Gusto, bello, brutto, percezione, mimesi, forma, tecnica, immaginazione, spazio e tempo: sono tutti termini che rientrano nella Storia dell’Arte e su cui si basa l’estetica contemporanea, un campo dinamico e interdisciplinare che esplora il modo in cui le esperienze si intersecano con la vita quotidiana e con le tecnologie moderne. Essa si impegna a esplorare questi temi attraverso vari prismi teorici e metodologici, arricchendo la nostra comprensione dell’arte, della cultura e della società in un’era globalizzata.
Che il potere delle immagini sia cresciuto a dismisura è sotto gli occhi di tutti. Con l’avvento dei nuovi media, la loro produzione è cresciuta vertiginosamente. Inoltre, la loro circolazione è così pervasiva da scandire ogni momento della nostra vita.
Interessante per il suo contenuto, il saggio dal titolo Come vedere il mondo, di Nicholas Mirzoeff, docente di Media, Culture and Communication alla New York University, che ne fa un compendio di teoria dell’immagine, con uno spostamento o allargamento di prospettiva dalla cultura visuale all’attivismo visuale come forma di conoscenza e cambiamento del mondo.
Su questa scia, anche il settore dell’arte ha focalizzato la propria attenzione sulla percezione e sulla fruizione delle immagini e, in particolar modo, sul manufatto artistico.
In tal senso, è notevole la riflessione estetica della società contemporanea attraverso la produzione artistica di Michele Chiossi (1970, Italia), artefice di una proficua indagine dall’approccio multidisciplinare.
Artista polivalente, da diversi anni concentra la sua ricerca in particolare sulla materia e sullo spazio partendo dalle tecniche ed elaborazioni tradizionali come marmo, alluminio, bronzo, argento, oro e acciaio, e con sostanze d’origine più moderna come resine, gomme uretaniche e silicone, ma anche con la luce (dal neon ai LED).
Segno distintivo ed anche seminale all’interno della sua creatività è il tratto a zig-zag, con il quale ha realizzato una nuova struttura semantica e plastica.
Nella sua opera, il carattere del soggetto non viene definito da un contesto culturale inalterato, ma da una versione dinamica, rielaborata, filtrata e dissezionata.
Una trasposizione concreta delle sue idee è visibile nella mostra personale dal titolo Prolegomeni, allestita nelle sale della Andrea Nuovo Home Gallery a Napoli, fino al 17 maggio 2025.
Un percorso espositivo dalla connotazione propedeutica, che già nel titolo evoca un’introduzione, un’apertura a un discorso più ampio: un preludio che segna l’avvio di una ricerca artistica ancora in divenire.
Sono 17 le opere in mostra, che vanno dalla scultura in alluminio, leggera, mobile, delicata, con superfici specchianti e lucide, ma dai contorni taglienti, ai lavori massicci realizzati in terracotta, marmo, acciaio e legno, fino alle installazioni video. Qui, miti e certezze della società odierna, frenetica, superficiale e individualista, sono messi in discussione, rielaborati in una chiave del tutto nuova, attraverso un linguaggio attento e incisivo.
In questo senso, la mostra di Chiossi apre una finestra su due versanti paralleli: da una parte, una riflessione di carattere sintetico (da ciò che si vuole conoscere a ciò che è noto), cercando di creare una spaccatura all’interno di un sistema che “si crede” basato sulla ragione; dall’altra, l’incontro tra ironia, desacralizzazione iconografica e ricerca estetica, attraverso le quali l’artista stabilisce un ponte con una realtà che nasce dalle spoglie di un mondo (pseudo) perfetto, stereotipi, convenzioni e social media, ricomponendo e riportando al pubblico modelli irriverenti, trasgressivi e ludici.
Ad accogliere i visitatori al piano terra della galleria d’arte è la scultura Capogiro, un teschio rotante in alluminio, sospeso a mezza altezza e sorretto da due elastici posti alle estremità.
Osservando l’opera sembra di essere di fronte ad una immagine nostalgica della Pixel Art degli anni Ottanta, dove i singoli pixel che componevano l’immagine, erano realizzati mediante un programma di grafica raster.

Se da un punto di vista estetico, il teschio rievoca la scultura For the Love of God, di Damien Hirst (1965), o i teschi in corallo rosso, realizzati da Jan Fabre (1958), entrambi accomunati dalla stessa visione, dal contrasto tra bellezza e morte, tra desiderio ed opulenza, e che si sintetizza nella caducità della vita, in Chiossi emerge una componente dissacrante e al tempo stesso austera dell’esistenza.
L’aspetto ludico è visibile nell’immagine “pixellata” della sua opera, molto simile a quella dei videogames del secolo scorso; la componente seriosa, invece, si manifesta attraverso la possibilità di girare il teschio nello spazio, di renderlo dinamico e di poterlo osservare da qualsiasi angolazione, ricordando in questo modo agli osservatori che non si può sfuggire al proprio destino.
