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Leonardo da Vinci. Il Codice Atlantico a Napoli

di Luca Del Core

Leonardo da Vinci (1452-1519) torna a Napoli, nel Chiostro maiolicato di Santa Chiara, con alcuni dei suoi più preziosi disegni: i fogli del Codice Atlantico, il più vasto e affascinante corpus di scritti e disegni conservati fino ad oggi nella Pinacoteca Ambrosiana di Milano.

Dopo tanti anni dalla celebre mostra al Museo di Capodimonte su Leonardo e il “leonardismo” a Napoli e a Roma nel 1982-1983 e, dopo la mostra sul Salvator Mundi, allestita nel Complesso Monumentale Donnaregina-Museo Diocesano nel 2017, sei schizzi sono esposti a rotazione (3 fogli da dicembre a marzo e 3 da marzo a giugno), offrendo al pubblico un’occasione per approfondire il pensiero del genio toscano, fino al 7 giugno 2026.

immagine per Leonardo da Vinci. Il Codice Atlantico a Napoli - Monastero di Santa Chiara
Leonardo da Vinci. Il Codice Atlantico a Napoli – Monastero di Santa Chiara

Una esposizione che si avvale della collaborazione tra il Complesso Monumentale di Santa Chiara, la Provincia Napoletana del SS. Cuore di Gesù OFM, l’azienda Arthemisia, operante nella produzione, organizzazione e allestimento di mostre d’arte e la Pinacoteca Ambrosiana di Milano, con la curatela di Monsignor Alberto Rocca, Dottore della Veneranda Biblioteca Ambrosiana e Direttore della Pinacoteca, con il contributo didattico e divulgativo di Costantino d’Orazio.

Leonardo da Vinci fu un pittore, scultore, architetto, ingegnere, scienziato ed inventore. Nato a Vinci, vicino Firenze, lavorò per le più importanti corti italiane, da Milano a Firenze e a Roma. Fu un instancabile osservatore della natura: studiò il corpo umano, il volo degli uccelli, l’acqua e le macchine, lasciando migliaia di disegni e appunti che testimoniano la sua curiosità senza confini e la sua visione straordinariamente moderna.

Tra questi, il Codice Atlantico, la sua più vasta raccolta di scritti e disegni che comprende 1.119 fogli realizzati tra il 1478 e il 1519, che spaziano dagli studi sull’anatomia ai progetti di macchine, dai disegni architettonici alle riflessioni sulla geometria, sull’idraulica e sulla natura. L’intitolazione della raccolta deriva dal grande formato dei fogli, simile a quello degli atlanti geografici.

Dopo la sua morte, i fogli passarono al suo allievo Francesco Melzi (1491-1567) che li conservò con cura, consapevole del loro valore. Tuttavia, col tempo e attraverso passaggi ereditari poco controllati, molti di essi andarono dispersi. Alla fine del Cinquecento, fu Pompeo Leoni (1531-1608), scultore milanese alla corte del re Filippo II di Spagna (1527-1598) e grande collezionista, a raccogliere parte di questi frammenti e a riordinarli formando l’attuale Codice, come lo conosciamo oggi.

Una singola pagina può mostrare una macchina tessile e, accanto, il profilo di una cascata e un calcolo di proporzioni architettoniche. Questo apparente disordine e procedere libero, ci restituisce l’essenza del suo metodo: Leonardo non divideva il sapere, ma lo attraversava. L’acqua, ad esempio, compare come tema ricorrente: la osservava, la disegnava, la descriveva come forza, come energia, come materia che modella la terra, la studiava per costruire macchine, per prevenire le inondazioni, per creare scenografie teatrali. La vedeva come chiave di comprensione dell’universo, come immagine della vita.

Allo stesso modo, il tema del volo occupò decenni della sua ricerca: studi di ali, membrane, sistemi di leve e pulegge, macchine che imitano il movimento degli uccelli. Osservava gli animali, li sezionava con lo sguardo, ne studiava il funzionamento. Il volo, per lui, non è solo conquista fisica della verticalità, ma aspirazione alla conoscenza assoluta.

Le parole scritte sui fogli scorrono al contrario, da destra verso sinistra, in quella denominata “scrittura speculare”, forse dettata dall’abitudine di scrivere con la mano sinistra. In questo modo, l’artista non avrebbe rischiato di macchiare il foglio, spalmando l’inchiostro con il palmo della mano. I disegni non sono studi accademici, ma esplorazioni: sembra voler afferrare l’essenza delle cose più che rappresentarne la forma finita. Il Codice non mostra risultati, ma processi.

