L’archeologia per rievocare il passato, la fotografia e la documentazione come strumenti che l’artista utilizza per ricucire i pezzi e le persone, per riappropriarsi di una identità e della storia, e per indagarne le sfumature, tra versioni ufficiali ed esperienze vissute. Tutto ciò è nella creatività di Akram Zaatari (1966), artista nato a Saida, in Libano, artefice dello sviluppo dell’infrastruttura formale, intellettuale e istituzionale della scena artistica contemporanea di Beirut.
Ha studiato all’Università di Architettura Americana di Beirut. Dopo aver conseguito il Master negli studi sui media, presso la New School di New York, ha lavorato in televisione all’inizio della sua carriera professionale. È stato assunto nel 1995 presso la Future TV come produttore esecutivo di un programma. Nel 1997 Zaatari ha co-fondato la Arab Image Foundation, con i fotografi Fouad Elkoury e Samer Mohdad.
È artefice di cinquanta film e video, di una dozzina di libri e innumerevoli installazioni fotografiche, tutti accomunati dall’interesse per la scrittura di storie e dalla ricerca di documenti e oggetti, tenendo conto del loro passaggio di mano, del recupero di narrazioni e collegamenti mancanti che sono stati nascosti, smarriti, persi, ritrovati e sepolti.
L’azione stessa dello scavare è diventata emblematica nella sua pratica, mentre agisce per ripristinare le connessioni perse nel tempo, a causa di guerre e dislocamenti. Zaatari ha dedicato una cospicua parte della sua vita allo studio del mondo arabo e ha contribuito senza compromessi al più ampio discorso sulla conservazione e sulla pratica archivistica.
Un esempio esaustivo di tale approccio è visibile nella mostra personale allestita nelle sale della Thomas Dane Gallery in via F. Crispi 69, a Napoli, intitolata Father and Son, fino al 13 luglio 2024.
Ad accogliere i visitatori è la principale opera dell’exihibit, Father and Son, dove l’artista ricostruisce attraverso un collage fotografico ed elementi concreti, (scrittura fenicia posta alla base dell’installazione e una riproduzione di un pezzo di una tomba), i sarcofagi dei re fenici Eshmounazar II e di suo figlio Tabnit, oggi conservati rispettivamente presso il Museo Louvre di Parigi, in Francia e il Museo Archeologico di Istanbul, in Turchia, scoperti durante gli scavi archeologici condotti a Sidone, in Libano nel 1855 e nel 1887.
Le rotte opposte intraprese da questi due reperti svelano come il ruolo svolto dal pittore e archeologo ottomano Osman Hamdi Bey (1842-1910), diventano per Zaatari la lente attraverso cui guardare la complessità derivante dagli scambi e dai traffici avvenuti nel bacino del Mediterraneo, oltre ad essere l’incipit per costruire nuove narrazioni e forme alternative di restituzione del patrimonio culturale.
Di fronte a quest’opera sono collocate in successione una serie di fotografie, An Extraordinary Event, del 2018, che immortalano le fasi dello scavo archeologico e il trasporto dei sarcofagi.
Sono immagini in bianco e nero in cui l’artista interviene dando una maggiore luminosità ai tumuli, evidenziando, inoltre, le espressioni di stupore dei partecipanti, ripresi per la prima volta da un mezzo fotografico.
L’idea dell’artista libanese di dar vita a cose che non esistono nel presente, trova una corrispondenza concreta nella ri-creazione di un monolite di pietra utilizzato per sigillare la tomba del re Tabnit, completamente distrutto quando il sarcofago fu prelevato nel 1887.
All that Refuses to Vanish: The Tabnit Monolith, del 2022, è stato realizzato partendo dai disegni e dagli appunti lasciati da Osman Hamdi, durante i suoi scavi nella necropoli di Sidone.
Zaatari, da acuto osservatore, non ricostruisce soltanto il singolo blocco di pietra, formato da diverse cavità ad anello, ma ha realizzato anche la struttura che consentì il suo innalzamento e spostamento, inserendo una corda nei punti estremi del monolite.
Continuando con il percorso espositivo, l’installazione video, Ain el Mir, della durata di due ore, del 2002, è un esempio della sua costante ricerca di fonti documentarie.
Lo scenario è una piccola casa di una famiglia libanese con un appezzamento di terreno. In seguito al ritiro delle truppe israeliane nel 1985, il borgo divenne un avamposto. La famiglia Dagher lasciò la casa che fu occupata dai combattenti libanesi alla fine della guerra nel 1991.
Prima di andare via, Ali Hashisho, uno dei soldati, scrisse una lettera alla famiglia spiegando il motivo di quell’insediamento, di come si fosse occupato dell’abitazione, nascondendo la missiva sotto il terreno del giardino.
Anni dopo, Zaatari intervistò Ali e si recò ad Ain el Mir. Il video è diviso in più parti. La prima è dedicata al racconto del soldato in cui descrive la lunga permanenza nella casa.
La seconda mostra i suoi oggetti personali, i diari, le fotografie e i ritagli di giornale dell’epoca. La terza illustra l’intero processo di scavo per ritrovare la lettera eseguito da un giardiniere, osservato da una folla di curiosi che non si vede, ma si sente.
Infine, il quarto presenta un disegno schematico di queste persone che parlano, come voci fuori campo. I membri della famiglia, i vicini e gli ufficiali dell’intelligence libanese si rifiutarono di essere filmati.
