Robert Mapplethorpe. Coreografie per una mostra, a Napoli

Coreografie per una mostra è il titolo della retrospettiva, con oltre 160 opere, dedicata a uno dei maestri della fotografia del XX secolo, a Robert Mapplethorpe, allestita nelle sale del Madre, Museo di Arte Contemporanea Donna Regina, a Napoli, fino all’ 8 aprile 2019.

L’artista newyorkese è stato l’interprete delle istanze culturali più radicali, rappresentando l’estetica e le sensibilità delle contro-culture underground  e contribuendo alla progressiva affermazione del linguaggio fotografico come forma di espressione artistica contemporanea.

Una serie di interventi performativi site specific sono stati realizzati nel museo in sinergia con i grandi coreografi internazionali. Alla presentazione, Olivier Dubois, Direttore delle Compagnie Olivier Dubois ed ex Direttore del Ballet du Nord, è stato l’autore della coreografia dal titolo In Dialogue with Bob, e riproposta il giorno seguente.

Una performance che, insieme alle altre, ha ripreso i principali motivi delle opere del fotografo americano: dal richiamo ai canoni dell’arte neoclassica all’affievolimento delle differenze fra generi e identità sessuali; dal contrasto bianco-nero alla fragilità del confine fra dolore e piacere; fino al seducente glamour della New York degli anni Settanta e Ottanta. Una contaminazione e una serie di evocazioni che raccontano e includono anche la città di Napoli, in perenne oscillazione fra la vita e la morte.

Questa coreografia espositiva si articola suddividendo la mostra in tre sezioni, fra loro connesse. Si è sviluppata all’interno della mostra, un rapporto fra l’azione del fotografare in studio e il ”teatro-museo”, ascrivibile all’equazione: autore/soggetto/spettatore e performer/coreografo/pubblico.

All’inizio del percorso espositivo, emerge l’impostazione teatrale delle singole sale. I fruitori sono accolti dalle immagini di Patti Smith, che definì Robert Mapplethorpe, “il ragazzo che amava Michelangelo”, dall’attore Arnold Schwarzenegger, dai modelli Derrick Kross e Ken Moody, e dalla body-builder Lydia Cheng.

Una prima comparazione fra antico e moderno, fra scultura e fotografia, avviene con le istantanee Ken and Lydia and Tyler del 1985 e le statue in marmo, il Torso del Diadoumenos, il Torso di Atleta tipo Amelung e il Torso di Afrodite, del I e II secolo d.C.. Sono testimonianze dell’interesse che Mapplethorpe aveva per la storia dell’arte, per la cultura classica, rinascimentale e neoclassica.

Nella sala successiva si susseguono fotografie cariche di tensione, l’obiettivo è di abbattere le differenze, a partire da quelle di genere.

Corpi e volti coperti da garze diventano modelli di una sessualità estesa, che incorpora sia il principio maschile, sia quello femminile, chiaramente visibili nella serie White Gaize che si ispira al dipinto di René Magritte, Gli amanti.

Scatti di mani e piedi, torsi, muscoli pettorali e addominali, tendini e arti distesi, sono elementi di perfezione fisica, visibili nella serie di ritratti del coreografo americano Bill T. Jones, del 1985, intrise di estetica classica  e messi in correlazione con lo Studio di piedi, del 1570 di Bartolomeo Passerotti, con i tre bronzi Mercurio ,del 1578, di Giambologna, con l’ Ercole Farnese, della fine del XVI secolo di scuola toscana e la Venere, di Niccolò di Roccatagliata, dell’inizio del XVII secolo.

Simmetrie, proporzione e armonie nelle forme, che siano di un corpo umano, di un animale, di un fiore, di una pianta o di una conchiglia, sono le foto che caratterizzano la sala successiva. E’ una indagine rigorosa che trae origine dal rapporto di Mapplethorpe con la chiesa cattolica, ma che di pudore religioso non hanno nulla.

Emerge una riflessione per i temi della vita e della morte, del peccato, della devozione, della penitenza e della trasfigurazione della carne. Immagini pagane, sensuali ed erotiche abbattono le convenzioni sociali e morali.

Cock and Devil, del 1982, è messa a confronto con il Tintinnabulum a guscio di lumaca e fallo alato, proveniente dal Museo Archeologico di Napoli. In questa dicotomia, emerge un parallelismo anche con la cultura partenopea. E’ il caso delle “capuzzelle”, strettamente correlate alle istantanee  Skull and Crossbones, del 1983.