Leon Battista Alberti (1404-1472), nel suo trattato De pictura, del 1435, raccomandò notoriamente che un dipinto doveva essere concepito come una finestra aperta attraverso la quale il suo soggetto, la historia, poteva essere visto.
Dipingere una tenda significava interporre qualcosa tra lo spettatore e la historia, e non era parte integrante del quadro. Era un invito ad esaminare il protagonista della scena spesso coprendone una parte, e ciò si rifletteva sulle pretese e sui limiti del realismo e della rappresentazione. Una tenda non doveva essere guardata: l’istinto dello spettatore era di capire cosa ci fosse sotto.
Irriverenti e dissacranti sono i tre curtain paintings, o quadri-tenda, di Chiossi, disseminati lungo il percorso della mostra. Nelle sue opere, la tenda non funge da integrazione, ma è la superficie su cui lavorare.
L’oggetto di uso casalingo perde la sua funzione tradizionale per assumere un nuovo significato.
Curtain painting (San Michelissimo), si presenta come un’opera tra scultura e pittura. La figura di San Michele, digitalmente sgranata e realizzata con l’inchiostro, si mostra in una versione nuova.
La simbiosi santo/tenda desacralizza la figura religiosa, umanizzandola. Inoltre, lo spazio che intercorre fra le bande verticali proietta l’osservatore oltre la composizione stessa. Identici sono gli altri due lavori Curtain painting (Grateful White), entrambi caratterizzati da una serie di elementi decorativi che rievocano i cancelli di ingresso delle chiese di Napoli: una trasposizione visiva che proietta queste grate da un luogo sacro a quello domestico, dove conservano la natura simbolica di “protezione”.
Al piano terra della galleria risaltano per eleganza e delicatezza i due lavori dal titolo Peace Floating e Lily Nike. Qui, l’artista gioca con la percezione visiva e sensoriale dei fruitori. Apparentemente leggeri, entrambi sono realizzati in acciaio e vernici da carrozzeria. Essi sono legati al miracolo di Santa Zita, patrona della città di Lucca, luogo nativo dell’artista, e riproducono nella parte bassa, un fiore il giglio, simbolo di saggezza e di sincerità, e un ramo d’olivo che attesta la fine del castigo e la riconciliazione di Dio con gli uomini.

Da una analisi meno spirituale e più fantascientifica, si notano nella parte alta della composizione due serpenti e una farfalla. Il risultato è una composizione ibrida che ricorda l’Endosimbionti, (dal greco: ἔνδον = dentro; συν = insieme; βιος = vita): una particolare forma di simbiosi nella quale un organismo (di solito unicellulare) vive all’interno di un altro, con le caratteristiche di mutuo beneficio. Se da un punto di vista estetico, le forme e la gamma cromatica aggradano i sensi, dall’altro, l’ibridazione flora/fauna genera un senso di spaesamento per la formazione di una nuova specie, più vicina ad una visione onirica che alla realtà.
A chiusura della prima parte della mostra è Europe, una scultura sospesa in acciaio che richiama gli antichi patti e firme poste sui trattati e sui documenti giuridici. L’artista attinge dalla griglia della carta a quadretti che Alighiero Boetti (1940-1994) utilizzava come base per i suoi arazzi.
Il motivo a zig zag diventa uno svolazzo calligrafico. È un messaggio per l’Europa attuale, un invito, un sigillo all’unione in un contesto segnato da conflitti e instabilità, ma al tempo stesso, la mancanza di linearità nella forma, sempre più frastagliata, indica le difficoltà e i pregiudizi ideologici nel trovare un accordo fra i vari Stati europei.
Al piano superiore del percorso espositivo ad attirare l’attenzione è la scultura Masino, composta da legno, terracotta, marmo, ottone, foulard e fusione in argento. Visivamente rimanda ad una delle opere surrealiste di Salvador Dalì (1904-1989). In realtà, questa composizione ibrida si presenta misteriosa ed enigmatica: sembra di dover risolvere un vero e proprio rebus. La base di marmo, di una antica colonna, rievoca le “fondamenta” della cultura occidentale, la Grecia, su cui poggia un fusto d’albero, in riferimento alla natura da salvaguardare.
A questi due riferimenti “nobili”, Michele Chiossi, pian piano, proietta la sua attenzione verso una direzione più “materiale” della società, e lo fa attraverso due elementi: su un lato del tronco vi è un foulard Vivien Westwood, in riferimento al mondo della moda, dell’estetica e del consumismo; sull’altro, una forma bulbare semi-conica, un glande, rappresenta la sessualizzazione, cioè l’attribuzione del valore sessuale nella società, amplificata dal facile accesso attraverso i media e ad internet.