La scoperta della lettera consentì alla famiglia Dagher e al soldato di ricostruire i ricordi di un periodo che era stato sepolto nel terreno e che, metaforicamente, non ha mai raggiunto la sua “destinazione”.
Una intera sala della mostra è dedicata alla Photographic Currency, del 2019. Qui, il visitatore è attratto dalle trapunte tradizionali realizzate a Saida, che pendono come degli arazzi dall’alto.
Realizzate nel Libano meridionale, sono state raccolte negli anni da Zaatari dopo aver consultato l’archivio del fotografo Hashem el Madani.
Numerosi sono gli scatti delle trapunte degli anni ’50 che facevano parte di un catalogo, con disegni e modelli da mostrare ai potenziali clienti. Egli considera queste foto, visibili sulle pareti della galleria d’arte, come una memoria esterna, un prodotto artigianale da rievocare e tramandare.
La potenza della creatività di Zaatari è racchiusa nei particolari, nella delicatezza dei gesti e nell’attenzione, a volte maniacale, che accompagna la sua produzione artistica.
In Archeology, del 2017, mostra la sua sensibilità e il culto dell’oggetto. Evoca, allo stesso tempo, l’eccitazione e la delusione di un archeologo di fronte allo scavo di un manufatto, a cui mancano parti cruciali.
L’opera è composta da una lastra di vetro trovata a Tripoli da un collezionista di fotografia di nome Mohsen Yammine in uno studio allagato. Rappresenta il ritratto di un atleta immortalato da Antranick Anouchian (1908 – 1991), di Tripoli. Zaatari ha applicato degli strati di terra, metallo e vetro rotto, trasformandolo in un “manufatto archeologico”.
Questo progetto espositivo è composto da una serie di nuove opere su carta che guardano al Mediterraneo come luogo di scambio, sradicamento e movimento attraverso i millenni.
Ne è un esempio, Venus of Beirut, un nudo artistico del 2022. Farid Haddad era un medico che praticava la pittura come hobby e alcuni suoi dipinti decorano ancora le case dei suoi discendenti nel Libano.
Durante una ricerca sul nudo nel 1998, Zaatari si è imbattuto in alcune trasparenze di una donna in sovrappeso, regalategli da George Haddad, pronipote di Farid. Negli anni Trenta, dipingere un nudo era considerato una tradizione nelle Belle Arti, ma realizzarlo in fotografia era insolito ed era considerato scandaloso.
Alcuni studi fotografici in Medio Oriente conservavano un portfolio di nudi femminili da mostrare a clienti illustri e di mentalità aperta. Nel 2018, l’artista ha utilizzato questa immagine per un’opera intitolata The Fold, dove la trasparenza è stata posizionata su una lavagna luminosa, alludendo al fatto che poteva essere proiettata.
In questa spazio espositivo è stata contestualizzata e rielaborata attraverso un bassorilievo, con l’obiettivo di raccontare questa storia e di rivelare l’identità della donna.
In due opere presenti nel percorso espositivo, si “respira” un po’ di Napoli. Ibrahim and the Cat for Inji Efflatoun, del 2024, è un bassorilievo realizzato in sinergia con artigiani partenopei e si basa su una fotografia che Hassan Efflatoun scattò a sua figlia Inji (1924-1989).
Quest’ultima è stata una pittrice di spicco e un’attivista femminista marxista. L’istantanea è nelle mani della sorella di Inji, al Cairo, in Egitto. Zaatari l’ha ripresa per ri-creare quegli oggetti scomparsi o che non sono mai stati prodotti. Oggi, fa parte della collezione della Arab Image Foundation.
L’altra, invece, è Above and Below, del 2024. L’archeologia è incentrata sulla ricerca e sull’estrazione dei reperti dal sottosuolo. Molto spesso è in conflitto con le necessità della società, come la realizzazione di progetti urbani, industriali o agricoli.
Procedere con gli scavi archeologici ha sempre comportato una negoziazione delle priorità, che a volte rappresenta un vero e proprio dilemma. Quest’opera è un’allegoria del Sopra e del Sotto, dove le radici di un albero di limone (simbolo dell’immaginario collettivo sia libanese, sia napoletano, della penisola sorrentina) sorreggono un oggetto d’oro.
Estrarre quest’ultimo significa sacrificare l’albero. Preservare l’arbusto significa conservare il reperto sotto terra. Zaatari raffigura un ipogeo che si ispira alle stanze sotterranee dove fu trovato il re Tabnit a Sidone, ad Ayaa, nel 1887.
La ricerca di Zaatari riflette alacremente sul passato, evocato attraverso le fotografie e l’evidenza archeologica: supera i confini temporali e geografici, sonda la natura delle relazioni umane e affermano la permeabilità della memoria.
Luca Del Core, vive e lavora a Napoli. E' laureato in "Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali" presso l'Università degli Studi "Federico II" di Napoli. Giornalista freelance, ha scritto per alcune riviste di settore, per alcune delle quali è ancora redattore, e attualmente collabora con art a part of cult(ure). La predisposizione ai viaggi, lo porta alla ricerca e alla esplorazione delle più importanti istituzioni culturali nazionali ed internazionali, pubbliche e private.





















