Calembour è un termine originario della lingua francese e indica un particolare gioco di parole basato sull’omofonia di termini che si pronunciano in maniera identica o simile, ma hanno significato diverso. Son of the Beach è una serie televisiva statunitense in 43 episodi trasmessi per la prima volta nel corso di 3 stagioni, dagli anni 2000 al 2002. È una parodia di Baywatch e gran parte delle situazioni comiche sono basate su battute e allusioni sessuali e simili. Il titolo è un gioco di parole riferibile all’insulto in inglese “son of a bitch“.
Sun of the beach, invece, è il titolo della mostra personale dell’artista iraniana Saghar Daeiri (1985), allestita nelle sale della Shazar Gallery a Napoli, fino al 31 maggio 2025, che se da una parte presenta un calembour con la sit com americana, dall’altra, l’intitolazione esotica e tropicale non si riferisce soltanto ad una dimensione caratterizzata da bagnini di salvataggio e donne avvenenti su spiagge con sabbia d’argento e mare cristallino, ma allude alla attuale società consumistica, sempre più gretta ed arrivista.

I vari dipinti su tela e gli arazzi dall’accentuata rappresentazione grottesca sembrano amplificare la denuncia della condizione umana e delle sue contraddizioni. Proprio la deformazione spinge l’osservatore verso il turbinio di un ambiente saturo di elementi.

Le opere in esposizione giocano sulla destabilizzazione, lasciando libera la volontà di decidere quale sia il verso giusto o il suo opposto, così le immagini sono sottosopra o leggibili di traverso per un luogo onirico, in cui si perde l’orientamento.

Esse generano uno spaesamento, annullano la definizione di punti fissi, lottano con un disordine intimo che accomuna, attraverso un personalissimo linguaggio visivo, un destino collettivo in disfacimento.

Daeiri ha studiato Arte e Architettura al liceo e poi si è laureata in Pittura a Teheran, in Iran. Nel 2012, è emigrata in Turchia a causa delle limitazioni sociologiche del paese di origine e ha conseguito un Master of Arts, presso l’Università di Marmara, a Istanbul, nel 2017.

Ad accogliere i visitatori è il dipinto che dà il titolo alla mostra, Sun of the beach, un’opera caratterizzata da un racconto non unitario, ma da una sovrapposizione di diverse scene che attingono alla realtà e all’inconscio, molto simili esteticamente alle visioni surrealiste di Salvador Dalì (1904-1989).

Se, a primo impatto, i colori sgargianti e le pennellate fluide restituiscono delle immagini apparentemente vivaci e di serenità, avvicinandosi alla tela, emerge una narrazione inquietante, in cui i singoli dettagli presentano una ambiguità nei sentimenti e negli atteggiamenti.

Diverse sono le figure femminili e, fra di esse, quella in primo piano, si presenta con un volto artefatto, zigomi altissimi e labbra a canotto, sembra essere reduce da una operazione di chirurgia plastica, ancora sotto l’effetto anestetico.

È una ricerca della conservazione della bellezza resa ancora più evidente nella figura antropomorfa (perdita della propria identità psichica e fisica) avvolta in un lenzuolo, con i seni e il volto scoperto, in attesa di un ulteriore intervento estetico.

Saghar Daeiri riporta in auge un tema ricorrente da un punto di vista psicologico e sociologico, esplicato sapientemente nel best seller Avere o Essere? dello psicoanalista Erich Fromm (1900-1980): dell’avere, che coincide con la dimensione dello sfrenato consumismo e del gretto possesso, proprio della società opulenta e capitalistica, attualmente predominante e, quella ideale dell’essere, la libera e globale realizzazione di sé, di una umanità profonda ed onesta.

Questa dicotomia si riflette anche nell’altra immagine posta nella parte alta della composizione: il volto capovolto di una donna (la tela è visibile da tutti e quattro lati) rievoca l’opera Rebirth of Venus, di David LaChapelle (1963), entrambe sembrano sospese tra la realtà e il sogno, in cerca di un consenso da parte della comunità.

immagine per Saghar Daeiri Sun of the Beach 2025 acrilici e olio su tela 128x179 cm
Saghar Daeiri Sun of the Beach 2025 acrilici e olio su tela 128×179 cm

Altri elementi che compongono il dipinto innescano un gioco di rimandi tra presente e passato, tra certezze e perplessità. È il caso di un ipotetico fenicottero rosa collocato al centro della tela. Simbolo di eleganza, bellezza, rinascita e positività, si mostra sgraziato ed emaciato, molto più simile ad uno pterodattilo preistorico, cacciatore di prede, metafora di una speculazione che non riguarda soltanto il genere umano.

Le certezze, invece, sono private del loro valore attraverso un ossimoro visivo. Sullo sfondo la linea d’orizzonte separa il cielo da un mare calmo, dal blu intenso. Questa visione romantica ed esotica è spezzata da un apparente ombrellone che in realtà si rivela essere una enorme ragnatela.

La presenza percepita dell’aracnide genera una tensione psicologica accentuata dalla visione di un altro mondo, o dimensione, posto sul lato sinistro, al cui interno è visibile un vulcano, dall’aspetto cupo e spettrale, anticamera dell’Inferno.

