarsi dall’interno, quasi cercando la smaterializzazione della materia e della forma stessa. Dissoluzione, scarnificazione e decadenza, su questi termini Samorì ha realizzato questi busti, una continua ricerca che dalla tragicità della morte ritorna alla vita.

Info mostre

  • Nicola Samorì | Black Square  
  • a cura di  Demetrio Paparoni.
  • 18 gennaio 2020 – 30 aprile 2020
  • Fondazione Made in Cloister, Piazza Enrico de Nicola 48, Napoli
  • Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Piazza Museo 19, Napoli
  • www.nicolasamori.com

 

Luca Del Core

Luca Del Core

Luca Del Core, vive e lavora a Napoli. E' laureato in "Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali" presso l'Università degli Studi "Federico II" di Napoli. Giornalista freelance, ha scritto per alcune riviste di settore, per alcune delle quali è ancora redattore, e attualmente collabora con art a part of cult(ure). La predisposizione ai viaggi, lo porta alla ricerca e alla esplorazione delle più importanti istituzioni culturali nazionali ed internazionali, pubbliche e private.

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