Ad accogliere i visitatori nelle sale del Chiostro di Santa Chiara sono i supporti multimediali che proiettano nelle volte un cielo digitale, un videomapping che trasforma l’architettura in un grande taccuino animato: studi sul volo, macchine visionarie e dettagli delle sue opere più celebri scorrono velocemente, proiettando il visitatore in un viaggio tra intuizioni scientifiche e bellezza artistica.

 

FOGLIO 518v

Leonardo da Vinci (1452-1519)
Codice Atlantico (Codex Atlanticus), foglio 518 verso
Studi sulle superfici; testa di guerriero riferibile a un combattente della Battaglia di Anghiari
Copyright Veneranda Biblioteca Ambrosiana ©Veneranda Biblioteca Ambrosiana/ Metis e Mida Informatica/Mondadori Portfolio

Il foglio 518v del Codice Atlantico, collocato all’interno di una teca, ci introduce in uno dei territori più affascinanti del pensiero di Leonardo: quello in cui la geometria non è solo disciplina astratta, ma strumento per comprendere la materia e le forme naturali. La pagina presenta un intreccio di figure geometriche, piramidi, coni, cilindri, sfere e poliedri, che Leonardo analizza attraverso relazioni di proporzione, trasformazioni ed equivalenze.

La sua indagine dimostra come le forme si possano generare l’una dall’altra. Particolarmente significativo è il ragionamento sul rapporto tra la superficie laterale del cono e la base, dove afferma che quando l’ipotenusa, cioè il lato inclinato del cono, è uguale al diametro della base, allora la superficie laterale è esattamente doppia rispetto alla superficie della base stessa.

È una formula chiara di un principio che sarà formalizzato più tardi nella geometria solida. Egli lo dimostra attraverso un linguaggio misto di disegno e parola: i tratti sintetici delle figure indicano le relazioni, mentre il testo chiarisce la conclusione.

Accanto a questo studio compare una riflessione sulla sfera: qui, immagina di costruirla partendo da un cubo composto da “piastre avvitate”, trasformandolo gradualmente attraverso una tornitura.

Questa idea mostra il suo interesse per le tecniche artigiane e meccaniche: la geometria si traduce in procedura concreta, in gesto. Nello stesso foglio compare anche la proiezione del moto di una semisfera e lo studio delle relazioni tra cerchi concentrici, dimostrando come fosse già consapevole delle trasformazioni tra volumi e superfici.

In questo foglio, come in molti altri del Codice Atlantico, il pensiero non procede per linee separate, ma per associazioni. La sfera nasce dal cubo, la piramide dal triangolo, il cerchio dal moto: ogni figura è una variazione dell’altra, come se la forma fosse una materia fluida, capace di trasformarsi senza perdere l’armonia.

Tra le forme geometriche e gli appunti emerge un profilo, un volto dall’espressione angosciata, colto mentre emette un urlo. Questo dettaglio consente di ipotizzare una datazione per questo foglio: la figura potrebbe costituire uno schizzo di uno dei soldati impegnati nella Battaglia di Anghiari, progettata a Firenze tra il 1503 e il 1504.

FOGLIO 239r

Leonardo da Vinci (1452-1519)
Codice Atlantico (Codex Atlanticus), foglio 239 recto
Profilo di giovane, cerchi concentrici “de ludo geometrico” Copyright Veneranda Biblioteca Ambrosiana ©Veneranda Biblioteca Ambrosiana/ Metis e Mida Informatica/Mondadori Portfolio

Il foglio 239r è un esempio di come i materiali di lavoro nella bottega di Leonardo fossero oggetti vivi, attraversati da mani e pensieri diversi prima di assumere un significato definitivo. Il supporto è una carta grossolana, che assorbe l’inchiostro e lascia trasparire ciò che si trova sul verso: una condizione che testimonia un uso quotidiano, privo di formalità.

Prima che Leonardo lo utilizzasse, il foglio sembra essere stato impiegato dagli allievi per tracciare, a carboncino, disegni licenziosi oggi quasi invisibili: un dettaglio che restituisce la dimensione concreta e vivace dell’ambiente, luogo di studio ma anche di gioco, imitazione e sperimentazione. In seguito, la superficie fu occupata da esercizi geometrici e annotazioni.

Una testa di un giovane uomo, di profilo e a sanguigna ripassata a penna, non è attribuibile a Leonardo, ma a un collaboratore, forse intento a esercitarsi nella resa plastica del volto.

