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Dialogo con la ceramica antica di Alexi Worth: Vortici

Un inedito dialogo tra le ceramiche attiche e magnogreche della collezione Intesa Sanpaolo e le opere dell’artista contemporaneo statunitense Alexi Worth (pittore, curatore, critico d’arte e scrittore nato a New York nel 1968) danno vita alla mostra Vortici. Alexi Worth in dialogo con la ceramica antica, allestita nelle sale del Museo Intesa-Sanpaolo-Gallerie d’Italia, a Napoli, a cura di Silvia Gaspardo Moro e Richard Neer, fino al 6 luglio 2026. Nove tele dell’artista condividono le sale con quattro vasi della Collezione Caputi, storica raccolta archeologica ottocentesca, costituita da oltre 500 esemplari ceramici greci e magnogreci del VI e III secolo a.C., selezionati da Richard Neer, profes­sore di Storia dell’arte dell’Università di Chicago, in una riflessione che attraversa la storia sul tema del simposio e della gestualità del bere.

immagine per Vortici. Alexi Worth in dialogo con la ceramica antica - foto di Salvatore Laporta
Vortici. Alexi Worth in dialogo con la ceramica antica – foto di Salvatore Laporta

VORTICI

Il vino per i Greci era una bevanda miscelata e da miscelare. Nessuno beveva il vino liscio, il nettare era sempre mischiato all’acqua. Allo stesso modo nessuno (in teoria) beveva da solo, perché era considerato un momento collettivo, nel quale gli uomini si incontravano l’uno con l’altro, servi, schiavi e ragazzi. L’occasione per questa attività era il simposio, ovvero il “bere insieme”.

Un grande vaso (cratere) serviva per mischiare il vino e l’acqua e veniva posizionato al centro di una stanza; gli ospiti si distendevano sui divani disposti lungo le pareti, l’acqua veniva portata in uno speciale recipiente (hydria) e i liquidi mescolati nelle coppe, che potevano essere distribuiti in giro mentre gli invitati si divertivano insieme. Il vaso diventa così il centro, il perno di un microcosmo della società.

Ma il fulcro, qui, è relativo, non assoluto: è ovunque sia posizionato il “cratere” e il simposio può avvenire in qualsiasi posto, all’esterno di un cortile o di un vigneto. Per questo, il luogo per bere è stato chiamato “lo spazio del cratere”, adatto per mischiare, ma anche per ordinare e classificare.

Questo antico dialogo è visibile nella mostra: i vasi al centro di ogni sala furono realizzati per convivi e la maggior parte proviene da Atene; successivamente la produzione industriale si spostò in Magna Grecia nel III secolo a.C.

Le immagini sulla superficie dei manufatti sono spesso giocose, con visioni doppie e giochi di illusione e si correlano ai dipinti sulle pareti di Worth che sembrano essere una ulteriore estensione narrativa dei banchetti, lo spazio del “cratere” si integra con quello della galleria e il presente si fonde con il passato.

NERO SU ROSSO

E se esistessero solo due colori? E se non esistessero né ombre, né luci? E se linee e le forme fossero gli unici strumenti a disposizione dell’artista? Con l’evolversi della tecnologia, che ci offre una gamma infinita di risorse (pittura ad olio, fotografia, Google Search e IA), i limiti imposti agli albori dell’arte sembrano oggi stranamente seducenti. Così i dipinti di Worth sono nati come una sorta di fantasia arcaizzante, un sogno a occhi aperti nel suo studio.

Psiax, Phintias, Smikros, sono alcuni dei nomi dei pittori di vasi antichi; molti, come il “Pittore di Leningrado” o il “Pittore di Berlino”, sono ora identificati con città che non esistevano nemmeno mille anni dopo la sua morte. Nel suo studio di Brooklyn, pensando a questi artisti scomparsi, Worth ha mescolato i colori dipingendo sull’argilla: non su una tela piatta e tesa, ma su una superficie liscia e curva, cercando di imitare la gamma cromatica degli ateniesi.

Come i dipinti sui vasi, le sue opere sono in realtà una forma di disegno intensificato. Ciò che raffigurano sono scene immaginarie, create dalla mente, non basate sulla osservazione diretta. Per certi versi, le sue opere sono molto diverse da qualsiasi vaso.

La differenza più evidente è che i greci rappresentavano figure intere, come fossero su un palcoscenico, mentre Worth si concentra sul mondo in primo piano. Invece di disegnare linee con un pennello, ritaglia degli stencil e spruzza la vernice sopra di essi. Come nel caso dei pittori dei vasi, il nero si sovrappone al rosso, creando i contorni delle figure sulla superficie sottostante.

L’artista immagina che se Psiax o Smikros potessero vedere le sue opere, forse, sentirebbero una sorta di connessione con i suoi lavori.

CRATERE A COLONNETTE ATTICO A FIGURE ROSSE

Spesso il “cratere” raffigura proprio lo spazio al quale è destinato, ovvero il banchetto stesso. Ne è un esempio il manufatto di terracotta che mostra un simposio, con uomini che giocano inebriati nello spazio. Con uno strano ribaltamento, gli uomini dipinti guardano verso l’esterno dalle pareti di un vaso, anziché l’interno della sala del banchetto.