Medesima interpretazione, stesso contenuto: il dipinto costituito da una serie di individui, uomini e donne che indossano degli occhiali 3D, ognuno con una espressione di stupore e di sgomento.

Questa angoscia è intensificata dalla gestualità delle braccia verso il viso e dalle mani sulla testa. Visivamente rievoca una fotografia del cinema degli anni Trenta del secolo scorso, a cui sono stati aggiunti degli occhiali 3D, e ripresa negli anni 2000 da Barbara Kruger (1945) per realizzare Blind Idealism is Deadly, dove associa le immagini alle parole per criticare la cultura e il potere.

immagine per Saghar Daeiri Sun of the Beach installation view
Saghar Daeiri Sun of the Beach installation view

Analogamente, Saghar Daeiri traspone attraverso la pittura le idee del filosofo francese Guy Debord (1931-1994) relative alla “società dello spettacolo” (ovvero quella dei giorni nostri): sono potenziate oltremisura le facoltà dell’occhio umano e queste hanno contribuito ad estendere la logica dell’apparire a scapito dell’essere.

La natura è protagonista in un’altra opera. Il mare, la sabbia e la foresta sono il focus di un dipinto di impronta surrealista a primo impatto rasserenante: è ciò che l’individuo osserva, ma è anche ciò che vive intimamente.

Questa quiete è interrotta da due elementi posti alle estremità. Il senso di sicurezza e di “stabilità” non solo fisica, ma anche emotiva, è messa in discussione dalla presenza di volti inquietanti che emergono sulla sabbia; essi rappresentano i turbamenti che arrivano in “superficie”.

Ulteriore impulso a questa precarietà psicologica è percepita dalla foresta invernale, realizzata nella parte alta, con gli alberi privati di foglie, rami appuntiti e taglienti, metafora dell’inaridimento e dell’avidità dell’animo umano. Questo squilibrio provoca un senso di sospensione visibile nel telo svolazzante posto al centro della composizione, una condizione tra l’essere e il non essere, tra la certezza e l’incertezza, tra il significato e l’assurdità.

immagine per Saghar Daeiri - Reverse verse 2025 acrilici su tela 130x115 cm
Saghar Daeiri – Reverse verse 2025 acrilici su tela 130×115 cm

L’uso della parola o delle lettere come parte integrante dell’opera è una pratica che risale all’antichità e che ha sicuramente assunto una rilevanza fondamentale nel periodo delle Avanguardie, per poi esplodere nella ricerca portata avanti dagli artisti contemporanei nelle forme più diverse (poesia visiva, arte concettuale e narrative art).

L’artista Piero Manzoni (1933-1963) realizzò la serie Alfabeto, svuotando il suo potenziale narrativo, attraverso la riproposizione fredda e meccanica delle lettere A B C D E F G, su sei colonne parallele realizzate con semplici stencil geometrici.

Daeiri riutilizza le singole parole per offrire al pubblico un proprio racconto. They were alive, but they tought, they were evil, è una barra di metallo perpendicolare al muro bianco, su cui sono state incise, attraverso foratura, delle singole lettere.

La proiezione delle ombre di ogni lettera mediante un fascio luminoso formano una serie di parole in lingua inglese sulla parete. Termini come Live ed Evil indicano come la società ha condotto la propria vita, in maniera malvagia. Ire, invece, è la parola che caratterizza l’altra installazione, l’ira, un sentimento di reazione violenta, spesso rabbiosa, e per lo più non giustificabile sul piano umano e razionale.

Nella stessa sala, una serie di arazzi campeggiano al centro, ognuno con una diversa raffigurazione, che va dalla natura alle figure umane. L’artista realizza la stessa scena su entrambi i lati, un’operazione “a specchio” che rievoca il dipinto La riproduzione vietata, di René Magritte (1898-1967): entrambi dimostrano che la nostra identità non è una semplice immagine statica, ma un costrutto complesso che comprende mille sfaccettature. L’individuo è un amalgama di esperienze, sensazioni ed interazioni.

La ricerca della nostra personalità non può prescindere dall’incontro e dal confronto con gli altri e dalla profonda conoscenza di noi stessi.

Saghar Daeiri, attraverso i suoi lavori, ci offre uno spunto di riflessione sul nostro mondo interiore e sulla poliedricità delle emozioni che lo compongono. In una società dove le immagini spesso prevalgono sulla sostanza, ci ricorda che la vera identità è un viaggio continuo, non un semplice riflesso in un arazzo.

Informazioni Sun of the beach Saghar Daeiri

immagine per Luca Del Core
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Luca Del Core, vive e lavora a Napoli. E' laureato in "Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali" presso l'Università degli Studi "Federico II" di Napoli. Giornalista freelance, ha scritto per alcune riviste di settore, per alcune delle quali è ancora redattore, e attualmente collabora con art a part of cult(ure). La predisposizione ai viaggi, lo porta alla ricerca e alla esplorazione delle più importanti istituzioni culturali nazionali ed internazionali, pubbliche e private.

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