Sulla parte inferiore compaiono cinque figure di cerchi concentrici legati al cosiddetto “ludo geometrico”, un gioco matematico che si utilizzava per esplorare rapporti proporzionali e dinamiche di crescita. Accanto ai cerchi, si osservano due intrecci di nastri, forme che si avvicinano alle sue celebri strutture nodali, indagini sulla continuità del segno e sul movimento nello spazio.

La divisione 365:8 riportata sul foglio, insieme ad altre cifre annotate in colonna, rimanda probabilmente a calcoli relativi alla ripartizione dell’anno solare secondo cicli ricorrenti. La frase annotata a sinistra: “e le parti eguali tanto diminuiscano in numero quanto crescano in magnitudine; e de converso tanto crescano in numero quanto diminuiscano di grandezza”, chiarisce il principio studiato, una legge di equilibrio tra quantità e proporzione.

Questo foglio, nel suo aspetto frammentario, testimonia l’ampiezza del metodo leonardiano: osservare, misurare, giocare con le forme per comprendere l’armonia profonda che regola il mondo.

FOGLIO 816r

Leonardo da Vinci (1452-1519) Codice Atlantico (Codex Atlanticus), foglio 816 recto Studio dei pesi; in alto, raggi solari che attraversano le nuvole; in basso, teoria circa le ombre Copyright Veneranda Biblioteca Ambrosiana ©Veneranda Biblioteca Ambrosiana/ Metis e Mida Informatica/Mondadori Portfolio

Il foglio 816r del Codice Atlantico è uno dei più discussi dell’intera raccolta, non solo per la complessità dei suoi contenuti, ma anche per la storia materiale che lo caratterizza. La carta presenta ampi ritagli lungo i margini e una piega centrale che divide il foglio in due parti diseguali, segno di un uso pratico e prolungato nel tempo.

Proprio questa stratificazione ha provocato, tra Ottocento e Novecento, un intenso dibattito attributivo: alcuni studiosi, come Beltrami e Fumagalli, ritennero che le scritte presenti fossero parte di una lettera di Leonardo a Cecilia Gallerani (1473-1536), ipotesi oggi considerata infondata. Lo storico dell’arte Carlo Pedretti ha, invece, dimostrato come quelle righe appartengano alla mano di Francesco Melzi, segretario di Leonardo, e siano state apposte in un momento successivo.

È l’allievo, infatti, a tracciare con matita e penna la figura femminile e le note che celebrano la bellezza di Roma e della Campania, definita “opera dell’alegreza della Natura”. L’intonazione affettiva e descrittiva di questo elogio, accompagnata da formule come “Amantissima mia Diva” e il nome Cecilia scritto in margine, restituisce un tono privato e quasi confidenziale, ma si tratta di una rielaborazione successiva, non di parole leonardiane.

Gli scritti autografi sul foglio appartengono a contesti completamente differenti e sono riconoscibili per tipologia grafica e argomento. Nella parte superiore, Leonardo affronta il tema del comportamento dei raggi solari attraverso le nuvole: descrive come la luce filtri tra gli interstizi delle masse vaporose, illuminando l’aria sottostante con un percorso rettilineo e dilatabile.

È un’osservazione fisica e atmosferica, coerente con le sue ricerche sulla meteorologia e sulla percezione visiva. Più in basso, passa allo studio delle ombre e della loro proiezione, analizzando i gradienti di luce e oscurità in relazione alle superfici.

Al centro del foglio compaiono note di meccanica e statica: schemi di bilance e pesi, accompagnati dal ragionamento sul concetto di equilibrio impossibile in una bilancia dalle braccia perfettamente uguali, perché il punto matematico, privo di corpo, non le può sostenere.

Anche le due semplici operazioni aritmetiche riportate (20×12=240; 240×500=120000), rientrano in queste considerazioni di proporzione e misura. Il foglio 816r rivela il carattere più tipico del metodo leonardiano: il simultaneo procedere di osservazione scientifica, disegno sperimentale e riflessione teorica.

Accanto al genio toscano, la presenza di Melzi testimonia la vita del Codice come strumento condiviso, continuamente riletto e abitato. È un foglio che non restituisce una singola idea, ma la circolazione di idee: una pagina viva, che registra il lavoro di una mente e della sua scuola nel loro tempo.

immagine per Luca Del Core
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Luca Del Core, vive e lavora a Napoli. E' laureato in "Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali" presso l'Università degli Studi "Federico II" di Napoli. Giornalista freelance, ha scritto per alcune riviste di settore, per alcune delle quali è ancora redattore, e attualmente collabora con art a part of cult(ure). La predisposizione ai viaggi, lo porta alla ricerca e alla esplorazione delle più importanti istituzioni culturali nazionali ed internazionali, pubbliche e private.

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