Le loro controparti viventi, gli uomini che 2500 anni fa avrebbero circondato questo vaso, sono state sostituite dai dipinti di Worth. Il retro dell’opera mostra uomini festanti ed ebbri che si muovono, proprio come nella realtà gli individui avrebbero camminato e ballato intorno a questo “cratere”.

Come afferma Richard Neer, “Il vino ti cambia”, sotto il suo potere, diventi qualcun altro o riveli il tuo vero carattere. Ecco perché il dio del vino, Dioniso, è anche il dio delle maschere e del teatro: l’attore sul palcoscenico acquisisce una nuova identità, che il pubblico accetta come reale per un’ora o due.

Questo “cratere” raffigura la divinità con una semplice colonna a cui è stata appesa una maschera da attore. Il dio si trova al centro di un gruppo di donne: non in un simposio, ma in un rituale femminile che si svolgeva all’aperto. Collocato durante il banchetto al centro di una stanza piena di uomini, questo vaso di terracotta introduce l’ebbrezza femminile nel cuore della festa, mischiando il maschile al femminile, come il vino con l’acqua.

SIMPOSIO PER DUE

Nella rappresentazione dei dipinti sul “cratere” in mostra, vediamo qualcosa che di solito trascuriamo, le forme delle nostre dita. In ognuno appare anche una mano più piccola. Entrambe gli arti reggono cerchi trasparenti che si potrebbero interpretare come le basi e gli steli dei bicchieri da vino: sono raffigurati due bevitori.

Sì, “Il vino ci cambia”. Quando beviamo insieme, la chimica del nostro sangue si altera e i nostri compagni di bevute cambiano di pari passo. Forse pensiamo di perdere un po’ l’autocontrollo, di perdere l’equilibrio, di sfiorare un senso di ebbrezza, ma in un primo momento possiamo anche sentire una profonda lucidità, un potente senso di slancio e di connessione.

La pittura è una professione solitaria. L’artista è solo, con i suoi strumenti, le sue idee, la sua libertà, ma anche con la paura di parlare da solo. E una volta di fronte alla tela, lo spettatore cede all’invito del quadro, diventando uno dei due bevitori: non siamo più estranei, ma collegati, bevendo e forse cambiando insieme.

CRATERE A VOLUTE APULO A FIGURE ROSSE

Interessante nel percorso espositivo è il “cratere” realizzato per una tomba: la sua forma evoca le feste in onore dei defunti. Mostra una famiglia in visita a un defunto, adornata con una colonna e una statua; il pittore usa il bianco per suggerire il marmo brillante. La statua è il frutto della fantasia dell’artista: le tombe reali non erano così sfarzose. Accanto ad essa si trova un “cratere” identico nella forma, ed è destinato ad un’altra sepoltura.

Alcune figure ritratte si spingono verso la superficie, quelle che sono “più in alto” corrispondono a ciò che sta “più indietro”, e la statua scintillante risulta leggermente compressa, sospinta verso di noi. Come se l’opera d’arte fosse in qualche modo più solida e più reale degli esseri umani che la osservano.

HYDRIA (KALPIS) ATTICA A FIGURE ROSSE

L’hydria raffigura la bottega di un ceramista, dove vi sono dipinti degli artigiani a lavoro, molto simili a quelli esposti in mostra. La dea Atena e due Vittorie alate incoronano gli operai come se fossero degli eroi. Essi, nella tradizione, non ricevevano tali onori ma, in questo caso, è il vino che offusca i confini della realtà e incoraggia la fantasia. All’estrema destra, si assiste ad una donna che dipinge su un “cratere” con manici elaborati.

Molti artigiani uomini hanno lasciato la loro firma sui vasi ateniesi, ma nessuna donna ha mai posto nemmeno le iniziali del proprio nome. Tuttavia, questo vaso suggerisce che le donne dipingevano insieme ai maschi. L’analisi stilistica suggerisce che l’artista che ha dipinto questo vaso, abbia decorato, probabilmente, anche i due “crateri” del Pittore di Leningrado: forse è lei, anonima, la controparte enigmatica di Worth?

L’artista americano ripropone delle immagini “fatte dalla mente e dalle mani”. Con uno stile preciso e compresso, offre versioni misteriose e reinventate di cose ordinarie: più recentemente calici da vino e mani. Con superfici e punti di vista insoliti, la sua arte si distingue per l’essenzialità, suggerendo uno sforzo di restituire il potere contemplativo dell’astrazione nell’arte figurativa.

Il dialogo visivo tra affinità formali e simboliche con i reperti presenti nell’exihibit mostra similitudini cromatiche, una ambiguità tra figura e sfondo, e una tensione tra narrazione e superficie.

Info mostra

immagine per Luca Del Core
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Luca Del Core, vive e lavora a Napoli. E' laureato in "Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali" presso l'Università degli Studi "Federico II" di Napoli. Giornalista freelance, ha scritto per alcune riviste di settore, per alcune delle quali è ancora redattore, e attualmente collabora con art a part of cult(ure). La predisposizione ai viaggi, lo porta alla ricerca e alla esplorazione delle più importanti istituzioni culturali nazionali ed internazionali, pubbliche e private.

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