Nella parte centrale della mostra, si giunge al palcoscenico, dove un’ideale platea osserva le foto del jet set internazionale degli anni Settanta e Ottanta: da Laurie Anderson a Susan Sontag, da Andy Warhol a Francesco Clemente, da Louise Bourgeois a Leo Castelli, fino ad arrivare al gallerista Lucio Amelio. Ed è proprio con quest’ultimo che l’artista statunitense realizzò opere napoletane, presenti nella collezione Terrae Motus.

Dietro le quinte di questo teatro, ci sono i camerini, allestita come una (Un)Dressing Room, una sala in cui gli artisti si preparano per la performance.

Tre fotografie a soggetto floreale, Flower, 1983, Flower with Knife, 1985, e Calla Lily, 1986, dialogano con le tre immagini che raffigurano dettagli anatomici coperti di calze a rete, Milton Moore, 1981, Leg, 1983, e Legs/Melody, 1987. Una suggestione teatrale resa ancora più eloquente e quasi voyeuristica in Philip Prioleau,1982, in cui si vede il modello che si sporge sullo stage dello studio fotografico scostando una tenda bianca.

Non poteva mancare l’incontro con il protagonista della mostra, con i numerosi ritratti di Robert Mapplethorpe, immortalato in diverse pose.

Sono immagini che introducono a Portfolio X, una serie di scatti erotici e a tema BDSM, realizzati nel 1978. Nelle parole dell’artista:

Cerco di registrare il periodo e il luogo in cui vivo, che si dà il caso sia New York. Provo a raccogliere tutta questa follia e a dargli un ordine”.

L’ordine è quello dettato, come sempre, dai canoni classici, rinascimentali e neoclassici. Immagini, in cui emerge una libido che permeava durante le sessioni di posa nello studio con i suoi modelli e sfociava in una sessualità esplicita e provocante. In Dominick and Elliot, 1979, si coglie un rimando alle opere pittoriche che rappresentano il mito di Apollo e Marsia, di maestri come Tiziano Vecellio, Jusepe de Ribera e Luca Giordano.

Una violenza e un erotismo analoga al dipinto Caino e Abele, del 1612-14, di Lionello Spada. Un concetto ribadito anche nelle sue affermazioni: “Volevo che il pubblico capisse che persino quegli eccessi potevano costituire arte…Si tratta di piacere, anche se sembra doloroso”. 

Ordine ed anarchia, proporzioni, armonia e scardinamento delle convenzioni sociali e accostamenti dissacranti. La ricerca di Mapplethorpe trae spunto dalla storia e dal mondo che lo circonda.

L’ultima parte della mostra si chiude nel confronto tra gli opposti. Le immagini di Lisa Lyon sintetizzano nella perfezione atletica del suo fisico, i principi maschili e femminili, fino al punto che diventa impossibile distinguerli, una ambiguità messa in correlazione con la statua marmorea l’Ermafrodito , proveniente dagli scavi di Pompei, del I secolo d.C..

I contrasti dei colori bianco e nero sono evidenti nelle istantanee in Thomas and Dovanna, 1986, mentre un sottile  fil rouge lega la serie Thomas, 1987, alla cultura classica. Le pose del modello e la composizione dell’immagine rievocano la perfezione dell’homo vitruvianus leonardesco, o della serie Ajitto, messe in relazione con la scultura il Pescatoriello, 1876, e Studio di nudo maschile, dello scultore napoletano Vincenzo Gemito.

Una ultima comparazione è con il fotografo tedesco Wilhelm Von Gloeden che realizzò una serie di scatti di giovani napoletani e capresi in pose scultoree. Mapplethorpe scoprì queste cartoline illustrate e divennero una proficua fonte di ispirazione. Successivamente immortalò in pose sinuose il danzatore Gregory Hines, 1985, Michael Reed, 1987, e Carlton, 1987.

Info mostra

  • Robert Mapplethorpe | Coreografie per una mostra
  • fino all’ 8 aprile 2019
  • Madre, Museo di Arte Contemporanea Donna Regina
  • via Luigi Settembrini 79 a Napoli
  • ufficiostampa@madrenapoli.it
Luca Del Core

Luca Del Core

Luca Del Core, vive e lavora a Napoli. E' laureato in "Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali" presso l'Università degli Studi "Federico II" di Napoli. Giornalista freelance, ha scritto per alcune riviste di settore, per alcune delle quali è ancora redattore, e attualmente collabora con art a part of cult(ure). La predisposizione ai viaggi, lo porta alla ricerca e alla esplorazione delle più importanti istituzioni culturali nazionali ed internazionali, pubbliche e private.

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  • Complimenti per l’articolo! Scritto didaticamente, illustrando il percorso della mostra con il suo contenuto ed il profilo dell’artista con obiettività e chiarezza. Conciso, preciso e piacevole alla lettura.