David LaChapelle. Tra surreali visioni, ironia, colori sgargianti, esagerazioni e immaginazione potente

David LaChapelle a partire dagli anni Ottanta, si allontana dal mondo dei rotocalchi e della pubblicità per avvicinarsi all’arte. La mostra di questo grande artista americano che si esprime con la Fotografia, nato a Fairfield nel 1963, che ebbe da Andy Warhol il suo primo incarico professionale fotografico per la rivista “Interview magazine”, è allestita nelle sale della Galleria Mucciaccia di Roma (una seconda mostra dell’autore, diversa, è alla Venaria Reale di Torino quasi in contemporanea).

Di forte impatto visivo sono le sue opere, atmosfere hawaiane, paesaggi inaspettati, figure mitologiche e suggestioni oniriche coprono le pareti bianche della galleria, un percorso espositivo che procede a ritroso nel tempo.

Ad accogliere i fruitori sono gli ultimi lavori, New World, Lost and Found e Behold, realizzate nel 2017, nell’incontaminata foresta pluviale delle Hawaii, dense di misticismo e spiritualità. Un luogo immerso nella natura, lontano dal mondo della tecnologia e della società moderna, ideale come fonte di ispirazione.

Della stessa cifra stilistica sono le immagini realizzate a Los Angeles, come i due lavori della serie Aristocracy del 2014, in cui aerei di lusso privati si perdono nelle nuvole colorate, e della monumentale Showtime at the Apocalypse del 2013, in cui emerge una commistione fra sacro e profano, dove il linguaggio visivo ha la stessa potenza della parola scritta. Chiude questa raccolta il ritratto di Natale della famiglia Kardashian.

La serie Landscape e i floreali Earth Laughs, rappresentano, invece, la visione del futuro dell’artista, quando la natura si impossesserà nuovamente della terra. Un esempio è Gas Shell del 2012: una stazione di servizio simboleggia il progresso tecnologico che, sommersa da alberi e piante, perde la sua originaria funzione, divenendo un prodotto di archeologia industriale, antico e obsoleto.

Rape of Africa del 2009 è un’opera provocatoria e si scaglia contro la violenza nel continente africano, oltre a dare il titolo all’omonimo progetto presentato nel 2008. Questa fotografia trae spunto da una riflessione dell’artista su un articolo della rivista National Geographic sul commercio dell’oro.

Nella realizzazione della composizione attinge al dipinto Venere e Marte del Botticelli alla National Gallery di Londra. Marte, dio della guerra, dorme su tutto il suo bottino, mentre Venere, dea dell’amore, sembra insoddisfatta.

E’ un modo per ribadire che le tematiche del passato si ricollegano al presente e sono sempre di attualità. Avidità e guerra contro amore e bellezza. LaChapelle riprende diversi elementi dal dipinto “botticelliano” e li rielabora.

I satiri sono diventati bambini soldati, il vestito della divinità ridotto in brandelli allude allo stupro e c’è una mina visibile oltre il buco sullo sfondo.

E’ una riflessione sulle miniere d’oro in Africa, sulle precarie condizioni dei lavoratori e dei danni che provocano le esplosioni delle mine nell’ambiente.

La Venere rappresenta l’Africa e Naomi Campbell ne è l’identità fisica, a differenza di Botticelli che si ispirò a Simonetta Vespucci, un’aristocratica famosa per la sua bellezza. E’ una eloquente critica al consumismo, a una società globale alimentata dalla voglia di potere.

Quest’opera è stata realizzata subito dopo il crollo finanziario, quando è stato consigliato ai risparmiatori di investire il proprio denaro in beni rifugio. L’ironia è che acquistando oro, si innesca un meccanismo perverso: genera devastazione, cambiamenti climatici e distruzione dell’Africa.

Il 2007 è l’anno della svolta e LaChapelle realizza la serie The deluge e After the deluge, ispirandosi alla Cappella Sistina a Roma. Una rivisitazione contemporanea del Diluvio Universale di Michelangelo Buonarroti, in cui si evidenzia la disfatta dell’umanità a causa dell’avidità.

In questo caso l’artista lascia un briciolo di speranza, i personaggi si spingono a vicenda verso la salvezza, con forza e solidarietà. Il riferimento al capolavoro michelangiolesco si mescola a quello dei marchi della società dei consumi, generando una visione apocalittica, dove oggetti, opere d’arte e persone appaiono sommerse dall’acqua, visibili nelle istantanee Cathedral, Statue e Awakened.

Concludono il percorso espositivo le fotografie realizzate tra il 1984 e il 2009 che riprendono il mondo dello spettacolo e delle celebrità di Hollywood.

Come afferma l’artista:

“I cellulari con fotocamera e i media digitali hanno reso le persone più coscienti delle loro inquadrature e di come appaiono. Una volta era necessario aspettare che una foto venisse sviluppata per potersi vedere. Oggi, invece, la velocità delle cose cambia l’esperienza”.

Tra le varie star riprodotte sono da segnalare i tre ritratti di Michael Jackson che ne celebrano la beatificazione mediatica. In American Jesus, il cantante è immortalato in una moderna Pietà di Michelangelo, dove è la figura di Gesù Cristo a reggere il suo corpo.

LaChapelle ribalta il punto di vista dando la possibilità all’osservatore di proporre diverse interpretazioni: la prima pone Michael Jackson come un “martire” da parte dei suoi fedelissimi per lo scandalo degli abusi sessuali e per le cronache giudiziarie, a tal punto da sostituire la figura di Gesù Cristo. La seconda, invece, pone la star come una “divinità” dall’innegabile successo mondiale, in una trasposizione da icona pop a religiosa.

Si susseguono nella mostra le altre immagini hollywoodiane di Faye Dunaway in Day of the Locust del 1996, Dynamic Nude del 2001 e l’unica fotografia in bianco e nero scattata a New York: Good News for Modern Man del 1984. Quest’ultima è una istantanea di impostazione classicheggiante, un nudo artistico che rievoca la statuaria del Seicento di Gian Lorenzo Bernini.

Molto interessante è l’opera, Seismic Shift, in cui si riproduce il crollo dell’arte contemporanea. La scena è ambientata nella Paul Kasmin Gallery, ritratta dopo una fortissima scossa di terremoto.

Le principali opere degli artisti contemporanei giacciono accatastate e distrutte in un metro d’acqua. Sono milioni di dollari andati in fumo in pochissimi minuti.

Tra frammenti di vetro, pezzi di intonaco e i segni dell’umidità che hanno logorato le tele alle pareti, si individuano immediatamente lo squalo di Damien Hirst, il Balloon Dog di Jeff Koons e il Tongari-Kun di Takashi Murakami, oltre a opere di Andy Warhol, Barbara Kruger e Andreas Gursky. LaChapelle gioca con queste opere altrui, elementi in uno spazio definito, al fine di stupire l’occhio dello spettatore con continui eccessi figurativi.

Info mostra

Luca Del Core

Luca Del Core

Luca Del Core, vive e lavora a Napoli. E' laureato in "Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali" presso l'Università degli Studi "Federico II" di Napoli. Giornalista freelance, ha scritto per alcune riviste di settore, per alcune delle quali è ancora redattore, e attualmente collabora con art a part of cult(ure). La predisposizione ai viaggi, lo porta alla ricerca e alla esplorazione delle più importanti istituzioni culturali nazionali ed internazionali, pubbliche e private.

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