Disseminati lungo il tronco, una serie di pianeti ci ricordano che siamo l’unico mondo nel sistema solare con una forma di vita “intelligente”. Nella parte alta dell’opera, una candela accesa svetta tra diversi frammenti di ceramica, assume il valore di speranza, di una possibilità di elevazione dell’animo umano.
Accanto a Masino, è collocata La Nascita di Venere, un omaggio diretto all’iconografia di Sandro Botticelli (1445-1510). Realizzato in marmo bianco statuario e alluminio, il guscio contiene una perla di riso che sostituisce Venere, in omaggio al cibo orientale, dedicato alle divinità spirituali. La conchiglia d’argento è considerata un simbolo di pellegrinaggio a Santiago de Compostela, in Spagna, ed è usato come passepartout durante il viaggio.
Sulla parete bianca, in prossimità della scala, spicca in marmo nero Marquina e acciaio, la frase Save the Fate Tattoo. È un motto propiziatorio, realizzato in un cartiglio volante a zig zag. Come la nuvoletta o balloon è il segno grafico convenzionalmente usato nei fumetti o nelle vignette per contenere i testi pronunciati o pensati da un personaggio, così Chiossi fissa nello spazio e nella realtà uno slogan di vita che sprona l’interlocutore a prendere consapevolezza del proprio destino.

Nell’ultima sala, si erge su un piedistallo Zita, altro omaggio alla Santa, a cui la popolazione lucchese è devota sin dal 1200 circa. La sua santificazione è legata al miracolo della trasformazione del pane per i poveri in fiori.
L’artista rappresenta in formato scultoreo, con una fusione in ottone, la torta di erbi, o torta coi becchi, un dolce che viene annualmente preparato il giorno della ricorrenza della Patrona, il 27 aprile. L’opera, come una corona dorata cinta da nastri che la guarniscono, sembra quasi liberarsi in aria congiungendo la terra con il cielo.
Theory of Colors è l’installazione video incentrata sul rapporto tra arte, religione e consumismo. Il titolo dell’opera rimanda al saggio di Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832), e nella concretezza mostra la Pietà, di Michelangelo Buonarroti (1475-1564), di colore giallo, che si scioglie lentamente, perdendo la sua consistenza e il suo significato religioso.
Michele Chiossi realizza la scultura sotto forma di gelato, utilizzando un bene di consumo di massa per riflettere su temi molto importanti, affrontandoli in maniera anche ludica: da una parte la dissacrazione di una icona religiosa, del suo valore e della sua dissoluzione; dall’altro, la perdita di spiritualità e di una moralità per il conseguimento di beni materiali e fugaci.
Questa decadenza strutturale presenta delle analogie con l’opera dal titolo Melting Men, dell’artista brasiliana Néle Azevedo (1950), omini di ghiaccio dell’altezza di 20 cm circa, seduti in posizione quasi contemplativa, sugli scalini dei monumenti o delle piazze principali delle città, meditano sull’inesorabilità del tempo, sull’effimera esistenza, sulla scellerata logica del profitto e sulla dissipazione di una memoria collettiva.
Diversi materiali, tra cui marmo, poliestere stickerizzato, smalti, spray e acciaio verniciato, compongono MC Tian White, dedicato alla natura esotica indiana.
Esso raffigura pappagalli, fiori selvatici paradisiaci e uccelli celesti. Il peso e lo spessore del marmo è “alleggerito” dalla delicatezza della flora e della fauna che non si mostrano in maniera nitida, ma sgranata, una “barriera” che funge da interposizione fra lo spettatore e l’accesso al Paradiso.
Michele Chiossi, recuperando le fonti della praxis tradizionale ed incrociandole con i linguaggi contemporanei propone di ritrovare una autenticità dei valori universali, che si sono persi e sono sapientemente descritti nel libro Modernità liquida, del filosofo Zygmunt Bauman (1925-2017), dove tutto ruota intorno al concetto di liquidità, metafora che indica lo sciogliersi delle strutture sociali e la fine dell’esistenza umana, intesa come progetto unitario con valori e obiettivi definiti.
Info mostra Michele Chiossi | Prolegomeni
- fino al 17 maggio 2025
- Andrea Nuovo Home Gallery, in via Monte di Dio 61, Napoli
- contatti: tel. 081 1863 8995 – info@andreanuovo.com
- andreanuovo.com
Luca Del Core, vive e lavora a Napoli. E' laureato in "Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali" presso l'Università degli Studi "Federico II" di Napoli. Giornalista freelance, ha scritto per alcune riviste di settore, per alcune delle quali è ancora redattore, e attualmente collabora con art a part of cult(ure). La predisposizione ai viaggi, lo porta alla ricerca e alla esplorazione delle più importanti istituzioni culturali nazionali ed internazionali, pubbliche e private.
















